Gli Arcani Maggiori #12: L’APPESO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Appeso, carta del lavoro interiore.

«Ti fa ancora male il piedino?»
Il bimbo si guardò la punta dell’alluce con occhi curiosi. Mosse le piccole dita e provò a spingere sul pedale della bici d’acqua. La mamma, che lo accompagnava a nuoto, diede un leggero colpo di braccia per raggiungerlo.
Era un piccolo salvagente con dei pedali sul fondo: il bimbo aveva tanto insistito per averlo per il primo bagnetto della stagione. Erano scesi in spiaggia con il nuovo acquisto, ma il bimbo si era improvvisamente messo a piangere; aveva posato il piedino su uno scoglio aguzzo che affiorava dalla sabbia.
Lo avevano subito medicato, con il mercurio cromo e un cerotto. Il bagnino gli aveva regalato un coniglietto di plastica per farlo stare buono.
Il bimbo pedalò per una decina di metri, con la madre che gli nuotava accanto. Aveva dimenticato anche di aver pianto. Si guardava attorno, seguendo con gli occhi i percorsi dei gabbiani e dei motoscafi in lontananza.
La madre gli bagnò i capelli passandogli dell’acqua sulla testa con le mani; piccole ciocche gli colarono attorno al viso.
«Sai che facciamo adesso? Tu pedali pedali pedali fino all’altra spiaggia, e mamma ti segue a nuoto.»
Il bimbo annuì e virò parallelo alla costa. Avrebbe dovuto doppiare un piccolo golfo, due, trecento metri di scogli, ma su quell’altra spiaggetta si vendeva il gelato, e la mamma aveva, appeso al collo, il tubicino di plastica con gli spiccioli. Il bimbo raddoppiò gli sforzi.
Il coniglietto di plastica era puntato sulla prua del salvagente come la polena di un galeone.
La madre nuotava quietamente, a rana, accanto a lui. Si era preoccupata così tanto quando il bambino aveva preso a strillare. All’inizio aveva pensato che poteva aver messo il piede su un ago. Magari infetto. Un ago di quelli là. Magari quelli là avevano deciso per una vendetta dell’ultimo momento, prima di togliersi finalmente di mezzo. Sempre così remissivi, sempre così schifosamente deboli su quelle loro gambette odiose, sempre così lamentosi nei loro occhi grandi. Finalmente non sarebbero stati più costretti a vederli. Per fortuna, negli ultimi tempi, erano loro a farsi vedere sempre meno. Stavano rintanati nelle loro case, quasi impauriti da tutto l’odio che meritavano. Almeno risparmiavano agli altri la loro vista fastidiosa. Non sarebbe più dovuta scendere al portone prima di suo figlio, per essere sicura che non ce ne fosse qualcuno per le scale, con quella voce saccente, Dio quella voce quanto la odiava, così monotona, così stridula, così priva di stile. Che cosa volevano da lei, da tutti? Su un’isola, a marcire. E speriamo solo che dalla costa non si vedano troppo. Almeno fin quando non sarà finita, finché non avranno smesso di ostinarsi a starsi accanto, incollati, a darsi man forte, senza, mio Dio, porsi neanche il problema di poter passare dall’altra parte. Stupidi come animali, non c’è altra spiegazione. Speriamo solo che si levi un po’ di foschia, così non ci toccherà vedere neanche in lontananza quell’isola. E speriamo che i viveri siano davvero così razionati come dice il governo.
Versò altra acqua sulla testa del bambino, che si stava scottando.
«Appena giriamo l’angolo dello scoglio, ci riposiamo un po’. Però all’ombra, va bene?»
Il bambino annuì e diede qualche altra pedalata concentrata.
L’acqua era fresca, ma sotto la superficie scorrevano delle correnti tiepide. La donna svuotò i polmoni e immerse la testa. Si tirò su con un colpo di gambe, sistemandosi i capelli bagnati dietro la nuca.
Sott’acqua si sentiva un rumore di cingoli, nelle orecchie, come un ronzio acuto. Si avvicinavano delle barche.
Si riposarono accanto a uno scoglio; l’acqua era calma, e puntando i piedi contro il muschio non si rischiava di sbattervi contro.
Il bambino sbatté i piedini, liberi dai pedali, e parlò con il coniglietto di plastica.
La madre alzò lo sguardo. Verso di loro si avvicinavano tre barche, dei traghetti a motore, pieni di gente, completamente silenziosi; si poteva distinguere solo il ronzio del motore, e il rumore liquido della chiglia che fendeva l’acqua.
Il bambino posò il coniglietto sul salvagente e guardò anche lui.
Le barche si avvicinarono abbastanza da mostrare i volti che le abitavano. Volti contratti, solenni, composti. Nessuno di loro piangeva. Erano tutti in piedi, controvento, guardando un punto fisso davanti a sé.
Nessuno posò gli occhi sulla mamma e il bambino, che dallo scoglio rimasero a fissarli, a bocca aperta, incapaci di muoversi. Il bimbo strinse la spalla della madre e vi si accucciò contro, senza smettere di guardare.
Alcuni di loro si stringevano la mano. Una donna teneva stretto a sé un fagotto, un vecchio stringeva le spalle dell’anziana moglie, in piedi dietro di lei, e le posava il viso sulla testa. Sulla barca successiva, una donna bionda, vestita di bianco, posava una mano sul braccio di una ragazza dai capelli dello stesso colore. Un ragazzo era poggiato alla balaustra, e guardava annoiato l’acqua, poi volgeva la testa come tutti verso la prua.
La mamma e il bambino lasciarono che i barconi sfilassero accanto a loro, senza muovere un muscolo, e non si voltarono a guardarne la poppa. Sentirono solo che qualcuno, prima una voce di ragazza, poi qualche tono maschile, e infine tutti gli abitanti dell’ultima barca, cominciò a cantare.
L’acqua, mossa dalle eliche, creò delle onde che si espansero fino a loro due. La madre ondeggiò, mentre l’acqua le accarezzava le spalle. Il bambino dondolò appena nel suo salvagente, e il coniglietto di plastica cadde nell’acqua, e affondò.

© Giovanna Amato

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