Giorno: 24 gennaio 2019

Poesie di Nicola Romano da “D’un continuo trambusto”, con una Nota di Franca Alaimo

CAROSELLO URBANO

La prima mossa scaglia
dentro un mattino lindo e pettinato
con le strade che sanno di cambusa
dove stipano andazzi e storie strambe

*

Coi primi passi frulla nella testa
l’assetto per il volo di giornata
sperando di tranciare spese e fronzoli
mentre si para innanzi
un lercio cappellino capovolto
che sottovoce chiede “per mangiare”

*

Tutto il mondo è paese
ma si palesa povero il paese
che ha ciuffi di gramigna sulle porte
mentre qualcuno canta
come se oggi fosse il paradiso

*

Si trascinano trolley di mattina presto
due cani che baruffano al guinzaglio
sbadiglia un filippino alla fermata
un vecchio è col barattolo d’urina
ed un podista sgamba sull’aurora:
il sole è basso
ma il giorno già s’è acceso

*

Scendere per il porto
verso uffici che aprono alle nove
risalire col flusso dei gitanti
e sentirsi un po’ nuovo arrivato
snobbando i souvenir lungo la via

*

Il perditempo
regge la cantoniera con la mano
e quatto poi s’appressa all’ambulante
per qualche carabattola di turno
testeggia a voce alta e graffia l’aria lui
padrone della piazza fino a sera

*

Tranquillo volge
il calpestio del corso
che sfiora un luccicore di vetrine
coi manichini calvi e bluse fini
Ma sobbalzano platani e scaffali
per il continuo strepito
di allarmi e di sirene

*

Sembra che la città cambi ogni giorno
calcomanie grattate un po’ alla volta
pezzi di storie duri da narrare
con l’inutile sapienza dei ricordi
Ma già qualcuno disse panta rei
senza la musica
che usciva dai drug store

 

GIOIOSA MAREA

Svezzato già
da un’alba silenziosa
un mattino turchese
s’acconcia
sulla chioma dei pinastri
e sull’umida
selce dei giardini

Dei passeri
s’inseguono fra i rami
e dal dirupo sale
l’ordinata armonia
della risacca

Che stia tutto così
raffermo in un monotono fluire
e che gemino altrove
due nubi stazzonate
in lontananza

(altro…)

Historiae, di Antonella Anedda

Antonella Anedda, Historiae, Einaudi, 2018; 11 €

“Polvere” è forse la parola-chiave di quest’opera, la pelle di questo libro. Polvere: povria nella lingua utilizzata da Anedda, di origine sarda. È una pelle, un rivestimento anche l’uso che di questa lingua lei fa, in entrata e in uscita di libro: è il necessario sostegno, per lei, per arrivare a dire qualcosa, per poterci dire qualcosa.
C’è una nota costante che lega tutto, una verità ricorrente: la morte, che è pronta per noi fin dalla nascita; presente da sempre, dicono i fisici, in uno spazio esatto. C’è lo sfiorarsi o l’intrecciarsi di mani dentro questa consapevolezza; c’è la figura della madre, soprattutto, che scompare, ritorna, e vaga: è una presenza, dentro la polvere del tempo («Lo sai la polvere non cade, ma si alza»). Particolarmente alta è qui l’attenzione della poesia, alto il grado di coscienza che scorre e si fa sentire tra le pagine.
Nel computo dei giorni, delle ore, troviamo di continuo il motivo tacitiano che rimanda al titolo: da notare è la ripetuta presenza del televisore, dello schermo, con l’incursione delle notizie nelle stanze della mente («La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla»); notizie che entrano in casa, ci affiancano. E così, nel quotidiano si tengono storia personale e storia collettiva (con il patrocinio di Dante – altro elemento da notare – richiamato più volte in epigrafe).
Anedda risolve rapidamente, in poesia, l’annosa questione dell’io. Con un guizzo: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome […] Io con l’io mi nascondo / chiamando a raccolta quel che sappiamo:».
E cosa sappiamo? Che tutto ciò che è antenato c’insegue, da sempre, e ha la stessa essenza di ciò che oltre noi, marcati dalla finitudine, proseguirà. Eppure, ecco, ciascuno di noi, singolarmente, è chiamato a indicare di questo sapere la pronuncia esatta, secondo il filtro personale.
Mirabili sono, quindi nella sua scrittura, le vaste forze del sempre: la “geometria” («l’ala dei numeri che svetta su ciò che è smisurato») e la “letizia” («una pace inspiegabile»… «distante dalle stelle»… «che non chiede niente»). Forze che sono già qui attorno o sono solo intanto auspicate, ma in ogni caso presenti, sempre.
Letizia, in fondo – ci dice Anedda – è la forza della rinuncia. Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione. Entro un’aria di vastità, come detto («L’incontro dei vivi con i morti è il nostro affresco. / Serve a rinunciare»: così in Contrasto, poesia della sezione finale, significativamente intitolata Futuro anteriore).
È una vastità, va detto, che si nutre felicemente della plasticità di molti suoi versi. Tanto che mi sembra in certi casi avvicinarsi alla poesia di Mario Benedetti. Leggiamo ad esempio Perlustrazione I, a pagina 43 (che fa il paio con l’altra, bellissima, Perlustrazione II). Lo splendore si concentra negli ultimi due versi, e l’ultimo in particolare, così forte, così perfetto:

Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.

Cristiano Poletti