Michel Houellebecq, Serotonina

Parlare dell’ultimo libro di Michel HouellebecqSérotonine, Flammarion Paris, 2019 (Serotonina, La nave di Teseo, 2019, traduzione di Vincenzo Vega) – a caldo dopo pochi giorni dalla sua uscita, senza cadere da un lato nelle polemiche che la fama dell’autore e le sue posizioni innescano e, dall’altro, senza dire una serie di banalità o di considerazione a suo riguardo trite e ritrite è molto difficile, ci proverò senza alcuna pretesa, se non quella di mettere a fuoco alcuni nuclei del romanzo che mi sembrano centrali.
Diciamo l’essenziale: la grandezza di questo romanzo è nella mancanza di un’idea eclatante intorno a cui muove il libro, come invece avviene in Sottomissione o in altri precedenti testi dell’autore; la serotonina e il farmaco che l’attiva sono al massimo dei coprotagonisti che accompagnano ma non determinano lo svolgimento della trama e lo stesso vale per il contesto storico-sociale: i tanto pubblicizzati scontri che anticiperebbero la protesta dei gilet gialli, l’impossibile ritorno dell’aristocrazia agraria a protezione dei contadini o l’elogio della politica turistica di Francisco Franco. Questo vuoto, che diventa una vera e propria sospensione per ridefinire e aprire un nuovo spazio narrativo, permette l’emergere del nucleo forte del libro: l’amore, nelle sue diverse manifestazioni attraverso la memoria. C’è qualcosa di profondamente lancinante e commovente in Serotonina, c’è un sentimento e un dolore dell’esistenza che mozza il fiato, anche nei momenti grotteschi e comici, in alcuni passaggi è così devastante che se il lettore se ne lascia trasportare corre il rischio di uscirne, a una lettura attenta, trasfigurato. Lo dico senza esagerazione. Questo libro è al tempo stesso una Ricerca del tempo perduto e una Memoria del sottosuolo contemporaneo, in cui anche il sarcasmo e il cinismo, che certo non mancano, sono funzionali ad una esplorazione profonda, al tempo stesso partecipe e disincantata, dell’esistenza. Ricerca guidata sempre da un linguaggio di una chiarezza estrema, che rasenta la laconicità, senza rinunciare alla sua dimensione dirompente e al tempo stesso rivelativa, in alcuni passaggi autenticamente epifanica. Il protagonista Florent-Claude Labrouste, agronomo al Ministero dell’Agricoltura, è un quarantaseienne allo stadio terminale della sua esistenza, non per qualche malattia inguaribile, se non per l’unica malattia veramente inguaribile: la vita.

Le persone costruiscono esse stesse il meccanismo della propria infelicità, caricano al massimo la molla e poi il meccanismo continua a girare, ineluttabilmente, con qualche intoppo, qualche rallentamento se s’intromette la malattia, ma continua a girare fino alla fine, fino all’ultimo secondo.

La vita, senza neanche la necessità di eventi eclatanti o tragici, lo ha spezzato, lo ha prosciugato, lo ha sfinito. La narrazione, in prima persona, parte dal rapporto che il protagonista ha con la sua compagna giapponese di vent’anni più giovane di lui, con cui convive da due anni, di cui scopre, che oltre a divertirsi in varie gang bang e a farsi penetrare da cani di diverse razze, in fondo non sta aspettando altro che la sua morte per poter godere della sua agiatezza economica; queste scoperte lo portano a decidere di sparire abbandonando sia la compagna che il lavoro e a rifugiarsi in un hotel di un arrondissement periferico di Parigi, dotato di stanze per fumatori, merce ormai più che rara nella furia salutista della nostra società. Per combattere la depressione, per sopravvivere alla vita e a se stesso, Florent (il primo nome è quello che detesta di meno dei due che i genitori gli hanno affibbiato) necessita, oltre che delle massicce dosi di caffeina e nicotina, di un nuovo farmaco, il Captorix, che favorisce la produzione di serotonina e che lo aiuta a svolgere ‘egregiamente’ le funzioni elementari dell’esistenza, e che rispetto agli altri antidepressivi non porta a manie suicide o autolesionistiche, ma ha la controindicazione di inibire la produzione di testosterone e quindi di portare all’impotenza, il sesso per lui ormai è un relitto del passato. Il dottor Azote, eccentrico medico di base a cui si rivolge Florent e che gliel’ha prescritto, è nel libro l’unico personaggio che cerca di aiutarlo concretamente. Nel corso della narrazione il protagonista incontra tre alter ego, uno è proprio il dottor Azote, che comprende a fondo lo stato d’animo di Florent e per questo non se ne fa coinvolgere e, dietro un apparente distacco professionale, fa trasparire una profonda solidarietà umana che lo spinge a suggerirgli di andare in Thailandia e a dargli dei numeri di telefono di alcune escort che potrebbero aiutarlo, perché, secondo la sua diagnosi, Florent sta letteralmente morendo di tristezza. L’altro alter ego è l’amico dei tempi dell’università Aymeric, appartenente a un’antica famiglia nobiliare, che Florent va a trovare dopo anni nella sua tenuta in Normandia, trasformata in azienda agricola. Aymeric è sull’orlo del fallimento, come tutto il settore agrario della regione, che lo stesso Florent come funzionario del ministero avrebbe dovuto tutelare dagli effetti della globalizzazione dei mercati, ma che dalla sua posizione è del tutto impossibilitato a fare, né riesce a suggerirgli con convinzione una reale via d’uscita. Aymeric, abbandonato dalla moglie, decide un ultimo gesto disperato, dando vita a un blocco stradale dall’esito tragico, una moderna jacquerie guidata da un nobile disperato che ha giusto l’eco di qualche giorno nelle news dei tg e nei dibattiti dei social. L’incontro con il pedofilo, terzo alter ego, cliente dei bungalow della tenuta di Aymeric, di cui Florent scopre il ménage con una ragazzina, lo costringe a confrontarsi con ciò che potrebbe essere e fare e che, non per remore morali ma per mancanza di forza, non riesce a compiere: sacrificare la vita di un bambino per realizzare il suo impossibile desiderio. La depressione, che lo porta sempre più spesso a stati quasi catatonici, per alcuni momenti si è manifestata in un stato frenetico di agitazione, animata da un proposito omicida, per poi ritornare a uno stato di paralisi. E qui giungiamo al cuore emotivo, all’idea centrale del testo: la presenza dell’amore e la possibilità della felicità nella vita dell’uomo, che nel caso di Florent si manifestano nelle donne che ha avuto e che in un modo o nell’altro ha perso o lasciato andare senza far nulla per trattenerle, in particolare Kate e, soprattutto, Camille, e che ora cerca di riesumare dal passato attraverso atti disperati ma, soprattutto, attraverso un esercizio della memoria che si fa sempre più difficile, più labile e compromesso, come dimostrano i ricordi imprecisi o la confusione cronologica, ma che continua a non dargli tregua.

Il mio cuore fu strizzato da una contrazione dolorosa, i ricordi tornavano senza tregua, a ucciderti non è il futuro bensì il passato, che torna, ti tormenta, ti scava ed effettivamente finisce per ucciderti.

Il passato è il peso più grande, è ciò che annienta anche quando la memoria è sempre più labile e compromessa, perché è ancora, prima del buio definitivo, capace di cogliere dal passato momenti di felicità che nel presente si trasformano in dolore lancinante o in struggente nostalgia.

La sua borsa, di un rosso intenso, è poggiata accanto a lei sull’erba. Inginocchiata davanti a me, ha preso in bocca il mio sesso, le sue labbra sono strette a metà del glande. Ha gli occhi chiusi, ed è così concentrata su quella fellatio che il suo viso è privo di espressione, i suoi lineamenti sono di una purezza assoluta, non ho mai più avuto la possibilità di vedere una simile rappresentazione del dono.

In questo passaggio si può riscontrare il vero elemento pornografico del libro e dell’intera scrittura di Houellebecq, che non è tanto nel sesso descritto esplicitamente e in maniera compiaciuta, ma è soprattutto nel dettaglio, nella singola immagine che nella sua precisione si fa totalità, forma, assoluto, ma senza un significato ulteriore che restituisca un senso alla realtà. In tale prospettiva il dettaglio di una fellatio può essere l’unico accesso a un’autentica dimensione amorosa, in cui l’amore rompe la gabbia della necessità egoistica della vita sociale e si fa puro dono. Chi si preclude la strada alla pornografia per una forma di malinteso moralismo si preclude la possibilità, unica nella nostra epoca, di accedere all’amore nella sua misteriosa gratuità. Il vero amore è nel muto assenso dei corpi, che si fanno, anche solo per un istante, Uno, senza bisogno di parola, di per sé divisiva e lacerante. Qui è approfondito e portato alle estreme conseguenze, con una maturità non prima raggiunta, la tematica amorosa di La possibilità di un’isola, ma quel che allora era ancora, seppur remota, possibilità, l’amore dei corpi che si uniscono, il bene che si scopre esistente e possibile seppur disperso nella visione di un futuro distopico, qui diventa abisso del passato, ciò che è stato, ma non è e non sarà, ferita immedicabile, eternità muta e indecifrabile.
Attraverso la catabasi anamnestica di Florent, e la sua tardiva consapevolezza che al di fuori dell’amore di coppia non vi è nulla, Houellebecq non descrive una società che sta tramontando e decadente, ma una società già tramontata e decaduta, una civiltà postuma che sopravvive a se stessa e i cui cittadini sono dei non morti che hanno perso qualsiasi reale motivo per vivere, se non una coazione a ripetere di gesti che si fanno, nonostante la complessità tecnologica in cui sono immersi, o forse proprio per questo, sempre più elementari; i desideri, che sono ciò che fa l’uomo uomo e che lo distinguono dagli altri esseri viventi, si stanno trasformando in meri bisogni. Lo stesso interesse ossessivo per la cucina che pervade i mass media e quindi le nostre vite è il sintomo di una regressione alla fase orale, in cui si è solo quello che si ha, per usare la formula del “buffone viennese”, come Houellebecq definisce Freud. Insomma la nostra civiltà, nel referto clinico houellebecquiano, non è moribonda ma postuma, composta da monadi di non morti che si aggirano per le strade, negli hotel, per i centri commerciali per automatismi primordiali o per riflessi condizionati senza senso. L’unico privilegio che i protagonisti di Houellebecq conservano, rispetto alle altre persone, è la disincantata e disperata consapevolezza di tutto questo e la residua volontà di sottrarsi, per quanto possa essere difficile e atroce, alla ruota della tortura della speranza, conquistare uno spazio bianco, asettico, nitido in cui finalmente finire.

Non credo di sbagliare paragonando il sonno all’amore; non credo d’ingannarmi paragonando l’amore a una sorte di sogno a due, certo con brevi momenti di sogno individuale, piccoli giochi di congiunzioni e incroci, ma che comunque permette di trasformare la nostra esistenza terrena in un momento sopportabile – ed è anche, a dire il vero, l’unico modo per riuscirci.

Il sogno dell’amore, se mai c’è stato, è finito, Florent non n’è stato all’altezza e per questo merita di morire e per questa fine, per questo fallimento, la vita è ancor più insopportabile, non resta che trarne le conclusioni, non resta che stilarne il referto.

Adesso mi voltavo e mi accorgevo che la vita era finita, ci era passata accanto senza mai farci davvero dei gesti evidenti, poi aveva raccolto le sue carte con discrezione ed eleganza, con garbo, e si era semplicemente allontanata da noi.

In questo atteggiamento Florent sembra raccogliere il testimone di un suo lontano precursore, di Frédéric Moureau, protagonista de L’educazione sentimentale, che nella scena finale del libro, parlando col suo amico Deslauriers, si rende conto che non hanno avuto di meglio nella vita di una visita fallita al casino quand’erano ragazzi e poi l’amore e la vita sono sfuggiti via. La medesima cosa accade a Florent che è chiamato a scrivere l’epitaffio della sua diseducazione sentimentale, che non cerca neanche il conforto di un’amicizia e si chiude in un’anonima casa, in una disperata e asettica autosufficienza in attesa di morire, senza nessun conforto, se non quello di alcune foto appese al muro (parodia domestica di una bacheca di Facebook, prigione della nostra solitudine nevrotica), come un altare narcisistico al suo passato irrimediabilmente perduto, rifiutando qualsiasi concessione alla speranza, fosse anche quella estetica della contemplazione del bello, come invece avviene nelle letture che accompagnano i suoi giorni. Anche la bellezza, nella sua consapevole illusorietà, non può porre rimedio all’irrimediabile, per chi ha fatto esperienza della felicità e ha assistito alla sua fine c’è solo ‘il crollo dell’armatura molecolare’ e la morte.

Ho conosciuto la felicità, so cos’è, posso parlarne con competenza, e conosco anche la sua fine, ciò che ne deriva di solito. Un solo essere ti manca e tutto è spopolato, come diceva quell’altro, ma il termine ‘spopolato’ è proprio debole, vi si sente ancora un po’ del suo XVIII secolo del cavolo, non vi si trova ancora la sana violenza del romanticismo nascente, la verità è che un solo essere ti manca e tutto è morto, il mondo è morto e sei morto tu stesso.

Eppure – come traspare dalla considerazione finale del libro, che volutamente non riporto – aldilà di qualsiasi impossibile salvezza individuale o collettiva, attraverso un gesto o un sacrificio, che però non può venire da noi stessi, è possibile ricordare a noi uomini che dei segni esistono e ci mozzano il fiato, ma dovremmo rinunciare alle nostre illusioni di libertà e autodeterminazione per comprenderne l’enigmatica portata prima di morire.

© Francesco Filia

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