Giorno: 15 gennaio 2019

Gli Arcani maggiori #9: L’EREMITA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Eremita, carta del raccoglimento.

Prima di trasferirsi definitivamente vuole vedere l’isola.
È una giornata di novembre, prende un traghetto quasi deserto sotto la pioggerellina, il mare è leggermente mosso da un vento costante e pieno, si vede che c’è un temporale, poco più in là, lui non è mai stato in grado di vedere la cortina di pioggia che tutti gli hanno sempre indicato all’orizzonte ma sa riconoscerne altri segni, come l’odore improvviso di funghi e la consistenza del vento che si muove prima di scomparire all’improvviso, e far piovere.
Ha il cappuccio e si appoggia alla battagliola di prua, perché non gli va di sedere all’interno del traghetto. Gli va di vedere arrivare l’isola da lontano. Le isole, in realtà, gli danno fastidio, perché non c’è modo di andare via, anche il traghetto che adesso lo sta portando ripartirà subito e non tornerà prima del pomeriggio, perché non è la stagione turistica e fa solo servizio viaggiatori per i residenti dell’isola. Risiedere su un’isola deve trasformare il pensiero, pensa. Definire con più incisività l’idea di perimetro. Costringere a uno stacco netto tra il proprio e l’altrui, tra il qui e l’altrove. E dipendere dal capriccio del mare, che in qualsiasi giorno può essere abbastanza grosso da obbligare a confinarsi o trovarsi esiliati dal proprio luogo. (altro…)

Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere

 

Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere. Prefazione di Valentina Meloni, Caosfera Edizioni 2018

di vita discorremmo,
dunque d’amore
(amc)

 

Mi piace immaginare l’universo delle parole poetiche come esplosione di varietà di luoghi, conformazioni e specie: il riparo delle ‘stanze’, la policromia dei giardini, i confini e i varchi delle soglie, e ancora fonti, canali sotterranei, grovigli di lamiere e spuntoni di rocce, balconi fioriti e terrazzini abbandonati con tettucci di plastica smangiucchiata, ciuffi d’erbe odorose impertinenti nel paesaggio arrugginito di uno sfasciacarrozze. Luoghi, conformazioni e specie che attraggono per incanto, oppure, al contrario, per attrito, che avvinghiano, che urtano, che sostentano, che svuotano.
Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio è il libro di poesie che, con un’aspirazione che correva avanti alla coscienza, attendevo da tempo. Nell’universo delle parole poetiche è la promessa, che, qui realizzata, si manifesta con impeccabile chiarezza, quasi fosse la prima volta. È la promessa dell’angolo della conversazione che non teme per la propria esistenza, perché sa resistere, guardando di volta in volta in faccia “l’ostile”, all’aggressione, al contesto, al lavorio della disgregazione.
A dispetto di interruzioni e lontananze, anche se scaraventata in luoghi e in tempi aspri e arcigni, è conversazione che accoglie, ascolta, canta, sorride, esamina e rilancia, tanto da rendere sempre vivo e nuovo il fluire di contributi dall’una e dall’altra parte. A chi legge la scelta, di verso in verso, di testo in testo, dell’adesione per intima affinità, dello stupore della scoperta, della contemplazione attiva.
Centrale – vessillo e simbolo della poetica di Anna Maria Bonfiglio in questa sua raccolta – mi sembra allora il componimento Discorsi, sia per la struttura e l’articolazione, entrambe distese e allo stesso tempo animate da un desiderio di interlocuzione, sia per un dettato poetico che alterna i tempi verbali del presente e del passato remoto, della constatazione e della rievocazione, in una convivenza – di tanto vivere, sì! – di lucidità e di incanto: «e scrivere di te è pozzo e luna/ ora che un atroce medioevo/ ringhia furore sui deserti giorni». (altro…)