Anna Bertini, Fuori il silenzio ad ombra (rec. di Patrizia Sardisco)

Anna Bertini, Fuori il silenzio ad ombra, Caosfera 2018

Un cosmopolitismo che si riflette in poesia non soltanto perché vi trascorre l’esperienza concreta dell’autrice ma perché contribuisce a generare e a forgiarne lo sguardo e le distanze dalle quali la realtà è traguardata, il suo modo originale di abitare il mondo. E poi un sottofondo di cura civile e di consapevolezza storica: questi nodi, che mi appaiono cruciali nell’ultimo libro di Anna Bertini, Fuori il silenzio ad ombra, Caosfera 2018, mi hanno portato più volte a chiedermi se l’autrice riconosca alla Poesia (alla sua in particolare, ma direi che la questione possa esser posta anche in termini più generali) la possibilità di spingersi fino a oltrepassare la soglia dell’impegno o se il respiro etico di certi versi rimanga sempre al di qua, entro il confine di una pur lucida presa d’atto ma tutto interno al proprio individuale attraversarsi. La Poesia, in altri termini, guarda alla Storia per dire il sé del poeta o vi sprofonda le mani per farsi azione attraverso la parola? Oppure abita un luogo intermedio tra questi estremi? Certo è che di soglie, di confini, di passaggi e di infiltrazioni questo libro si fa annuncio fin dalla prima pagina, e se è vero, come scrive  Anna Maria Bonfiglio nella nutrita prefazione, e come anch’io ritengo, che nel titolo di un’opera se ne ritrova buona parte dell’identità, soffermarvisi appare un passaggio non soltanto utile ma quasi ineludibile.

Ed è proprio considerando il titolo che si impone immediato un incaglio, un sobbalzo logico, per il gioco condotto da quel “ad ombra” che oscilla tra il complemento di modo, quando teniamo conto della sua scrittura, e il verbo (il tempo presente del verbo adombrare) se invece lo cogliamo in un’unica emissione di suono e dunque di senso. Immediatamente, quindi, siamo condotti in un luogo interno rispetto al quale si percepisce un fuori da cui preme un silenzio che scherma un eccesso di luce, che offre un riparo, che si dispone suggestivamente “ad ombra”, pergola che se saputa coltivare darà tralci e ombrosi pampini ma, al tempo stesso, quel silenzio è ciò che può dar frutto poiché è ciò che suggerisce, ciò che allude, ciò che accampa ipotesi, insinua, come per ulteriore conferma viene chiarito nel testo Strabismi in cui il silenzio è ciò che, appunto, adombra una “verità scritta su vetri opachi”. Il silenzio, che altrove  è indicato come ciò che si ambiva possedere, che si è violato e ha tradito, il silenzio che adesso deride “tra le righe e le rughe”,  sembra dunque farsi testimone del mutare dell’ascolto attraverso la cortina del tempo e, dall’altro lato, del differente grado di trasparenza di quello che nell’attraversare è dato vedere, poiché “Fin dove vedi tutto è mutabile” e “la polvere è il velo che ti appanna/dove qualcuno vedeva la manna”.

Sin dalla prima delle quattro sezioni in cui il libro è suddiviso (LUTTI, SGUARDI, SCHERZI, VARIAZIONI, più la sezione VISITAZIONI che contiene una poesia dedicata all’autrice dal poeta Michele Paoletti e un contributo del musicista Vincenzo Fantacone) risulta subito evidente che la moltiplicazione dei punti di visione, di prospettive, di significati, è gioco caro ad Anna Bertini, che sembra affidare la propria poesia a versi dalla superficie oleosa, prismatica (non casuale, mi appare in tal senso la ricorsività dell’aggettivo “cangiante” in più di un componimento); a versi in cui le parole – che, come tiene a ricordarci Bertini attraverso Caproni, terremo in guisa di  “traghetto” – si prestano a repentini cambi di traiettoria, offrendo salti logici e voluti slittamenti che traducono lo spaesamento del viaggio: “rumore come di freni/ rotti – slittano i passi/ incerti, ovunque si vada”.

Ma perché proprio a Caproni l’autrice affida l’apertura di ciascuna sezione? Quale ufficio è attribuito da Bertini alle puntute poesie di Caproni se non quello di adombrare, alludere, fornire un segno, una direzione per il nostro attraversare il libro? E quale debito è riconosciuto al maestro se non certe inquiete dislocazioni del discorso insieme a una musicale ricerca di levità che sembra voler dissimulare il patetismo ineludibile che caratterizza l’esistenza? La poesia di Fuori il silenzio ad ombra si dipana attraverso una versificazione che se, da una parte e al contrario di quanto avviene in Caproni, si guarda bene dal darsi gabbie formali eteronome, che non siano cioè dettate da una propria, originale e insistente musicalità interiore, dall’altra e come il grande maestro livornese, non esita a fare ampio uso di rime che mostrano il vettore, la direzione di forza che la poesia di Anna Bertini assume mettendo in tensione le nubi elettriche delle parole sempre attentamente innestate e innescate. Rime, consonanze e assonanze in cui gli accostamenti generano corto circuiti capaci di evocare immagini e significati inattesi e chiarificatori circa la psicologia che soggiace alla scrittura: ne sono esempi le coppie lama/ama; appartamento/Rinascimento; passioni/dimensioni; appanna/manna; fino al binomio antinomico passioni/ragioni. Queste ultime due parole, poste in chiusa alla medesima poesia, prima l’una e poi l’altra come una corrente alternata, ne divaricano il senso duplicandola, generando due diversi testi e inducendo a considerare agli opposti come coppie ribaltabili in cui ciascun polo implica l’altro.

Il gioco di specchi, lo sguardo che di rimando rivela, mostra in definitiva anche il gioco tra vita e poesia, tra il sociale e il privato, tra un desiderio di radicamento, di sosta, di immobilismo quasi letargico nella perfezione dell’istante di agognata quiete e un inquieto migrare, attraversare, scavare, portarsi “oltre sempre”, “ammaestrati/ a cercar nuovi anni/ nuovi almanacchi/ nuovi cassetti”. E “l’abbraccio umido di nebbie” che raccontano per accumulazione “rami chiome scorze licheni ecosistemi”, insieme con le corti, le coltri, i coltroni, i pastrani sembrano alludere al potere della Poesia di rendere “visibile nella trasluce” ciò che la vita tenderebbe a ricoprire e sistematizzare, e “ogni orrore umano”: Poesia che dice per agire, dunque, vita attiva.

© Patrizia Sardisco

 

Masada, 2003

Attraversare i territori e vedere fuori niente.
Pure vive la gente con le capre,
sulle pietre, sugli argini, nei crateri.
Come possono volare i pensieri,
rinchiusi dietro un guard–rail.
Dove guardi bambino – stai per mano a un fratello,
più grande e già più solo, livido nel cuore.
Ti lascerà andare un po’ più avanti
e si farà saltare col tritolo.
Così anche tu diventerai
più solo di lui, e più cattivo, ma vivo,
vivo per giustificare la morte.

Di là da quelle dune pietrose
son risorte, dalle bende, le carni di Lazzaro,
e avanti è morto anche il mare, qui,
dove la vita è sale e brucia le ferite.
Ragazzo, prendi un agnello e vai sul monte,
non sacrificare nessuno, alza gli occhi al cielo:
la polvere è il velo che ti appanna
dove qualcuno vedeva la manna.

 

Primi Mesi

In questi mesi bruti
la luce è impaurita.
È facile trovare
in loro mano
la falce della morte –
di solito celata nel pastrano.

Stecchita è la natura:
magre braccia
che stringono il nulla
anelano i rami della gemma
che si attarda,
riflettendo della nascita
il dilemma.

La materia è nera matita
e traccia segni spessi
sulla carta e la strada.
Rumore come di freni
rotti – slittano i passi
incerti, ovunque si vada.

 

Nebbie rivelatrici

Non velare ma rivelare è il mio mestiere:
nell’abbraccio umido di nebbie si raccontano
rami chiome scorze licheni ecosistemi.

Fin dove vedi tutto è mutabile:
dietro le mie corti si placa la differenza,
resta la sembianza pura e dura,
quella capace di trasmettere tensione,
quella che non ha ragione ma dovere:
l’essere senza volere.

 

Strabismi

Cosa vedi quando non guardi
cosa pensano invece gli occhi
se fuori il silenzio adombra
la verità scritta su vetri opachi.

Vedi i sentimenti prendere corpo
nei tratti violenti, nei grumi di colore,
nei pigmenti.

Vedi un viso – arcano di armonia –
portare dentro l’essenza della forma.

 

Vità

La vità alla francese è un minuetto,
oppure un valzer stanco. Talvolta
un vecchio tango col casqué.
Come si casqué in basso piano, lento:
ci piango mentre in languido declino
mi trovo faccia a terra sul parquet.
Ma son ciaccone e gighe e troppe
voglie che fanno del mio umore
sarabanda; e sempre quando poi
passa la banda non resta che affogarle
nel bignè. E già mi pento e penso
al giro vita, o forse dovrei dire la vità
che solo con francese levità
riesco a volteggiare nelle danze;
ma sola qui, al riparo delle stanze
che son della mia vita il varietà.

 

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