Tutti i post di Natale #10: Francesco Sassetto, Xe sta trovarse

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente fa pensare alla poesia del muranese Andrea Longega.
Solo sette poesie compongono Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017), la più recente pubblicazione di Francesco Sassetto; un piccolo ciclo, un minuto canzoniere d’amore. Una ‘catena’ di componimenti d’amore che raccolgono in sé la profonda conoscenza del genere erotico da parte del poeta, che non ha certo bisogno di presentazioni.
In anni di poesia preconfezionata, e pronta a dire al lettore (quale?) ciò che vuole o vorrebbe sentirsi dire, poesie come queste danno l’idea di un altro versante della poesia che vede ancora il poeta disposto a spogliarsi di ogni abito e raccontare, testimoniare in versi la vita per ciò che è, non nascondendo qualche desiderio per il futuro, perché l’amore è anche un continuo guardare avanti, proiettare sé stessi in quel domani infinito, tempo dilatato dell’amore. Ma Sassetto ci tiene ancorati al presente, ci chiede – perché l’ha chiesto a sé prima che agli altri – di guardare il quotidiano con gli occhi di un innamorato maturo, e chiede di ascoltare le parole scarne di quest’amore, che non inventa immagini memorabili; no!, si àncora ai gesti minimi che valgono più di un “ti amo” abusato, perché il poeta porta sulla carta l’amore quasi insperato, quello che colpisce due adulti che per un attimo, forse, prima di incontrarsi, avevano anche smesso di credere che la vita – o il fato – avesse riservato loro un nuovo dardo, e che ora si sono messi a costruire il proprio domani con quelle pietre che calpestano ogni giorno per rincontrarsi nelle proprie stanze. È un sentimento reale, domestico (mi si passi il termine), questo raccontato da Sassetto; un sentimento nel quale non è difficile ritrovarsi un po’ tutti.

© Fabio Michieli

Xe sta trovarse

par caso o chissà, xe sta vèrzar un buso
fra grumi de spini e bronse ancora
infogàe, rifarse, ris-ciàr, lassàr
le cale da far ogni giorno vardando le pière
el vodo de le sere senza man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema
come ’na sorte
un destìn inciodà dentro in gola.

E contarse a tochi, a bocòni, sinquant’ani passài
ne l’ora che i bar se destùa, le ombre se slonga
e coverze i oci, le man se serca
par dir qualcossa che la vose no dise.

E po’ métar pian un matón sora l’altro e semento
e védar che tien, che vien su
e ’ndàr insieme par i campi
svodài de un genaio ingelà, tra basi e barufe,
e ’ndàr vanti, scampàr indrìo e po’ ’ncora vanti

e ’na to magiéta nel comò a casa mia gera za el sogno
belo de ’na vita nova che ciapava fià, ’na promessa
par tuti i giorni a vegnìr
tuto el tempo che resta.

E ti ridevi alòra e ridevo anca mi come ride
i putèi a ’na festa.
E desso mi e ti a caminàr su la Riva a vardàr
le Grandi Navi che passa e i foresti
che ride e ghe fa le foto, ’sta nostra cità
desfàda da la furia de i schèi

e tornàr casa par le cale sconte, le man strete
ne le man a no pèrdar i passi nel scuro,
tegnìrse saldi qua che tuto bala imbriàgo

ma a volte se verze slarghi impensài
che s-ciàra i oci de luse improvisa
e te dise la strada
come solo la vita sa far.

È stato incontrarsi
per caso o chissà, è stato aprire un varco/ in un groviglio di spine e braci ancora/ roventi, rifarsi, rischiare, lasciare/ le calli da fare ogni giorno guardando le pietre/ il vuoto delle sere senza mani e parole,/ la tristezza avvinghiata all’anima/ come una sorte/ un destino inchiodato nella gola.// E raccontarsi a pezzi, a brandelli, cinquant’anni passati/ nell’ora che i bar si spengono, le ombre si allungano/ e coprono gli occhi, le mani si cercano/ a dire qualcosa che la voce non dice.// E poi mettere piano un mattone sull’altro e cemento/ e vedere che tiene, che sale/ e andare insieme i campi/ svuotati di un gennaio di gelo, tra baci e litigi,/ e andare avanti, scappare indietro e poi ancora avanti/ e una tua maglietta nel comò a casa mia era già il sogno/ dolce di una vita nuova che prendeva forza, una promessa/ per tutti i giorni a venire/ tutto il tempo che resta.// E ridevi allora e ridevo anch’io come ridono/ i bambini a una festa.// E adesso io e te a camminare lungo la Riva, a guardare/ le Grandi Navi che passano e i turisti/ che ridono e fanno le foto, questa nostra città/ disfatta dalla violenza del denaro// e tornare a casa per le calli nascoste, le mani strette/ nelle mani per non perdere i passi nel buio,/ tenerci saldi qui dove tutto ondeggia ubriaco// ma a volte s’aprono spazi impensati/ che schiarano gli occhi di luce improvvisa/ a dirti la strada// come solo la vita sa fare.

Xe tuta ’sta pióva

che ne casca dosso, ti vedi, ’na pióva
de sighi, de man che ne tira e reména
de qua de là come i fiòi ciàpa a peàe
le latìne vode che se sbréga
su le pière, tanti pensieri e
tute ’ste corse su e zo, tante robe
da far che se ingrùma, se ingròpa
una sora de l’altra
e ne cava el fià.

’Sta pióva grossa, nera che vien zo
da tanto, ’na scravassàda che ne
destùa la vogia de rìdar
ogni tanto, de zogàr
de far l’amor.

E ti piansi, lo so, ti tasi e ti vardi fora
dal balcòn se se verze ’na s-ciànta
de sol anca par noiàltri do

quel sol che sùga el pòcio da le pière,
che scalda le man,
e impìssa i oci.

Vien qua, amor, vissìn de mi, vien qua
che te coverzo co i brassi.

È tutta questa pioggia
che ci cade addosso, lo vedi, una pioggia / di grida, di mani che ci afferrano e ci trascinano/ di qua e di là come i ragazzini prendono a calci/ le lattine vuote che si schiantano/ sulle pietre, tante preoccupazioni e/ tutte queste corse su e giù, tante cose/ da fare che si accumulano, si accavallano/ una sull’altra/ e ci tolgono il respiro.// Questa pioggia greve, nera che cade/ da molto tempo, un rovescio/ che ci spegne la voglia di ridere/ qualche volta, di giocare/ di fare l’amore./ E tu piangi, lo so, taci e guardi/ dalla finestra se si apre un poco/ di sole anche per noi due// quel sole che asciuga le pietre dal fango,/ che scalda le mani,/ e accende gli occhi.// Vieni qui, amore, vicino a me, vieni qui/ che ti copro con le mie braccia.

 

 

*Nota: L’articolo, a cura di Fabio Michieli, è stato pubblicato su Poetarum Silva nel mese di giugno 2018

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