Tutti i post di Natale #9: Francesca Melandri, Sangue giusto

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. Questo non è accaduto e sappiamo bene che fine ha fatto Mu’ammar Gheddafi. Ci ha pensato Francesca Melandri che a partire da quell’agosto del 2010 e attraverso piccoli punti di memoria tangibili di una realtà “mediatica” di cui avremmo fatto a meno (la presunta nipote di Mubarak per esempio), ma che ci impediscono di perderci, ci guida lungo l’epopea della famiglia Profeti attraverso la storia scomoda e dolorosa di una metà del secolo scorso che ha lasciato strascichi inevitabili e conseguenze che non possiamo dimenticare o mettere da parte quando parliamo dei fenomeni di immigrazione. Gli stessi protagonisti del libro, unici elementi di fantasia, appaiono schiacciati da una storia che li rende quasi burattini: dialoghi, movimenti, decisioni, strategie, sembrano rallentati, inidonei, fuori tempo davanti a una storia che nella superba ricerca documentaria della Melandri diventa un fardello enorme. Quindi se delle guerre coloniali ricordate a malapena “Faccetta nera” (censurata dal duce stesso perché sembrava potesse inneggiare all’unione inter-razziale) ma non conoscete “Chi se ne frega delle sanzioni” cantata da Maria Uva, se non sapete chi è stato Lidio Cipriani e che ruolo hanno avuto i suoi studi antropologici nella definizione delle leggi razziali e della guerra in Etiopia, se volete assicurarvi una volta per tutte delle diverse efferate violenze fatte sulla popolazione etiope maschile e femminile, come già emersero da diverse accuse fatte a Indro Montanelli, se vi incuriosisce la storia di Lugo di Romagna e di Francesco Baracca, ma anche la vera storia di Rodolfo Graziani; ecco questi possono essere motivi stimolanti per la lettura di questo libro. Come fu per Eva dorme (libro per me imprescindibile se si vuol parlare di “cittadinanza”) anche qui i protagonisti sono pedine di una storia che è già cominciata e che continua, ma in questo caso altrove, oltre il mare e si ripresenta così improvvisa e vivida in un pomeriggio di agosto del 2010 (Gheddafi è appena arrivato in quel di Roma), sul pianerottolo di un palazzo dell’Esquilino.

Francesca Melandri, Sangue giusto, Rizzoli 2017

*Nota: articolo a cura di Jacopo Ninni pubblicato su Poetarum Silva nel mese di settembre 2018

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