Mese: gennaio 2019

Loredana Magazzeni: poesie edite e un inedito

A Marilyn, sulla bellezza

Penso che le donne belle servano ad essere esibite.
Avanzano come ambulanti trofei.
Io sono contro la bellezza, ha rovinato troppe vite.
La bellezza mi ha reso schiava
perché credevo di non possederla.
Chi ama la bellezza non ama se stessa
perché si guarda in uno specchio deforme
e deforma lo specchio della propria esistenza.
Il confronto con la bellezza è spreco di sé.
Essa si insinua a distruggere
a dire la perdita e mai l’amore
con cui ogni giorno accudisci e rinforzi
la tua vera umanità ineguagliabile
che non sa sorridere della bellezza che possiede.
La bellezza è sempre uguale a se stessa.
Rigida e fredda come una statua greca
congelata nell’eternità di un sorriso.
Tu che muovi le labbra invece puoi
modulare un’ampia gamma di sorrisi
davanti ad occhi che sanno lo sguardo
irriverente e libero del vero amore di sé.

*

Alcune persone non sanno dire noi.
Saranno stati figli unici nelle loro costellazioni
familiari. Io ho tre fratelli e una sorella.
Nella mia casa non si stava mai soli.
Anche la casa non restava mai sola.
Ognuno entrava a tutte le ore.
Era scortese non gioire di una visita.
Poi vennero gli anni Settanta,
le donne, gli amici
dell’Università.
Vestivo coi fiori e gli zoccoli
ascoltavo Cat Stevens e ti ammiravo, Marilyn.
Il mondo che vedevo mi sembrava
il migliore possibile. Non avevo il
coraggio di parlare.
La città si improvvisava
amica.
Dire noi voleva dire
cambiare. Eravamo piene di sogni.
Non ci immaginavamo vecchie.
Nessuno di noi poteva mai invecchiare.
Questa era la bellezza.
Anche tu, Marilyn, non sei invecchiata mai.

.

Da Gruppo ’98 poesia, In dialogo. Vent’anni di poesia 1998-2018, qudu editore, 2018

* (altro…)

Bésame mucho e la questione dei rapporti tra vita e arte – di Stefano Brugnolo

 

 

Io, come altri, credo che la biografia conti poco per spiegare la bellezza, grandezza di un testo artistico, e che non è affatto vero che l’opera rispecchia la vita di chi l’ha composta. Voglio dire che l’autore di un testo parte sì dalla sua esperienza, dalla sua vita, parte da quel che è e fa, inevitabilmente, ma parte anche e soprattutto da quel che non è, e non fa, ma che magari vorrebbe e potrebbe essere e fare. E comunque da dovunque parta, qualunque sia il suo materiale di base poi l’artista ci “fa cose”, e cioè lo modifica e deforma, lo rovescia e trasfigura. Solo così quella che altro non sarebbe se non una espressione, una confessione personale, può diventare un testo dal significato universale, interessante potenzialmente per tutti. Scrivo tutto questo subito dopo aver appreso, ascoltando un telegiornale, che uno dei capolavori assoluti della musica leggera che ancora si consuma come il pane è stato scritto nel 1941 da una signora che si chiamava Consuelo Velásquez ed era messicana. Consuelo Velásquez!? e chi la conosce? Sospetto in pochi, eppure la conosciamo tutti intimamente, siamo entrati tutti in stretta relazione con lei, perché tutti abbiamo sentito e magari intonato quella canzone, che a suo modo è un capolavoro, fatto con poco, di poco, come sempre accade con i capolavori popolari, fatto di poche strofette e pochi semplici e meravigliosi versi ripetuti “Bésame, bésame mucho, /come si fuera esta noche la última vez…” Che magari saranno anche versi facili e che però musicati in quel modo da Consuelo ti arrivano diritto e dentro al cuore. Tant’è vero che se anche è stata tradotta in cento lingue, anche se è stata cantata, variata, modulata da mille cantanti, e canticchiata e stonata da milioni di uomini e donne, però è pur sempre rimasta quella canzone lì, che era di Consuelo e che è poi è diventata di tutti, e di nessuno. Cioè essa come tutti gli oggetti artistici perfetti cambia continuamente a seconda dell’epoca e del mood con cui l’artista la interpreta e l’ascoltatore la ascolta, e però resta sempre meravigliosamente se stessa. Tant’è vero che quel bésame, bésame mucho – un verso perfettamente bisessuale adatto a tutti i tipi d’amore – è sempre rimasto tale e quale in qualunque lingua si canti la canzone (kiss me, kiss me much, rovinerebbe tutto). Ma non è questo il mio punto, il mio punto è che a quanto pare una volta in una intervista Consuelo, la Consuelo tarda se non estrema, che però all’epoca della canzone era una pianista classica poco più che ventenne, dall’aria di ragazza timida e per bene, la vecchia Consuelo, dicevo, dichiarò che quando scrisse quella canzone non aveva mai baciato nessuno! Ci si pensa? Uno avrebbe pensato che lei fosse una esperta baciatrice e amatrice, e che in quel suo struggente “come se fosse stanotte l’ultima notte”, in quel suo “piensa que tal vez mañana/ Yo ya estaré lejos, muy lejos de ti”, in quel “que tiengo miedo a perderte, perderte después”, in quel “Quiero sentirte muy cerca/ Mirarme en tus ojos/ Verte junto a mí”, ci fosse tanta esperienza e vita vissuta, il ricordo, il rimpianto di amori vissuti e perduti, di appuntamenti, addii, partenze, assenze, attese, abbracci, amplessi, e invece no, quei versi, quella musica sono fatti della sostanza di cui sono fatti i sogni, di Consuelo e poi di tutti. Eppure la discreta, ingenua e vergine Consuelo ci azzecca, ci racconta il baciare o il congiungersi amoroso dall’interno, ce lo rende vero, memorabile, più reale del reale. Dicendoci cosa? Dicendoci baciami, baciami molto… Che è poca roba sì, ma che modulato in quel suo modo sensual-languido si trasforma in un bacio che è tutti i baci, un bacio al quadrato, “un” bacio che è “il” bacio. Lungo, lungo, che ti sfinisce e che dovrebbe proteggerti dall’inevitabile despues, dalla incombente mañana, dal “domani” che verrà, e di cui non v’è certezza, perché chissà “tal vez yo ya estare lejos/ Muy lejos de ti”. E allora ecco che la canzone di Consuelo diventa l’equivalente pop dell’invocazione di Catullo a Lesbia: “Dammi mille baci, poi cento,/ poi ancora mille, poi di nuovo cento,/ poi senza smettere altri mille, poi cento”. Che tra l’altro erano anch’essi baci richiesti all’amante per proteggersi dal senso di una fine incombente: quella in cui “nobis cum semel occidit brevis lux,/ nox est perpetua una dormienda”; quella cioè in cui “tramonterà questa breve luce/ e ci toccherà dormire un’unica notte perpetua”. Ma la canzone ci ricorda anche le albe dei poeti provenzali e per esempio quella di Raimbaut de Vaqueiras: “Mas paor \ Nos fai l’alba, \ L’alba, oi l’alba” (“Ma abbiamo timore noi dell’alba. L’alba, ahimè, l’alba”). Ed è  la stessa alba di Romeo e Giulietta: «Look, love, what envious streaks \ Do lace the severing clouds in yonder east. \ Night’s candles are burnt out, and jocund day \ Stands tiptoe on the misty mountain tops. \ I must be gone and live, or stay and die.» (“Guarda, amore, che raggi invidiosi annodano le nubi che si separano laggiù a oriente. Le candele notturne si sono consumate e il lieto giorno sta in punta di piedi sulle cime delle montagne nebbiose. Devo partire e vivere, o restare e morire”). E infine, perché no?, ci ricorda anche l’invocazione dei Tristano e Isotta wagneriani alla notte affinché duri per sempre, e così duri per sempre il loro abbraccio, e nessuna mañana, nessun despues li separi mai:

Al giorno! Al giorno!
al perfido giorno,
al più duro nemico,
odio e maledizione!
Come tu la luce,
oh potessi io spegnere
il lume al giorno insolente,
per vendicare le sofferenze d’amore! (altro…)

Lucio Toma, Tre inediti

Occorre stare attenti quando
si parla, alle parole, al senso.
Anche il verbo che ama,
il più innocente, può celare una lama
e di traverso può mettersi
perfino un pezzo di pane
e il vino per quel che non tace.
In teoria ubriacarsi di verità
potrebbe estinguerci.
Meglio per tutti è l’acqua:
ecco una parola che lenisce
almeno finché dentro non ci finisci
o anche quest’alba che porta
il dono cieco della speranza
sebbene il fiore su cui
si posa l’ago a farfalla
sia solo il mio braccio.

(Grammatica della sofferenza)

 

Qui si muore malati inquinati
sfatti strafatti squattrinati
che siamo noi quelli allo specchio
della tv in serie invitati
a restare impassibili nella sala
da pranzo di questi giorni accettando
l’invito a comparire nel florilegio
delle disgrazie quotidiane
in punta di forchetta.
Siamo noi – per carità – che non ci vada
di traverso il contorno pesticida
di un pomodoro d’importazione.

Eppure è vero
che qui si pensa solo a rimpinzarsi
di torti e di ragioni senza gioia
niente allegria nemmeno dalla Gaia Scienza
che fa miracoli e brevetti interessati.

(Allo specchio della tv)

 

Dico Amore, non pesce-martello
libro-mastro-grano-turco
o forse anche pesce-martello
libro-mastro-grano-turco
al posto di Amore come fosse amore
eppure tu rispondi picche
di Odio. Non ti batte il cuore?

E le distanze si allungano,
diventano ponti come a dire
facciamo due conti.

Ma io non ti biasimo e che non so farci
con i numeri, cerca di capirlo:
diciamo che voglio passarti
solo parole-mattoni
a fondamento
di un altro discorso.

(Incomprensione)

Caregiver Whisper 56

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Gli arcani maggiori #11: LA GIUSTIZIA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Giustizia, carta delle conseguenze.

Erano le due del pomeriggio, eravamo tutti usciti in cortile perché la mensa non era ancora attiva e avevamo la libertà di mangiare in classe i nostri piatti di pasta chiusi nei tupperware o di occupare le scale dell’ingresso e sciamare fino al campetto di pallavolo, l’importante era che alle due e mezza tornassimo tutti dentro per le lezioni pomeridiane.
Mamma mi aveva fatto le penne con i pomodori freschi, lo sapeva che io detesto i pomodori, fino ai sedici anni non mangiavo ortaggi né verdure e ai tempi che vi racconto ne avevo undici appena, ma sperava di affamarmi visto che ero fuori di casa e senza soldi e non avrei potuto procurarmi niente di alternativo. Ignorava che un modo c’era, e per me era facile e abituale: impadronirmi del pranzo di qualcun altro, una pasta al tonno, un semplice panino con il prosciutto. Non necessariamente con uno scambio equo: anche semplicemente soffiandoglielo di mano al primo morso.
Ho fatto così, con Riccardo e con la sua pasta al pesto.
Lui è andato subito sul pesante: strattoni, spintoni, prima ancora delle preghiere. Rivoleva il suo tupperware che io gli facevo sgusciare dalle dita, mangiavo con la forchettina di plastica tenendogli le spalle e infilandomi in gola sette, otto trofie per volta, finché la plastica non è stata tutta pulita, anche dall’olio. Allora gli ho detto che poteva mangiarsi la mia pasta al pomodoro, ma lui a quel punto piangeva. E ha detto: tua sorella è una puttana.
Non mi sono scomposto un gran che, anche perché a quel tempo lo pensavo anch’io, ma ho pensato giusto controbattere.
«La puttana è tua madre.» (altro…)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato (nota di A.M. Curci)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato, La Vita Felice, Milano 2017

Il lato basso del quadrato colpisce per la coerenza del dettato poetico con l’introduzione programmatica che l’autore, Giuseppe Vetromile, ha scritto come prefazione alla raccolta. Da tale continuità di intenti tra premesse teoriche e creazione poetica deriva una evidente organicità dell’insieme.
Sia nello snodarsi dei testi, infatti, sia nella composizione di ogni singola poesia vengono riaccostati e intrecciati frammenti di un cantico dell’io lirico, che si vede innanzitutto come creatura, al creato, con pause di riflessione, stupore e incanto evidenziate da spaziature all’interno del verso e tra un verso e l’altro.
Qualche volta il punto di accostamento, la ‘cucitura’, è più evidente, con qualche brusca intromissione di termini dal linguaggio colloquiale («putiferio»), ma resta ferma l’impressione di una poesia che sa coniugare il sentimento dei tempi e delle età dell’uomo con uno slancio – proprio dalla intenzionale visione dal basso, dal lato basso del quadrato, appunto – volto ad abbracciare l’universo.
Sentimento, incontri, slanci e memorie non sono scevri da una nozione del dolore che viene resa con metafore mutuate dal mondo dell’aritmetica, dell’algebra e della geometria (di «geometrie spurie» scrive l’autore), ma con la consapevolezza circa il divario tra le aspirazioni a misurare, a definire, a determinare da un lato e la resistenza tenace dell’incommensurabile dall’altro «: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo».
È una testimonianza di inadeguatezza a una aspirazione che non si tramuta, tuttavia, in una amara o addirittura biliosa desolazione, bensì in  un quieto ma continuo rilancio del tentativo, che si fa qui concreto gesto poetico.

© Anna Maria Curci

 

IL LATO BASSO DEL QUADRATO

La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo
umile              inerte
e sta fermo dall’eternità della legge
a sorreggere le sorti della buona geometria

La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto
senza mai più progredire in alba lucente
né ridiscendere più giù della notte stagnante

La parte bassa del quieto vivere è questo silenzio di voci
che più non reclamano spazi né montagne da scalare
né mari da solcare

La parte bassa di me è questa città nel mio ventre
recinta da indigesti gonfiori
che più non vanno
né su né giù
e soffocano in gola l’urlo del perbene

La mia è una parte qualsiasi del mondo che sta sempre in basso
rispetto all’esistere saccente e in vigore
di chi va deciso verso il cielo

Io guardingo mi recupero apotemi di versi
scritti sull’orlo inferiore del taccuino
nei dubbi mi comprendo di pochezze e mi trascino
come va va
sul lato basso del quadrato
di questa geometria spuria

per poter poi riconquistarmi
la parte alta

verticale       diritta       della vita

(altro…)

Il ramo più preciso del tempo, Ketti Martino (nota di Franca Alaimo)

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Il tessuto prevalentemente simbolico del linguaggio della Martino rende la materia del canto aperta e contraddistinta da reiterate contraddizioni, senza che quest’ultime, però, diventino paralizzanti, ché, anzi, è proprio dallo scontro degli opposti che prende vita la parola poetica votata a procedere insieme all’inesausto farsi della vita nel mondo.
E, dunque, se l’alternarsi delle stagioni, il trascorrere del tempo, gli eventi quotidiani, disegnano un sottofondo di eventi reiterati e reali, e i gesti, i pensieri e le presenze di oggetti, sia pure rari, affermano la dimensione privata dell’esistere, nel momento in cui essi, attraverso l’irraggiamento metaforico e simbolico, vengono trasfigurati, s’accampano come figure atemporali e aspaziali.
Sostanzialmente la scrittura della Martino è un esempio alto di poesia poetologica, come, del resto suggerisce il titolo così suggestivo della prima sezione: “Liturgia della casa”, in cui lo spazio domestico diventa una sorta di tempio in cui si celebrano i riti di un fare sacro che si serve delle parole per tracciare percorsi visionari, slegandole dalle giunture abituali e dal tritume piatto della massificazione
Ne consegue un dettato spesso poco decifrabile, complesso, brulicante di sensi diversi, ma costellato di luminosità e di attese piene d’incanto. Così “il ramo” dell’albero invernale (quello “più preciso del tempo”) “annerito e spoglio” come il corpo che vive “nella stanza” della casa, allude alla rinascita, alla fioritura, termini tanto ricorrenti nei versi dell’autrice da soverchiare quelli del dolore, dello sbiadimento, della marcescenza: è come dire che là dove la poesia si fa carico del dolore e lo brucia nella sua incandescenza, ogni cosa, ogni creatura vive “per brillamento”.
L’esistenza reale e quella simbolica costruiscono insieme un dialogo incessante sottolineato sulle pagine dall’uso del corsivo, come per ribadire comunque l’indecifrabilità dell’accadere, l’affanno della tessitura verbale dalle tenebre alla luce, dal centro grave, materico del mondo, ad una misericordiosa e più leggera alterità, dove tutto è perdonato, rimesso, abbandonato indietro, e l’ “io”, ingabbiato nel recinto del corpo e della stessa memoria, cede ad una sorta di libero flusso onirico.
“Cercatemi nel sogno”, esorta la Martino, come a dire che soltanto nel sogno è possibile trovare l’essenza delle cose, quell’assolutezza che realizza pienamente la tensione conoscitiva che arrovella la ragione umana.
Da questa tensione deriva alla poesia dell’autrice uno stile vibrante, trasbordante dai codici assestati, sorprendente pur nella sua omogeneità tonale, attraverso il quale viene elaborata una profonda analisi del rapporto fra vita e arte, fra materialità e dematerializzazione, tra morte e vita non più intesi come antagonisti, ma come estremi dialoganti all’interno di un incessante fieri.
Del resto anche la poesia deve operare la morte del mondo per farlo rinascere alla purezza archetipale, al suo virgineo silenzio iniziale.

© Franca Alaimo

 

Ketti Martino, Il ramo più preciso del tempo, Ed. Oèdipus, 2018

 

Ketti Martino è nata a Napoli. Laureata in Filosofia, abilitata in Psicologia Sociale. Ha insegnato nella Scuola pubblica.
Ha pubblicato le raccolte poetiche I poeti hanno unghie luride (Boopen Led, 2010), Del distacco e altre impermanenze (La Vita Felice, 2014), e Il ramo più preciso del tempo (Oèdipus, 2018). È presente nel volume, a cura di Raffaele Urraro, Le forme della poesia (La Vita Felice, 2015). Ha curato con Floriana Coppola l’antologia La poesia è una città (Boopen Led). Suoi testi sono presenti in varie antologie tra cui Alchimie e linguaggi di donne (Boopen Led); Alter ego. Poeti al Mann (ArteM); Percezione dell’invisibile (L’Arca Felice); Ifigenia siamo noi (Scuderi). Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo e inglese e sono stati pubblicati su blog e siti letterari italiani e stranieri.
Nel 2014 ha ideato e curato, a Napoli, la Rassegna di poesia “Poesia sospesa al bar”.

I poeti della domenica #326: Primo Levi, Shemà

Primo Levi,ì, immagine dal blog del Circolo Lettori

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

10 gennaio 1946
.
In Ad ora incerta, Milano, Garzanti, 1984 ed epigrafe di Se questo è un uomo, Torino: F. De Silva, coll. “Biblioteca Leone Ginzburg” n. 3, I ed. 1947.

I poeti della domenica #325: Alessandro Fo, Fuori Monaco

Fuori Monaco

Visitando il Lager di Dachau
una mattina di pioggia
(come ci appare giusto),
qualcosa ha congelato
come in un museo le enormità
che segnarono il luogo.

Tutto è silenzio e incredibile pace,
dove aguzzini e cani macinarono
persone come noi.

Ma noi, sotto l’ombrello,
nel freddo, noi con fotocamere e audioguide,
siamo turisti
se pur disorientati.
Venuti qui forse a rendere omaggio
a fare meno vala la memoria,
trarre incentivo a insistere
nel denunciare un male che ora da qui sembra avere sloggiato,
subdolamente lasciando di sé
un ricordo annacquato,
disciplinato, sottomodulato,
fra i grandi alberi, i viali ordinati,
il verde, le garitte, i memoriali
del grande inferno ingoiato dalla Storia.

Poi ci accalchiamo alla fermata, preoccupati
che il bus di linea non ci carichi tutti,
pronti a saltarci sopra ad ogni costo,
anche passanto davanti a qualcuno.

 

da Esseri umani, L’arcolaio 2018

Henry David Thoreau, da “Disobbedienza civile”

Ho a che fare con il governo americano, o meglio con il suo rappresentante, direttamente, faccia a faccia, una volta l’anno, non di più, nella persona del suo esattore delle tasse; questa è l’unica occasione in cui un uomo della mia posizione deve averci necessariamente a che fare; e qui lo Stato dice chiaramente: “riconoscimi”; nell’attuale stato di cose il modo più semplice, il più efficace, di trattare con esso – con una sua testa – di esprimere la vostra poca soddisfazione ed il vostro poco amore per lui, è di dire no in quel momento.
Il mio civile concittadino, l’esattore delle tasse, è l’uomo in carne ed ossa con cui devo trattare – perché, dopotutto, è con gli uomini e non con la pergamena che litigo – e lui che ha scelto volontariamente di essere un rappresentante del governo.
Come potrà egli mai sapere con esattezza lui chi è e cosa fa come ufficiale del governo, o come uomo, finché è costretto a chiedersi se deve trattare me, suo prossimo, per il quale egli nutre rispetto, come un vicino di casa e un uomo ben disposto, o come un maniaco ed un disturbatore della pubblica quiete; e come potrà capire se può superare questi ostacoli verso il suo prossimo senza il bisogno di pensieri o di discorsi più insolenti o impetuosi che corrispondano alla sua azione.
Una cosa la so bene, che se mille, se cento, se dieci di cui potrei fare i nomi – se solo dieci uomini onesti – sì, solo un uomo onesto, in questo stato del Massachusetts, cessando di tenere degli schiavi, si ritirasse effettivamente da questa associazione, e per questo fosse rinchiuso nella prigione della Contea, ciò porterebbe all’abolizione della schiavitù in America. Perché non importa quanto piccolo ed insignificante possa sembrare l’inizio: ciò che è fatto bene una volta è fatto per sempre. Ma preferiamo limitarci a parlarne: quella, diciamo continuamente, è la nostra missione.

 

da: Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, Ortica Editrice

 

proSabato: Luigi Cecchi, Underwater

©Luigi Cecchi

 

UNDERWATER

«Ohi, zì, guarda ‘sta stella marina che bomba!» Lello agitava le mani rivolto verso Christian, che pochi metri più in là stava frugando tra gli scogli con la punta della fiocina, sperando di trovarci un polpo o almeno un granchio un po’ più grosso di quelli che avevano raccolto finora nel retino. «A Lello, lascia sta’ le stelle marine che co’ quelle ‘a zuppa viè ‘no schifo.» Gli rispose, senza nemmeno alzare la testa.
«Ma che centra la zuppa, zì… questa è strana forte… ha una specie di occhio in mezzo, dove dovrebbe avere la bocca… anche se di solito è dall’altra parte… mi sa che è girata di culo…»
La strana stella marina ruoto l’inquietante occhio rivolgendo la pupilla verticale al ragazzino, poi scartò velocemente di lato, con una rapidità che Lello non aveva mai visto possedere a nessun’altra stella marina.
«Corri, Zì! S’è mossa! Vieni a vedè!»
Christian si alzò in piedi, sbuffò, con un paio di balzi non proprio atletici raggiunse Lello e tirò un’occhiata nell’acqua alla presunta strana creatura. Poi le puntò contro la fiocina e la infilzò a morte. «Così la pianti di rompere le palle. Mo’ sbrigate, raccogli la roba e torniamo che sennò mi’ madre se preoccupa.»
Si allontanarono saltellando verso la spiaggia, mentre la bizzarra stella marina, passata da parte a parte in più punti da quel piccolo tridente, si staccava lentamente dal fondo e veniva a galla, morendo inesorabilmente. (altro…)

Claribel Alegría un anno dopo

Poesie da Voci, Samuele Editore. Traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto

La voz del riachuelo

Vuelvo hacia el mar
allí nací
y me acogió una roca
cuando salté a la tierra.
Bajo despacio
me detengo en el musgo
en las flores silvestres
bajo en busca del río
que me devuelva al mar.
Mi vecino
el torrente
no sabe que yo existo
brama
salta
llena cauces
estalla
como yo busca el río
disolverse en el río
que me devuelva al mar
porque el mar nos espera
porque el mar es la cuna
porque somos el mar.

.

El cangrejo ermitaño

Llega desde lejos
mi escritura
es ancestral
austera
me invita a esculpir
en la arena mojada
obedezco
me hastío
y no comprendo nada
y sigo haciendo signos
y abro un agujero
y me escondo
y me duermo
pero vuelve la voz
que me conmina
esa voz que me empuja
y que quizás un día
me conduzca al origen.

.

Escapes

A menudo me escapo
al reino de las sombras
entre ellas camino
con soltura
su silencio me incita
a que vuele mi voz.
No sucede lo mismo
a mi regreso.
A veces
mientras converso
con amigos
vacilo
atiendo
callo
adivino las llagas
que mis palabras-dardo
podrían levantar.

.

 

La voce del ruscello

Torno verso il mare
è lì che nacqui
mi accolse una roccia
quando saltai sulla terra.
Scendo piano
mi trattengo nel muschio
tra i fiori selvatici
scendo a cercare il fiume
che mi riporti al mare.
Il mio vicino
il torrente
non sa che io esisto
brama
salta
riempie canali
scoppia
anche lui cerca il fiume
dissolversi nel fiume
che mi riporti al mare
perché il mare ci aspetta
perché il mare è la culla
perché siamo il mare.

.

Il granchio eremita

Arriva da lontano
la mia scrittura
è ancestrale
austera
mi invita a scolpire
sulla sabbia bagnata
obbedisco
mi infastidisco
e non capisco niente
e continuo a fare segni
e faccio un buco
e mi nascondo
e mi addormento
ma torna la voce
che mi comanda
questa voce che mi spinge
e che forse un giorno
mi condurrà all’origine.

.

Vie di fuga

Spesso me ne scappo
nel regno delle ombre
con scioltezza
cammino tra di loro
che silenziose spronano
della mia voce il volo.
Non accade lo stesso
al mio ritorno.
Talvolta
mentre parlo
con gli amici
vacillo
attendo
taccio
indovino le ferite
che le mie parole-freccia
potrebbero aprire.

.