proSabato: Luigi Cecchi, Precious

©Luigi Cecchi

PRECIOUS

«Capisci cosa significa “prezioso”?», domandò Cutter, appoggiando la crapa pelata al soffice sedile della limousine. Raffaele non rispose, perché temeva che ogni interruzione avrebbe potuto innervosire il capo, e non era bene innervosire il capo, soprattutto quando ci si trova in ginocchio e con una pistola puntata alla tempia. Ernesto Ferro (anche se probabilmente “Ferro” non era il suo cognome) lo squadrava con occhi freddi e impassibili, gli occhi di chi fino a ieri era tuo amico, e ora invece potrebbe diventare il tuo esecutore. Era la prima volta che Raffaele lo vedeva in completo nero, giacca e cravatta. Sembrava che fosse già pronto per il funerale. «Lo sapevi che non sono italiano?», altra domanda di Cutter. Alla prima domanda Raffaele non aveva risposto per timore, a questa non avrebbe saputo rispondere per sincera ignoranza. A giudicare dall’accento del sud e dai modi di fare, Cutter gli era sempre parso italianissimo. Forse stava scherzando.
«I miei genitori sono bulgari, anche se poi mio padre si è risposato con una ragazza greca quando ero piccolo, e abbiamo vissuto ad Atene per una decina d’anni. – Spiegò Cutter, senza sporgersi troppo dal finestrino. – Sono arrivato in Italia che ero appena quattordicenne. Tutto legale eh. Non sono uno sporco immigrato come quelli che arrivano dall’Africa. Uè, mi stai ascoltando?» Raffaele annuì. Cutter si grattò la barba ispida e continuò.
«Per me il significato delle parole non è mai stato scontato. Ogni volta che ne sentivo una nuova, me la segnavo e poi a casa andavo a cercarla sul vocabolario, e scoprivo che a volte avevano più di un significato, e che avevo frainteso quello che gli amici, o il professore, o qualche altro stronzo mi aveva detto. Tu le hai mai cercate, le parole che usi, nel vocabolario?»
Raffaele, effettivamente, aveva usato pochissimo il vocabolario, in vita sua. Pur crescendo in un mondo senza internet né smartphone, aveva avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove l’italiano veniva usato con attenzione e volentieri. Sua madre era maestra elementare, suo padre aveva lavorato come segretario in una grossa azienda tessile, quindi entrambi avevano studiato e avevano trasmesso a Raffaele una certa accuratezza nel parlare e nello scrivere. Durante i suoi primi anni di scuola, Raffaele non aveva avuto bisogno di aprire un vocabolario molto spesso, e in seguito non ne aveva sentito l’esigenza.
«Certo che no. – Lo anticipò il capo. – Che cazzo di bisogno ne avevi? Tenevi fiducia che le parole che usavi volessero dire proprio quello che pensavi. Giusto?»

Cutter emise una risata sommessa e forzata, che lo lasciò con un sorriso per qualche secondo.
«È proprio questo il punto. Tenere fiducia. Io tenevo fiducia in te, mi aspettavo che tu significassi proprio quello che pensavo, lo sai? E invece…»
Ferro calcò la pistola sulla testa di Raffaele, che si fece sfuggire un gemito. «Non si getta via la roba appena si vede una pantera dei Carabinieri che si avvicina. La roba è preziosa, devi capirlo. Devi capire il significato della parola “prezioso”.»
«Mi sa che era ‘na gazzella, capo.» Lo corresse timido Ferro.
«Ferro… – Sibilò Cutter chiudendo gli occhi e serrando i denti. – Cosa cazzo me ne fotte di che animale era? Stavo facendo un discorso ad effetto, educativo…» e bestemmiò sotto voce. Poi si rivolse a Raffaele, puntando il dito fuori dall’abitacolo.

«Ecco cosa faremo. Mi dimostrerai che sai cosa significa veramente “prezioso”, così io mi fiderò di nuovo di te, e potrai andartene sulle tue gambe.»

«Va… va bene.» Mormorò Raffaele.
L’autista scese velocemente dalla macchina, aprì lo sportello sul retro e appoggiò davanti a Raffaele un tavolinetto pieghevole, di quelli da pic-nic. Poi tornò indietro a recuperare una scatoletta di cartone e un piatto di plastica. Estrasse dalla scatoletta di cartone un hamburger malandato, comprato di sicuro un’oretta prima al fast-food più vicino, e lo mise sul piatto. Gettò la scatoletta vuota sul pavimento nel garage, senza curarsi del fatto che lì a due metri c’era un cestino per l’immondizia. Tirò fuori dalla tasca un coltello e una forchetta di plastica. Li mise sul tavolino vicino all’hamburger. Poi si voltò e tornò a sedersi in macchina, sul sedile del conducente, dove se n’era stato silenzioso e immobile fino a quel momento.
«Mangia l’hamburger, Raffaé.» Gli intimò Cutter.
Raffaele lanciò prima un’occhiata a Cutter, poi a Ferro. Ferrò ricambiò inarcando appena le sopracciglia, ma continuò a puntargli la pistola alla testa.
«Con… con le posate?» Domandò Raffaele.
«Certo. – Rispose calmo Cutter. – Con le posate. Quell’hamburger è prezioso, va trattato con cura. Non è che puoi prenderlo con le dita sporche che ti ritrovi e infilartelo in bocca. Poi rischi di sporcarti con la maionese e il ketchup. L’insalata scivolerebbe via e ti finirebbe sul maglioncino bello bello che porti. Non si deve sprecare il cibo. Giusto, Raffaè?»

Raffaele annuì. Tirò su con il naso, e muovendo un paio di passi in ginocchio, si avvicinò al tavolino da pic-nic. Con le mani che gli tremavano e il collo dolente per la tensione, prese le posate di plastica e iniziò a mangiare il panino. Cercò di non strafogarsi, ma nemmeno di mangiarlo troppo lentamente, perché non voleva spazientire il capo. Non era bene spazientire il capo.
Una o due delle punte della forchetta si spezzarono, mentre Raffaele tagliava con perizia l’hamburger. Le ingoiò assieme alla carne. Gli avrebbero fatto di sicuro meno male di un proiettile nel cervello. Quando ebbe finito, appoggiò le posate ai lati del piatto e sollevò la testa per guardare negli occhi Cutter. Ma il finestrino oscurato della limousine era già stato tirato su. Non era rimasto niente, nel piatto, e nulla era caduto sul tavolo, a terra, o peggio ancora sui vestiti di Raffaele. Il motore dell’automobile nera si accese, e la macchina scivolò via lasciando da soli Raffaele e Ferro. Non appena i fari rossi furono scomparsi in strada, Ferrò abbassò l’arma e mise una mano sulla schiena a Raffaele.

«Ue, cumpà… senza rancore, va bene? Facevo quello che mi avevano detto di fare.»
«Vaffanculo, Ferro. Portami un sorso d’acqua, c’è una bottiglietta cominciata nella borsa che mi hai preso prima, laggiù. È stato l’hamburger più schifoso che io abbia mai mangiato.»

«Ahò, complimenti pe’l congiuntivo!» Gli fece Ferro, mentre raggiungeva la borsa.
«Vaffanculo… – Ripeté Raffaele. – Vaffanculo.»

©Luigi Cecchi

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