Tutti i post di Natale #5: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Non mi pento di aver fatto il militare,
me ne pentirei se a militare non avessi
fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

 

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.
Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.
Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.
Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.
L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.
La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.
Enrico, si chiamava il nostro caporale istruttore. Aveva 28 anni, diplomato e laureando il Lettere. Era schivo e poco socievole. Fumava molto e ci addestrava tra una tirata e l’altra di sigaretta. Nei pressi della casa di Ennio Flaiano trovammo il brolo dove pascolare assieme: stava facendo una tesi su Camillo Sbarbaro. Quando me lo disse, risposi articolando i primi versi di Pianissimo: “Taci/ anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)”. Fu un colpo per entrambi; nessuno dei due si aspettava di trovare qualcuno con cui discutere liberamente di poesie.
Enrico mi è rimasto incastrato nella memoria, anche se non gli ho mai scritto una cartolina.
Salvati quella mattina dai richiami furiosi, dalle ramanzine biascicate, dagli insolenti perepepé dei caporali, si doveva comunque fare i conti con la bassa temperatura presente nelle camerate.
C’era un ragazzo di Venezia, silenzioso e piuttosto raccolto in sé, tra i meno toccati dal freddo. Fino a quel giorno non aveva trascurato alcun particolare per attirarsi le antipatie dei commilitoni con cui entrava in contatto.
Baffi, non molto alto di statura, occhi un tantino spiritati e celesti, ostentava una certa fermezza di carattere. Ci facevamo reciproche confidenze, malgrado i nostri rapporti fossero sempre lì lì per rompersi.
Esisteva uno scarto di superiorità nei suoi atteggiamenti, un che di malcelata irritazione per quanto non fosse conforme ai suoi pensieri, che è tipico di quelli che sanno di avere ricevuto un’educazione secondo stili di vita superiori. Anch’io non ne ero immune. Seppure figli del popolo, è facile costruirsi la buona coscienza di non essere mai stati di questo popolo. Adesso non lo biasimo, anche se mancava di umiltà. Manifestava apertamente quello che certe persone (i puri) o sentono senza sapere di sentire, o celano dietro una maschera di modestia ipocrita.
Fu l’unico a non dare segni di collera, né si lasciò andare a pareri che tradissero una certa contrarietà. Senza fiatare fece le prime importanti operazioni della giornata: toilette, cubo, colazione. Io e gli altri dodici ragazzi della camerata ci sentimmo fulminati da una scarica di gelo che si aggiungeva a quello già presente. Voleva mostrare una certa gravità, mentre l’intera compagnia era nella più grande agitazione. Il suo comportamento, per quanto apparisse come adulto rispetto alla generale assenza di contegno, aveva in sé qualcosa di umiliante, perfino di offensivo. Gli parlai a fatica quella mattina, mi contenni, più che altro per non far vedere il mio disappunto.
La disgrazia del freddo non si poteva imputare ai comandi militari. Bisognava quindi piegarsi alla fatalità, facendo leva su un’indulgente serenità dell’intelligenza.
Alberto, così si chiamava, rigido come un palo d’alta tensione, non si scompose nella sua faccia di legno irrevocabilmente inespressiva.
Poiché non ci era permesso stare a letto, fummo costretti a coprirci con quanti più indumenti possibili. Leggere costituiva un’attività da non assecondare; si sarebbe rischiato il congelamento degli arti inferiori, come mani e piedi. Era buona regola restare sempre in movimento. Meglio ancora, poi, se non si pensava a quello che ci stava accadendo.
Intanto, minacciosamente, si erano andate formando delle grandi chiazze d’acqua su pareti e soffitti, dalle quali aveva incominciato a gocciolare insistentemente. Il fatto diffuse un certo allarme. Alcuni pavimenti erano già diventati dei piccoli laghi, per cui si escogitò di mettere opportuni recipienti. Ogni cosa fu irrealizzabile; non era possibile avere in consegna secchi e bacinelle. A nostra insaputa l’amministrazione della caserma aveva disposto che anche per la pulizia delle camerate, degli impianti, ecc., fosse la truppa a procurarsi il materiale necessario.
Alle 9.50 apriva lo spaccio. L’ambiente non era riscaldato ma finalmente di poteva bere qualcosa di caldo. O almeno così si sperava, dal momento che non sempre si riusciva ad arrivare al bancone per ordinare le bevande. Quando poi andava a segno l’impresa, era possibile non trovare più tazzine a disposizione; il loro numero superava di poco la decina, mentre noi eravamo oltre seicento.
L’orario di spaccio era inoltre il momento per la foto ricordo. Tra coloro che hanno indossato la divisa militare, credo che nessuno sia sfuggito a questa specie di abitudine-rito. Nella caserma, tra l’altro, si aggirava tutti i giorni un fotografo; spesso ce n’erano anche due o tre. In genere il soldato di leva è un buon cliente. Esibizionista strampalato, sembra spasimare per farsi ritrarre nelle pose più disparatamente bellicose. Posare per un obiettivo si trasforma in una cerimonia per manifestare doti militaresche nascoste, per dare libero sfogo a stati d’animo in cui si può riscontrare una sorta di nostalgia per il piacere della guerra.
Quelli che provano un profondo odio verso il servizio militare si potrebbe dire che sono anche i più mortificati, i più frustrati nella loro intima natura ormai alienata: la naia infatti richiede di cimentarsi in servizi di ramazza, N.C.C. e piantone, cioè in attività femminee che negherebbero la stessa virilità e potenza maschile.
Neanche il servizio di guardia era amato: salvo quei pochi casi in cui veniva usata per scrollarsi di dosso l’impiccio della vita, l’arma avuta in consegna costituiva soltanto in potenza uno strumento offensivo.
Quando si era allo spaccio, ci dissero che potevamo ritornare nella camerate. Una volta entrati ci accorgemmo che la situazione era peggiorata: l’acqua si presentava in modo uniforme dentro tutti gli stanzoni. Si costituì subito una nostra rappresentanza, che altrettanto in fretta accantonò il tentativo di sollecitare un intervento da parte dei comandi. Sapevamo che il miglioramento desiderato non poteva essere soddisfatto. Chiedere che si prendesse qualche provvedimento, sarebbe stato come pretendere un miracolo. A noi veniva soltanto richiesto di sopportare ogni cosa responsabilmente. La coscienza era di troppo.
Sono innumerevoli i vantaggi ricavabili dall’essere ubbidienti. Innanzitutto si evita di cadere in disgrazia ai propri diretti superiori. Anche se innocente, è meglio mettere da parte qualsiasi idea. Distinguersi per qualche eccessiva manifestazione di intolleranza, significa finire con una certa frequenza sul foglio dei servizi. Il servizio serve per stigmatizzare le condotte devianti. In altri termini, funziona come misura disciplinare di carattere punitivo. Ciò ha avuto l’effetto di svuotare e distorcere il senso del servizio stesso, che dovrebbe essere sentito come una consegna di responsabilità, più che in termini di colpa da espiare. Nei panni di furiere, ho seguito anch’io questa linea di condotta: a parte l’abitudine di salassare i coscritti, è di norma colui che dà noia e fastidio a essere tartassato più degli altri. Fa eccezione il militare un po’ beota e anonimo, al quale è riservato lo stesso trattamento.
Il parlare era permesso quando lo permetteva il comandante. Ogni forma di protesta, legittima o ingiustificata che fosse, veniva azzerata e trattata allo stesso modo. Un po’ come succedeva per certi fenomeni di brigantaggio del secolo scorso, verso i quali si rispondeva adottando semplicemente misure di ordine pubblico, invece di individuare in essi anche un significato di protesta sociale. La naia provocava in noi delle regressioni a stadi infantili. Briganti o bambini, una madre con l’uniforme militare era la nostra guida.
Potendo uscire alle 13.00, ci fu chi si rifiutò di andare in mensa. Abituati al gusto di certi cibi, non era impresa da poco affrontare il menù preparato per la truppa. Tutte le vivande emanavano un aroma uniforme, un odore stagnante di cucina. Ma in barba alla dubbia bontà delle vivande, più di qualcuno ne sembrava estasiato, quasi che non avesse mai assaggiato tanto ben-di-Dio. Mangiava di gusto, spesso non lasciando mai niente sul piatto, dando anzi la sensazione di essere compiaciuto, una volta attossicata l’anima con certe imbandigioni disgustose.
Tra i più affamati  schifiltosi, serpeggiava invece una certa invidia nel vedere all’opera bocche tanto voraci. Colpiti da un ingiustificato senso di colpa, alcuni scelsero la strada del digiuno, alla stregua dei mussulmani entrati nel nono mese del loro calendario, quando cioè impazza il ramadan. Valeva la pena seguire una dieta rigorosa, almeno consentiva di evitare le snervanti code a cui ogni volta si era costretti per entrare in mensa.
Normalmente si usciva senza avere una meta precisa: bastava andare via dalla caserma. Solo e soltanto via dalla caserma, anche se non era facile togliersi di torno il senso di angustia che suscitava il costante contatto con le sue abitudini. Fuori nevicava, così che le strade non sembravano allontanarsi mai del tutto da quel luogo che avrebbe dovuto coltivare la nostra anima.
La piccola città di cui si era ospiti aveva già da tempo creato cordoni invisibili per mantenere le distanze da tutto quello che fosse stato in lei un corpo estraneo. Guadagnando soldi a palate, soltanto nelle trattorie dimostravano un atteggiamento più disponibile, un po’ più di compiacenza.
Prima d’infilarmi in un bar, controllai l’orario di apertura dei cinema. Ce n’erano due in paese, ed entrambi avevano in programma dei simpatici cartoons americani. Quella di andare al cinema rappresenta una delle principali forme di svago del militare in servizio di leva. Soprattutto in inverno, questo singolare soldato della pace può dare l’impressione di cinefilo incallito. Sarebbe sbagliato, tuttavia, attribuirgli le stigmate del cultore indefesso di estetica dell’arte cinematografica. La stragrande maggioranza tende infatti a frequentare le sale a luce rossa, preferendo di solito il genere “soap” e il film maldestramente avventuroso.
Quel pomeriggio rimasi al cinema per più di quattro ore. Bastava sentire un po’ di caldo, per chiudere gli occhi e sognare di essere in piedi sopra un muro divorato dal sole.

© Renzo Favaron

3 comments

  1. Renzo Favaron racconta il servizio militare con una lucidità di narrazione che oggettiva il senso stesso dello scegliere un tema e trattarlo con la giusta distanza e, nel contempo, senza rinunciare a suggerire al lettore la trama partecipativa di chi scrive, ovvero i luoghi di presenza personale spontanea o indotta.
    Se non un luogo di segregazione nel vero senso della parola, l’iconografia della caserma, dell’inverno, dei rapporti amicali o di subordinazione delineano il tenore, la temperatura del doversi adattare. Il giovane, voce narrante, riesce ad acclimatarsi solo seguendo una procedura di adattamento, come un qualsiasi essere vivente, nell’ambiente in cui si trova a vivere. In tal senso emerge una doppia lista, involontaria in quanto tale ma in un certo qual modo precettiva, di ciò che si deve o non si deve fare per raggiungere il miglior grado possibile di adesione all’ambiente e quindi alla sopravvivenza migliore possibile.
    Letto e “osservato” a una certa, dovuta distanza, il testo restituisce l’immagine di una organizzazione sociale, di un microcosmo, di un sistema di precetti e regole validi solo all’interno di quel contesto che, se non asfittico è comunque circoscritto da un punto di vista topografico e non solo. La piccola società analizzata è parte avulsa di un’associazione di simili più ampia che, all’esterno sembra non condividere quelle stesse regole e quegli stessi rituali. L’inazione è impraticabile, lo stazionamento, la lettura non sono possibili al fine di evitare l’assideramento. E’ richiesta l’assiduità abitudinaria, anche quando non voluta, all’azione fisica. Le regole del moto continuo impongono l’azione del corpo e inibiscono quello della mente, per compiere incombenze vitali e rimanere a una certa temperatura corporea.
    L’isolamento del piccolo gruppo è sancito dai cordoni invisibili che la città ospitante ha teso per salvaguardare un perimetro fruibile da coloro che conducono la loro esistenza da civili. La separazione e la distanza sembrano atti a costruire una metafora dell’aggregazione e della disgregazione delle forme di vita comunitaria. Argomenti questi attuali particolarmente ora, quando il dibattito sull’accoglienza e il respingimento da tempo prevalgono su altri temi. Ed è etico che sia così. Limite, sbarramento, confine rimangono sinonimo di privazione, pur essendo la tematica particolarmente complessa e non di stretta necessità di dibattito in questa sede.
    Ironico è il viatico finale, incentrato sull’individuazione di mezzi per sopravvivere, che premia cinefili da alte temperature. L’arte aiuta a vivere, anche quella mediata attraverso un film proiettato in una calda sala cinematografica, dove rimanere per più tempo possibile, mentre fuori nevica.

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  2. Strananame, o forse non poi cosi stranamente, il commento di Eneico Anselmi colpisce nel segno: il mililitare di allora non è forse l’extracomunitario di adesso?. Sì e no. Ma un po’ si assomigliano.

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    1. Sono lieto che l’autore stesso ritenga pertinenti le mie considerazioni tra cui l’analogia tra la condizione dei militari, visti con sospetto nelle città dove prestavano servizio di leva, e gli extracomunitari, quando purtroppo vengono ostracizzati, chiaramente con i dovuti distinguo tra le due condizioni e circostanze. Comune è il tema del non accoglimento.

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