Giorno: 28 dicembre 2018

Tutti i post di Natale #5: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Non mi pento di aver fatto il militare,
me ne pentirei se a militare non avessi
fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

 

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.
Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.
Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.
Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.
L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.
La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.
Enrico, si chiamava il nostro caporale istruttore. Aveva 28 anni, diplomato e laureando il Lettere. Era schivo e poco socievole. Fumava molto e ci addestrava tra una tirata e l’altra di sigaretta. Nei pressi della casa di Ennio Flaiano trovammo il brolo dove pascolare assieme: stava facendo una tesi su Camillo Sbarbaro. Quando me lo disse, risposi articolando i primi versi di Pianissimo: “Taci/ anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)”. Fu un colpo per entrambi; nessuno dei due si aspettava di trovare qualcuno con cui discutere liberamente di poesie.
Enrico mi è rimasto incastrato nella memoria, anche se non gli ho mai scritto una cartolina.
Salvati quella mattina dai richiami furiosi, dalle ramanzine biascicate, dagli insolenti perepepé dei caporali, si doveva comunque fare i conti con la bassa temperatura presente nelle camerate. (altro…)