Da “Diario ordinario” di Ginevra Lilli

Lettera a mia madre.

Non stringere le dita sul mio collo bianco.
A te torno, a te penso.
Penso ai nostri pomeriggi di pace, di silenziosa comprensione,
solidarietà, giochi racconti di tempi andati.
Siamo figli, siamo frecce, falchi, siamo treni lanciati in corsa.
E siamo specchi con i piedi.
Così ti porto riflessa in me.
Ovunque tu vada.

Roma, 14 aprile 2013

 

Quaranta.

Apriti bocca mia.
E divorami.
Mangia le mie idee, dilania le mie convinzioni,
tagliuzzami, incidimi, mordimi,
fammi sparire ancor più dentro di me;
distruggi i miei guai, come fossero confetti:
(crac).
Ho compiuto quarant’anni..

Roma, un sera di settembre 2012

 

Roma.

Roma città mia,
dai denti neri, sampietrini sconnessi.
La chiesa di sguincio di fronte casa,
sopra al Tevere ha una delle tante
cupole, tutte le tette della città.
I turisti ti mangiano,
piano piano,
e sputano le tue ossa ai nostri piedi.
Tanto,
dopotutto,
chissenefrega.

Roccaraso, 8 agosto 2010

.

Ginevra Lilli, Diario ordinario, Marco Saya Edizioni, 2014

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