Gli Arcani maggiori #7: IL CARRO

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Carro, carta dell’autodisciplina.

 

Se è difficile, per me, raccontarvi, non è per l’emozione.
Immaginate di dover tradurre un concetto che vi preme attraversando il filo di tanti linguaggi, e farlo in modo che il meno possibile si perda. La mia lingua, sapete, è diversa dalla vostra. Ma è diversa anche da quello che io stesso penso, perché mai il pensiero e la parola si possono corrispondere, per quanto ci si sforzi a renderli aderenti. Così, con questo linguaggio ballerino, vi racconterò la storia di un’altra creatura ancora, vi tradurrò quello che ha fatto e che ha pensato il giovane salmone che tempo fa è venuto a spiaggiarsi su quest’argine di fiume.
Immaginate ancora. È primavera: nell’oceano più profondo pesci che si muovono come banchi di seta, guizzi di grigio in delicata sincronia, creature impegnate solamente a esistere. Finché suona per tutti quella che voi chiamereste una sirena, ma è una sirena muta. È un suono concorde, universale, che fa drizzare le pinne a ogni salmone, lo fa inchinare. Una sapienza zitta passa di coda in coda, le loro lische sono corde di obbedienza, e così sfilano, sicuri, affaticati, contropelo al fiume.
Lui li segue. Alla vetta, lo sanno, c’è l’altare. Superati gli orsi, ci sarà la danza, e poi la schiusa, e poi morire. Quasi unica tra tutte, la loro specie sa che il sacrificio è il solo modo per la prosecuzione. Avranno messo al mondo altri salmoni, e i loro corpi saranno buoni a fare alberi; c’è sempre un bosco, sulle vette dove arrivano i salmoni. Lui sale con loro.
Sono quasi in cima. A sinistra, all’improvviso, lui vede una piccola ansa di fiume libera dalla corrente: se si riposerà, sarà impossibile tornare nel ghirigoro d’acqua, risalire. È questo a convincerlo. È l’unico salmone della storia dei salmoni che abbia scelto la libertà. Con un colpo di pinna, vira.
Fa qualche giro tranquillo nell’acqua calma; l’obbedienza cieca dei compagni li ha portati fuori dalla sua vista (qualcuno sotto le unghie degli orsi, qualcuno già vicino alla cima), e lui riposa, prima di guardarsi intorno.
La terra accanto alla sponda della sua pozza è sgombra, è quasi una radura spinta verso l’acqua per centinaia di metri. Quando ne ha la forza, il salmone inizia a trascinarsi fuori dall’acqua. Sceglie il punto più all’asciutto che può raggiungere trascinandosi sul ventre e aspetta.
È sempre più difficile respirare, e doloroso, ma è anche dolce. Avrebbe dovuto farlo, in ogni modo, e preferisce farlo finché è libero.
Dopo aver chiuso gli occhi, il salmone comincia a farsi terra, terriccio buono perché qualcosa nasca. Non dovrete stupirvi, allora, se vedrete me, prima alberello solitario sulla sponda del fiume e ora alto e forte come i boschi in cima dove arrivano i salmoni.
Sono una creatura ferma, di foresta e di acqua dolce. Ma sono il dono libero e gratuito di un venuto dall’oceano.

© Giovanna Amato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.