Un museo per l’italiano

Giuseppe Antonelli
Il museo della lingua italiana
Mondadori, 2018

Immaginatevi mentre gironzolate, incuriositi, tra le stanze di un museo che ospita sessanta, più due, pregiatissime testimonianze della nostra cultura, solo che i testimoni della nostra cultura questa volta hanno un rapporto inscindibile con la nostra lingua: l’italiano. Un museo non diverso da quello che un incendio di tre anni fa ha divorato a San Paolo in Brasile. Testiomonianze scritte che ci tramandano pure tracce di un’antica oralità perduta, come potrebbero essere l’indovinello veronese o i “fumetti” degli affreschi di San Clemente a Roma. Un museo che cerca di fissare per esempi iconici le tappe del formarsi e del progredire della lingua che tutti i giorni usiamo. Un museo immaginato, certo, ma che la prosa misurata e il narrare avvincente di Giuseppe Antonelli riescono a rendere a tratti visibile, come se alle pareti passassero, su schermi ad alta definizione, dei filmati con attori che impersonano, che so, Petrarca e il suo copista osservato mentre allestisce la copia “in bella” del Canzoniere, prima di sostituirvisi e continuare a copiare di suo pugno le nugae per rifinirle, limarle. Oppure Boccaccio che adorna i suoi manoscritti con le chiose e i disegni divenuti famosi, come le manine usate per indicare a sé stesso i passi meritevoli di maggiore attenzione.
Perché la lingua italiana, la nostra lingua, è passata attraverso la cura della lingua scritta, letteraria, illustre. Ed è questo che ci racconta Giuseppe Antonelli nel suo libro Il museo della lingua italiana: come si è evoluta la lingua italiana. Ma per fare ciò ha immaginato un Museo, un edificio permanente che sappiamo non esistere – almeno per ora -, ma che segue le tracce di alcune importanti mostre temporanee che hanno illustrato le glorie di questo nostro italiano, che mostra in questi ultimi anni segni di cedimento; segni che forse sono le direttrici di un’evoluzione rapida verso un uso linguistico più libero, che sacrifica, forse per pigrizia, elementi portanti della sua secolare struttura, come il congiuntivo, dato sempre per prossimo all’estinzione, ma che invece è l’attuale simbolo di come siano le spinte dal basso ad agire sulla natura aristocratica dell’italiano.
Il libro è tutto fuorché un nuovo tentativo di codificazione. Semmai questo Museo vuole proprio evitare la museificazione (leggasi mummificazione) della lingua, mostrandone invece la mutazione intercorsa nei tempi; un’evoluzione fatta anche di molti apporti esterni, come le parole provenienti dall’arabo, dal francese o dallo spagnolo, tutte figlie di precisi momenti storici. Ma, a mio avviso, una delle prove di quanto ho appena affermato sta nel capitolo n. 12 dedicato all’Accademia della Crusca, presentata non solo nella sua compagine monumentale, sub speciem documentaria attraverso il Vocabolario, bensì nel suo mandato più recente, quello che ne ha fatto uno dei siti più consultati non solo dai cultori della lingua; un portale che in un breve arco di anni (breve rispetto ai quattro secoli di vita dell’Istituzione) l’ha trasformata, memore – perché no? – dell’atteggiamento provocatoriamente polemico del circolo illuminato dei fratelli Verri, ma ancor più della lezione di Melchiorre Cesarotti, nel «più importante centro di ricerca scientifica dedicato allo studio e alla promozione dell’italiano». Insomma dell’italiano Antonelli mostra pregi e difetti, usi e costumi, spiegando pure perché a costumanza a un certo punto in italiano si sia preferito l’uso di etichetta; perché la lingua è sempre testimone della storia da che ci è stato insegnato, nei primissimi giorni di scuola, che la Storia inizia quando l’uomo  inizia a scrivere, e attraverso la scrittura tramandare (tradire) la sua presenza sul pianeta.
La scientificità della trattazione, mai sacrificata da Antonelli, non impedisce però di innovare il modo con il quale si è deciso di affrontare la questione della lingua. Quel motorino scelto come primo esempio per parlare del tratto distintivo della lingua del sì, e posto in bella vista nel Vestibolo al Primo piano, che riporta alla mente, almeno di chi scrive, l’alto magistero di Dante alle prese con la ricerca del volgare illustre, è allo stesso tempo immagine di adolescenti in sella a un ciclomotore che ha segnato una prima idea di libertà anche linguistica (e qui mi viene in mente l’esordio narrativo di Tondelli, che tanto sconvolse l’Italia di fine anni Settanta del Novecento), anche se io, anagraficamente, appartengo alla generazione del Ciao.
Un edificio di tre piani a esemplificazione/semplificazione delle tre fasi storiche della lingua italiana: italiano antico (dalle origini al primo Settecento), italiano moderno (dal secondo Settecento al secondo conflitto mondiale) e italiano contemporaneo (dal dopoguerra a oggi). Un susseguirsi di sale (cinque per ogni piano) nelle quali sono esposti, come già detto, sessanta, più due, pezzi unici per sessanta, più due, momenti iconici della storia linguistica dell’italiano, quattro per ogni sala. E qui si andrebbe pure a nozze con un trattato di numerologia come si sarebbe fatto almeno fino a quasi tutto il XVI secolo, se non fosse che sfogliando il libro, leggendone i capitoli, ogni tanto si è tentati dal toccare i simboli usati per i rimandi inter- ed extra-testuali, e provare così a vedere se non ci ritrovassimo in realtà tra le mani un testo elettronico, capace di aprire immediatamente una nuova finestra e condurci in un altro luogo del libro, perché il libro è davvero proiettato verso il futuro come l’italiano e il suo e-taliano.
Ecco che, giunti alle ultime sale, vi scoprirete arricchiti di alcune risposte a domande che non vi siete mai posti sul perché di quella o quell’altra parola; perché abbia quel suono esotico. E perché suoni più strano l’italiano turbopadrecesariano di Diego Fusaro dell’italiano depauperato che spesso – a volte troppo spesso – incontriamo in rete.
E ora salgo a bordo del mio mai posseduto Ciao.

 

© Fabio Michieli

3 comments

  1. E non dimentichiamo il ruolo importante svolto dalla scuola poetica siciliana. I poeti siciliani creano la prima poesia d’arte in volgare italiano nei primi decenni del Duecento, grazie a un gruppo di rimatori che si raccolse intorno alla corte palermitana di Federico II di Svevia. I loro testi tuttavia, salvo pochissimi eccezioni, non ci sono pervenuti nella forma originale, bensì nella trascrizione di copisti toscani, che hanno rielaborato o sovrapposto le caratteristiche del loro idioma a quelle del siciliano ,diedero così vita a una linea poetica” siculo- toscana”, di transizione tra i siciliani e quello che Dante definì, nel Purgatorio, canto XXIV v.57, ” dolce stil novo” citando Iacopo da Lentini come autorevole rappresentante della scuola siciliana vv.55-57 «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch’ i’ odo!”

    Ringrazio l’autore e Fabio per questa proposta davvero interessante.
    Maria

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    1. La questione è ampiamente dibattuta, Maria.
      I dubbi sulla natura originale di quel volgare in uso nella scuola federiciana hanno spostato il dibattito su altri territori, senza nulla togliere al ruolo fondamentale e fondante di quei poeti.
      Ma il fatto che il primo testimone prettamente siculo, ossia Stefano Protonotaro, arrivi tardi nella tradizione manoscritta ha pure fatto ipotizzare un’origine direttamente toscanizzante. E la questione è tuttora irrisolta.
      Va detto, però, che la funzione della scuola federiciana si avverte se teniamo presente la tradizione toscana dei testi di detta scuola, quindi se per i temi va riconosciuta l’importanza storica della cerchia di letterati alla corte di Federico II, per ciò che riguarda la storia della lingua italiana è proprio la tradizione toscaneggiante a far sentire la sua funzione e non la matrice sicialiana. Certo, sono riconoscibili tutta una serie di fenomemi tipicamente siciliani, ma l’ingresso di certe voci nella lingua italiana, che poi sono eredità di voci presenti nella lirica provenzale di cui la scuola siciliana si fa portatrice, è dovuta proprio ai copisti d’area toscana o comunque appartenenti a un ambiente riconducibile geograficamente alla Toscana.
      Ma, ripeto, altre ipotesi critiche sono state avanzate per via di alcuni ritrovamenti in manoscritti d’area settentrionale che metterebbero, se accertata la datazione, in discussione alcune nozioni date per assodate nella nostra storia letteraria.

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