Dite, sette secoli dopo. Su “Apocalisse pop!” di Lorenzo Allegrini

Apocalisse pop! di Lorenzo Allegrini (Edizioni IlViandante 2018) risponde innanzitutto alla domanda: come immaginare l’Inferno oggi se qualcuno ripetesse il viaggio di Dante? Fatta salva l’idrografia infernale essenziale (Acheronte e Flegetonte continuano a scorrere come se nulla fosse), è la città di Dite ad essersi allargata fino a occupare tutto lo spazio, creando così un iperbolico paesaggio simile a quello contemporaneo delle “ciniche metropoli” in cui “ci si perde senza via d’uscita” (p. 21), ormai molto più facilmente che in una selva più o meno allegorica. Se insomma Eliot aveva portato Dante dentro la città moderna, Allegrini impianta la città moderna nell’inferno dantesco, sfruttando a sua volta l’associazione immediata tra folla urbana e massa per lo più anonima e indistinta dei dannati. È già questo un elemento di grande fascino, il fatto di aver reso con immagini vertiginose il senso di una metropoli incommensurabile: lo stadio che appare “come elefante che svetta” (p. 65), in cui vengono giustiziati i dittatori; la zona industriale, con “la cimiteriale/ vastità delle fabbriche e dei sili” (p. 95), dove passeggia la moltitudine alienata degli operai; la periferia “che trita tutto nei cariati denti!” (p. 207); la metropolitana che buca l’inferno quale “tana/ di treni in un abisso subalterno” (p. 234, e come a Bruxelles raggiunge il comune di Molenbeek, qui divenuto distesa dei corpi dilaniati di terroristi kamikaze); l’epicentro di Dite, il groviglio dei palazzi, il grattacielo di Satana “che come un artiglio/ impugnava la sua arcuata antenna” (p. 204) e sfidava il cielo “come un proiettile diretto a Dio” (p. 242); e quindi Dite vista dall’alto, dalle vetrate del palazzo centrale, “una distesa di luci e budelle” (p. 251). Il modello della Commedia è però scosso, fin dal titolo, da un altro modello, quello biblico dell’Apocalisse di S. Giovanni. Proprio Giovanni l’Evangelista sarà la guida del poeta, il Virgilio della situazione, pronto però ad azzuffarsi anche fisicamente con i diavoli, al punto da eliminare Malacoda (ai due si aggiungerà dal canto XVII Brahma, il cane di Schopenhauer, che appare sub specie di un pupazzetto della Trudy nell’intelligente e ironica campagna promozionale creata sui social dallo stesso autore). E mentre il mondo terreno viene sconvolto e distrutto per sempre (il protagonista assiste allo show apocalittico davanti a uno schermo nel monastero di Dite), lo stesso Inferno con le sue leggi immutabili risulta essere attraversato da un fremito destinato a crescere: è l’enorme rivolta che si prepara contro Satana, sintesi di tutte le grandi rivoluzioni sociali del passato. Tra le tante ovvie differenze, questa è forse quella che marca più profondamente la distanza tra un poeta di oggi e Dante: non è il vento di Dio che soffia in questo poema, ma il vento impetuoso della Storia.

Il termine apocalisse è però immediatamente diminuito dall’altro che gli viene accostato, pop, in una sorta di plateale understatement. Se pop va inteso come continuo e divertito ammiccamento ai gusti di una certa cultura mediatica di massa, questo nel libro c’è, visto che dentro il mondo ultraterreno inventato da Allegrini trovano posto anche i protagonisti di un immaginario più recente, televisivo e giornalistico, cantanti, attori, politici, imprenditori, medici, criminali, sportivi, a formare una sorta di rutilante apocalisse da rotocalco (ma poteva essere forse la stessa sensazione dei contemporanei di Dante, quando sentivano all’Inferno il nome di alcuni personaggi della vita pubblica fiorentina e non solo?). Così già in apertura incontriamo un Berlusconi per contrasto impoverito e furente (e con lui Bern Madoff, Rockfeller, Louis de Cartier: la regola del contrappasso ricorrerà in modi inediti nelle sue due varianti, somiglianza e inversione rispetto al peccato); in una radura di arbusti, al posto di suicidi e scialacquatori, si nascondono e vengono seviziati i grandi serial killer tra fine Ottocento e Novecento (Jack lo squartatore, Lea Cianciulli, Ted Bundy, Jeffrey Dahmer e altri ancora); tra gli operai prima del tumulto compare Marchionne, mortificato insieme agli altri nel ciclo di produzione del cibo in scatola per Satana (e quindi secondo il poeta colui che diede “fratelli in pasto al capitale” -p. 98- adesso inscatola il pasto del nuovo Padrone); più dolcemente, nella distesa convulsa degli eroinomani (in estasi chimica per analogia di colpa), tra cui Jim Morrison, “ramarro divo” (p. 131), e Charlie Parker, “vero recidivo,/ che simulava un sassofono in mano” (p. 131), e Andrea Pazienza, che decora i muri dell’Inferno, risuona come consolazione la voce di Fabrizio De André, “aedo moderno/ della tristezza” (p. 132, il riferimento è in particolare al suo Cantico dei drogati del 1968); proprio De André, atteso da Guccini e Dalla, condurrà il protagonista nel rione degli artisti, dove un manifesto annuncia i Rolling Stones (ma il dubbio legittimo è che all’Inferno “sia soltanto un conformista/ chi al Diavolo si dice aperto”, p. 138), Duchamp contempla orinatoi, poeti simbolisti fumano il narghilè, abitano poi nello stesso appartamento Andy Warhol e Lou Reed, icone e sineddochi del pop. Sorprende e diverte la continuità con il nostro mondo, visto però da lontano, nelle sue tensioni e nei suoi conflitti, come un grande ridicolo baraccone: il sempiterno Fede conduce il telegiornale, Mario Draghi rassicura sulla Borsa, dentro il Parlamento politici di ieri e di oggi (Moro, Andreotti, Salvini, Renzi, Grillo, Merkel, Trump, Obama, Sarkozy, ma pure Catilina e Cicerone…) sono condannati per l’eternità ad “altercare in dispute dementi/ nella legislatura che non scade” (p. 216). Durante lo scontro conclusivo, per un attimo compaiono Gino Strada e Don Gallo; nell’ultimo canto, infine, il pirata Pantani ci mostra una salita delle sue. Non sarà sfuggito che alcune di queste figure sono ancora viventi (lo stesso Marchionne, al tempo della stesura), e molti non sembrano neanche propriamente peccatori: d’altronde le maglie teologiche non si sono soltanto allargate ma proprio dissolte, e questa apocalisse finisce così per mescolare un bel po’ le carte. Di certo incontriamo personaggi che hanno tratti di familiarità e leggerezza perfino rassicurante, non mancano gli spunti umoristici vicini alla nostra esperienza (per dirne uno che esaspera difficoltà scolastiche più o meno universali, c’è Pitagora stizzito per il teorema a suo dire dimenticato) ed è forse questo accomodamento rispetto al tragico e al sublime che possiamo considerare ancora una volta pop (altra cosa è l’abbassamento comico verso il corporale e il materico che caratterizza il linguaggio dantesco infernale, e fa il colore stilistico anche di questo libro). Tanto più che il poema si conclude ripiegando sul carpe diem del poeta (anche se a pronunciarlo non è Orazio, ma un Omero un poco beffardo: “Corri nel mucchio, su, falla finita:/ nessuno sa quanto duri l’eterno,/ ma della morte prima c’è la vita”, p. 305), e le sequenze precisamente apocalittiche non colpiscono per drammaticità, quanto piuttosto per un grandioso e quasi cinematografico virtuosismo retorico, durante il tracollo delle città e dei continenti (“I capricci bestiali del Tamigi/ cancellarono Londra, diventata/ una discarica putrida, in grigi/ liquami ed in rottami impaludata./ Dissanguavano fiumi i continenti/ come fiotti impazziti, efferata/ rabbia li rese paurosi serpenti/ di strangolare montagne capaci”, pp. 52-53) o quando Satana per vendetta si lascia esplodere (“sentirai l’universo che rimbomba,/ vedrai il diametro della mia pelle/ nel fungo d’oro, l’osanna bollente!”, p. 295). Queste constatazioni per dire anche il timore che un’opera così complessa, una volta recepita dai recensori (dai lettori e dagli spettatori già lo è, entusiasticamente), possa poi sprofondare nella palude definitoria del postmodernismo.

In realtà Allegrini nel suo poema, che è un luccichio diffuso e a tratti abbagliante, in certi momenti sembra davvero giocare al gioco di Dante. Mi riferisco a quei frangenti di grande poesia in cui il tempo vissuto dagli uomini, con il suo portato di colpa e di dolore, si allarga indefinitamente secondo una qualche prospettiva di eternità. È in effetti qualcosa di simile a quello che avviene nell’Inferno, dove ogni dannato trova il compimento di ciò che già era stato in terra (come ognuno di noi è anticipazione di quello che sarà dopo, per la concezione figurale della Commedia messa in luce da Auerbach), e proprio la persistenza della sua verità umana prevale infine sulla cornice celeste. Ne avevo parlato qui un bel po’ di tempo fa, mostrando in particolare come il canto di Brunetto Latini creasse un cortocircuito scandaloso tra il tempo degli uomini e l’eternità di Dio; in Allegrini però questo scandalo non può esserci, l’ordine divino riducendosi in fondo a pretesto narrativo, e ciò che avviene è piuttosto un’interferenza e una simmetria tra vita umana e la virtualità di un tempo infinito che ne propaghi per sempre l’unicità: per questo rispetto al Dante infernale abbiamo una spinta utopica uguale e contraria, non di ritorno alla terra, ma come slancio verso una durata impossibile. Partiamo dai nazisti avviati verso i forni crematori, per il contrappasso più vendicativo di sempre: tra questi “Adolf Hitler, un gracile ramo” (p. 60), piegato dalle frustate dei kapò infernali, e come sotto il peso dell’orrore che ha creato; a seguire Hess, Eichmann, Goebbels e gli altri, “il terrore/ che al Secolo breve […] strappò a morsi il cuore,/ ed ora sta gobbo, calca vigliacca!” (p. 60). L’inferno in terra dei campi di sterminio ricreato insomma nell’Inferno oltremondano per punirne in eterno i responsabili, ed è come se l’intero Novecento fosse in questi versi giudicato e condannato, insieme alla perversione momentanea e incancellabile della scienza: in un ospedale poco lontano, sotto la luce spettrale dei neon, un dottore e diavolo, con il muso da scimmia, conduce esperimenti su Mengele, il medico nazista, colui che, ci è detto con splendido gioco etimologico, cercò di ottenere “Genesi dall’eugenetica” (p. 63). In una prigione simile a Guantanamo viene invece torturato con panni inzuppati George W. Bush, e Tony Blair aspetta il suo turno: si ritorna a pochi anni fa, il trauma delle Torri (“Ripartì la storia/ con l’11 settembre”, p. 76), la seconda guerra del Golfo, la menzogna delle armi batteriologiche, l’uccisione di Saddam, qui condannato ad “esser ombra che oscilla al muro/ per sempre” (p. 78), quasi che le stesse ombre della Storia siano destinate a rimanere tali. Tra i rivoluzionari di Dite compare invece Che Guevara, che avanza il dubbio struggente: “E se alla società senza classi/ l’Apocalisse stesse conducendo?” (p. 92), il socialismo come figura del Paradiso, entrambi infine irreali. Viceversa, Henry Ford è masticato dalla catena di montaggio, che compie così “il gran parricidio” (p. 101), adempiendo in definitiva la fama per molti infausta del suo inventore. All’Università, in mezzo a “un’eco di cultura morta” (p. 119), si confrontano i sapienti di ogni tempo, e ognuno di loro finisce per assomigliare all’idea che più lo ha rappresentato: Newton mastica mele sperando “che un presentimento/ desse frutto” (p. 117), Copernico gira in bicicletta intorno a un sole finto, Darwin gioca a scacchi con un orango (e perde), Kant dubita perfino (o proprio perché) lì dell’esistenza di Dio. All’improvviso nel poema si apre un mare, un oceano “così abissale che anche il Creatore/ i piedi non ci volle mai bagnare” (p. 143), una distesa che Colombo si dice avere attraversato per finire impiccato su un atollo e poi divorato da uno squalo; in un porto di naufragi riappare la Costa Concordia, e Schettino in fila tra i dannati; Giovanni, in cerca del poeta (perso di vista durante uno scontro con i diavoli), ritrova il fratello Giacomo e Andrea, divenuti alla lettera pescatori di uomini, ma quello che succede tra i flutti glielo racconta uno scafista: “Riposa sul fondale un olocausto/ che tenui tende coralli d’angoscia”(p. 147). Ecco che l’Ulisse dantesco non è più mosso da virtute e canoscenza, e il mare si richiude piuttosto sopra viaggi disperati: Allegrini ci racconta così in un canto memorabile l’attualità eterna degli sbarchi mancati.

Nel frattempo il poeta è ancora nel rione degli artisti, dove sente la voce di Mia Martini: “«…e non finisce mica il cielo»/ gridava in quei plutonici asili,/ dove non c’era mai stato, un telo/ simile all’azzurro di chimere” (pp. 149-150). Il gioco simmetrico tra tempo vissuto e sentimento dell’eternità è qui particolarmente percepibile: una canzone di speranza cantata da un’artista disperata, in un luogo immaginario dove il cielo invocato non è mai esistito, spinge alla massima virtualità sia la disperazione che la speranza. A un certo punto visitiamo anche il manicomio di Dite, dove il poeta braccato dai diavoli trova rifugio. La struttura è diretta, per evidente contrappasso inverso, da Franco Basaglia (“fu contro i manicomi la mia vita/ e a Dite devo dirigerne uno”, p. 183), e questo sembra addolcire in qualche modo l’eternità della follia (“Chiunque può diventare mentecatto,/ trattare occorre con umanità”, p. 183). Dentro il manicomio non alloggiano però i matti clinicamente intesi, ma gli attori, i guitti invisi al Demonio (così esasperando il conflitto tra Arte e Potere, dove l’Arte è dannata e il Potere infernale). Tra questi, sopra una poltroncina, Dario Fo e Franca Rame, lui ciarliero e commosso che la bacia “petalo su guancia”, lei immersa “nel sonno vagheggiante/ che dei pianeti il moto aggancia” (p. 192), riuniti “di nuovo in terzine”, in un aldilà di utopia letteraria, e dentro una categoria dell’amore complementare alla passione di Paolo e Francesca (di cui ci viene peraltro riferito essere diventata secoli dopo a Dite la testimonial di un reggiseno). C’è anche tempo per il cane Brahma di ritrovare il proprio padrone Schopenhauer, che però è incatenato all’orologio della torre gotica, realizzando così la famosa metafora del pendolo tra dolore e noia (“Ciascuno fabbrica il proprio destino:/ tu hai inventato la tua paranoia”, p. 209, lo rimbrotta San Giovanni). Nella zona dei politici si ripete a sorpresa il lancio delle monetine contro Craxi, in un sistema di rime in -xi (maxi…taxi…Craxi) tra Mallarmé e Prima Repubblica; lontano dalle risse del Parlamento, c’è invece Berlinguer, silenzioso e triste, la cui caduta fu leggera “come foglia recisa in un comizio” (p. 220): ricordarlo qui è forse un modo per fermarla. E infine la distesa dei terroristi a tocchetti, tra i quali il poeta passeggia a Molenbeek, è una chiara rivisitazione della bolgia dei seminatori di discordia, dove Dante collocava anche Maometto con le interiora penzoloni; dietro lo scontro con i fanatismi esplosivi, ci viene insomma mostrata la sostanziale inattualità delle lotte di religione: riappare infatti Maometto, intatto (“Egli teneva integro il petto/ e non sembrava seminar discordia”, p. 239). Concludo con quello che in realtà è l’aspetto del poema che più sorprende e salta all’occhio, il fatto cioè di aver seguito Dante anche sul terreno in apparenza anacronistico delle strutture metriche: 39 canti di terzine incatenate di endecasillabi, un lavoro di enorme complessità e tuttavia di straordinaria scorrevolezza, una tradizione rinfrescata anche grazie all’uso moderno e disinvolto degli enjambement. È quindi un’opera visionaria non solo per il contenuto, ma proprio rispetto a un certo orizzonte contemporaneo di attesa (e per questo vanno anche riconosciuti i meriti di una casa editrice piccola e coraggiosa). Siamo abituati a teorie, scuole, manuali, libroni schierati a sostenere che in certi modi non si può più scrivere, che sono gesti di retroguardia, arnesi ormai inservibili, e noi tutti concordiamo sull’inevitabilità delle forme e della tradizione. Finché all’improvviso non spunta qualcuno a dimostrarci che non era esattamente così.

@ Andrea Accardi

[a seguire il canto IV, nella selva dei serial killer]

Attraverso dei vicoli il garbuglio
Giovanni di seguirlo fece cenno.
C’era un odore forte, un intruglio

di sudore e di marcio, e al solo accenno
m’affiora al naso il puzzo flatulento.
D’anime una folla senza senno

folta con passo s’ammassava cruento:
c’eran banchetti, e diavoli dall’alto
– come gli uccelli espellono escrementi –

gettavano pattume sull’asfalto.
Lasciando due monete a un ambulante
il Santo comprò un manto blu cobalto.

«Indossa – disse – al luogo delirante
è saggio andare col volto coperto».
Ed io, temendo risposta scostante,

chiesi: «Come andò il duello aperto?
Infine Malacoda hai trafitto?»
A me mostrando un colpo inferto

Giovanni raccontò tirando dritto:
«Osso duro quel demone. Al costato
un taglio cinico m’aveva inflitto

prima di cingermi immobilizzato.
Dopo i fendenti, i pugni e le schivate
tra le sue braccia rimasi impalato;

con forza immonda e le gambe levate
col mio calcio lo feci trasalire
e le mie mani avendo liberate,

diedi uno schiaffo, che per cento spire
veloce lo fece precipitare.
Poi c’eri tu, non lo potei finire:

più avanti ancora dovremo lottare».
Uscendo da quella periferia,
un mercato di morte da evitare,

un po’ più larga si fece la via
e un poco meno turpi le pareti.
«Ora si va per la macelleria

tu non guardare tra gli albereti,
perché quello che sembra solo un parco
mille assassini nasconde nei greti».

Tra gli arbusti aprimmo un varco.
Dietro, enorme, s’allargò un giardino
e tra pozze di pece un viale ad arco.

Io lo seguivo su ogni sanpietrino
nel grido orrendo di grandi germani
dal becco lungo e dal collo corvino.

Ombra su ombra, fusti disumani
formavano qua e là una radura,
da cui conigli con muso di cani

l’oscurità fiutando malsicura
balzavano con sibili osceni.
Nel ventre tetro di gelida paura

fui afferrato al braccio. «Su vieni –
m’invitarono due zigomi aguzzi –
sono il terrore che sventra duodeni

con fallo e bisturi, in purpurei spruzzi
inondo i greti. Oltre la coscienza,
chiedo a voi pavidi, teste di struzzi,

tra bene e male dov’è differenza?».
Ciò detto diavoli vennero a sciame
misero a giro la sua strafottenza

sodomizzandolo, come bestiame.
Poi, quando finì l’uomo di guaire,
l’armamentario sfoggiando di lame,

lentamente, lo fecero morire.
«Questo Caino è il lupo Ricardo
Ramirez – gli orchi presero a dire –

seriale stupratore, un bastardo
autore di quattordici uccisioni
in America, e il fato suo beffardo

gli torna indietro le sue fosche azioni».
Dopo un minuto era ancora vivo
pronto a ripetere altre torsioni

truculente. Lasciai il rito ossessivo
con disgusto alle spalle, come saetta
il passo, tra l’aiuole, prese abbrivo

dietro al Santo. Ma ecco eretta
in uno spiazzo una statua possente.
«Colpì in autunno – spiegava la targhetta –

e qui ora soffre Jack il delinquente,
lo squartatore che viene squartato».
Il pastrano s’alzava insolente,

ma sotto al marmo stava il risultato
dalla tuba ottenuto, l’efferata:
alla base era un corpo mutilato

senza più gola e la pancia tagliata,
connotati oscuri, ventre all’aria
e una milza sulla spalla asportata.

Quale tortura, plurimillenaria,
al terrore di Londra orrenda tocca:
la follia vidi a terra sanguinaria

fatta agnello, col sangue alla bocca,
e cereo accettai quella visione.
Saliva torbida la filastrocca

dei pianti della folla: collezione
di omicidi. E la cronaca nera
i ruoli ribaltò. Incline al sapone,

Lea Cianciulli in pentola era.
Una zingara lesse le sue mani:
«Ti squaglierai in una saponiera:

a forza di bollire esseri umani
a soda caustica finirai insieme»,
le aveva detto, in tempi lontani.

Ed ecco che bolliva. Più in là geme
tal Donato, il ligure Bilancia,
che senza dare a loro alcun seme

sparava alle puttane nella pancia:
un diavolo lo fece inginocchiare,
al cervello mirò, ferro alla guancia,

finché la testa vidi spappolare.
C’erano mostri da tutto il mondo
con demoni, felici, a macellare:

era una bolgia, insanguinato sfondo,
che gli schizzi colpirono anche me
tanto sputava il mattatoio immondo.

Stava sulla sedia elettrica che
bruciava Ted Bundy, il seduttore,
la pena senza fine mai, perché

senza fine avea dato dolore;
il cannibale Dahmer dilaniato
era da orchi, e un caricatore

sopra la Wuornos era scaricato,
lei che in strada rapinava brutale.
Quel grande prato di sangue innaffiato

dava odore di merda e ospedale.
«I fratricidi – disse San Giovanni -,
che solitari hanno scelto il male,

cristallizzano in forche, nei malanni
che, crudeli, per gli altri hanno scelto.
Anche quando, severi, gli affanni

e i traumi dalla vita t’han divelto
devi riporre in tasca il coltello,
perché il figlio dell’uomo è il prescelto

e un colpevole resta tuo fratello».
Così dicendo m’indicò una schiera
foltissima di toghe al macello,

che, prima che per loro fosse sera,
condannarono a morte un cristiano
applicando la legge, per intera,

da Satana dettata, il disumano.
Giovanni fece improvvisa premura:
«Non c’è tempo da perdere, lontano

è il Monastero, dove l’avventura
troverà un momento di ristoro
per preparare l’anima impura».

Decollò con teatrale ghirigoro,
mi fece segno, io volai con lui;
in aria, come beccacce, anche loro,

i diavoli, ma col Santo, di cui
restavo in scia, non avevo timore
dentro di perdermi in quei cieli bui.

4 comments

  1. Segnalo quattro versi che ritengo non siano endecasillabi:
    folta con passo s’ammassava cruento:
    con disgusto alle spalle , come saetta;
    “colpì in autunno – spiegava la targhetta;
    i ruoli ribaltò. Incline al sapone.

    Mi piace

    1. Il terzo mi pare in effetti di no, per “saetta” basterebbe considerare un allargamento della sineresi, per gli altri versi non vedo il problema.
      Però insomma, sa cos’è, che di fronte a una novità del genere l’unica urgenza di commentare sia quella di fare le pulci metriche a quattro versi mi fa l’effetto di un invitato a una cena mirabolante che l’unica cosa che sa dire è : “Peccato per queste candele un poco storte”.
      Peccato, e non per le candele.

      Mi piace

    2. Caro Mauro,

      grazie per la segnalazione della sillaba di troppo nel terzo verso che propone. Gli altri tre versi sono corretti, due canonici e uno con una voluta sineresi forzata. Naturalmente, a esclusione di quello che mi segnala, gli altri circa 6000 endecasillabi dell’opera mi sono venuti giusti per pura fortuna. Anzi, avendo revisionato la metrica praticamente da solo, mi farebbe piacere se potesse aiutarmi la prossima volta: con quattro occhi che se ne intendono di metrica, magari, invece di sole 10 sillabe di troppo o mancanti su 66000 circa, se ne trovano 20.

      Tuttavia, nel mio piccolo, la invito a considerare con più attenzione la storia della poesia, non solo la tecnica. Infatti persino nella Divina Commedia, oltre a un ampio uso della dialefe forzata, ci sono rarissimi (rarissimissimi) endecasillabi non canonici con la quinta accentata (nel mio poema pure di più e, quasi sempre per una mia scelta di provilegiare il lessico: la avverto, se continuasse nella sua analisi ne troverebbe più di qualcuno). Persino Montale ha ampiamente sperimentato con l’endecasillabo non canonico e Pagliarani, pur rimproverandogli una qualche licenza poetica di troppo, riconosceva a Pasolini l’efficacia complessiva del suo verso, che credo sia il fine ultimo di un’opera. Altri esempi potrei portarle, ma credo che sia sufficiente fermarsi e non scomodare altri personaggi ben più autorevoli di lei e me messi insieme.

      Grazie ancora, infine, per aver letto con attenzione i versi e spero che possa ricredersi e acquistare il poema che, lungi dall’avere pretese teologiche o filosofiche, vuole divertire e meravigliare. Nel caso, le auguro buon divertimento.

      Lorenzo

      Ps: segua @poodle_brahma su Instagram :)

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