Giorno: 30 novembre 2018

Letizia Leone, poesie da “Viola norimberga”

Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

(Primo Levi)

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna di delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi,
Uno, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

(p. 19)

 

*

 

Mi fermo.
Aspetto il buio.
Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

Questa Storia
non si può scrivere a mezzogiorno.

Prigioniero ti rendo il bocciolo
Di mestizia.
Il calco bruciante della sua forma.

Il vapore potrebbe
condensare nelle tue iniziali
nelle vocali gonfiare.

Decifrare i Rotoli
Dell’elettrocardiografo.

Bisogna pregare, lo so.
Si può imparare.

(p. 29)

 

*

 

Erebo
Notte
La faccia blu.

Un cupido appesantito
Dalla faretra di cenere

Scocca le frecce della colpa
sullo scandalo
ebreo del tuo corpo.

Erebo
Notte
il sonno e il sasso
dei torturatori
sazi.

Eremo.
Notte ebrea
nell’erebo Nazista.

(p. 76)

Letizia Leone, Viola norimberga, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

 

Un libro dalla forza espressiva formidabile e dall’equilibrio non comune. La forma impeccabile fronteggia la materia, che sia bruta, ingiallita, cinerea, incandescente, tiene testa alla terrificante evocazione del male elevato a sistema così come alla stolida ripetizione della violenza. Il lavoro poetico, solido e consapevole, si fa carico del rischio altissimo di rendere l’indicibile senza precipitare nel retorico, senza scivolare nel patetico, senza lasciarsi avviluppare nel vago, senza schivare l’orrore con l’eufemismo. Questo è Viola norimberga di Letizia Leone. (Anna Maria Curci)

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Letizia Leone è nata a Roma, dove ha conseguito la laurea in Lettere e il perfezionamento in Linguistica. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce (2000), L’ora minerale (2004), Carte Sanitarie (2008), La disgrazia elementare (2011), Confetti sporchi (2013), Rose e detriti (2015). È redattrice della Rivista Internazionale “L’ombra delle parole” e della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”.

Le “Coppie minime” di Giulia Martini (di Roberto Lamantea)

 

Più che un libro, è un concerto. E dà gioia scoprire un’altra autrice (giovanissima, ha 25 anni) che non solo ha “qualcosa da dire”, ma lo dice con l’abilità di una tessitrice raffinatissima. Coppie minime (InternoPoesia, 2018, 136 pagine) gioca già nel titolo – Francesco Vasarri nella prefazione ricorda che «con coppia minima si intende, in linguistica, una coppia di parole che si differenziano soltanto in virtù di un fonema» ma “coppia minima” è anche, naturalmente, la coppia di innamorati, anche se in questo libro domina l’amore non ricambiato – con l’ambiguità della lingua (cara vecchia parola di un classico libro di William Empson), la sua seduzione. Giulia Martini lo fa anche giocando con la tradizione letteraria, con innesti e variazioni foniche: Dante, Boccaccio, Petrarca, Poliziano, la liturgia cattolica. Più che citazioni, sono come l’eco di una musica che continua a danzare nella mente, “coppie minime” di scatti fonici che rovesciano la scrittura del senso: non più o non solo scrivo per dire (un concetto, un’immagine, un contenuto) ma scrivo ciò che la lingua dice (la forma è il contenuto: in tempi grami per la cultura e un’editoria appiattita sul consumo massmediatico bisognerebbe rileggere lo strutturalismo e la semiologia).
Sempre Vasarri nella prefazione scrive benissimo che i testi oscillano «tra la concisione epigrammatica e il riecheggiamento del sonetto» e che Coppie minime è un libro «ricco di movimenti che dalla lingua puntano alla sua ombra». Verrebbero in mente certe tensioni teoriche del Gruppo 63, ma Giulia non fa un’operazione d’avanguardia, non nega la tradizione ma, zanzottianamente, la riscrive, l’innesta nella lingua del reale, compresi gli anglolemmi dell’informatica (neolingua?): ed ecco che il verso si nutre anche di parole come desktop, pixel, app, password, pdf, hardware, che sono il nostro paesaggio quotidiano (esemplare il testo di pagina 21, che è in realtà molto amaro).

Calendimaggio d’un maggio d’antan,
Mi cali lemme lemme nel lemmario
chanson di gesta. Quale calicanto
del Getsemani tieni tra le mani?

[…]

lacuàle per irrigarti chance.
Nel deserto, la quale ti battezza,

Versi che tra allitterazioni e rime interne sono esemplari della scrittura e della riscrittura del senso (pagina 18). E accanto (19):

Con quanti giri di parole giro
l’isolato dove pianeggi e abiti

oppure (20):

è notte, è notte, è notte, è notte e non te.

E anche (70):

Un foro nel Fosforo.
Un neo nel Neon.

Magnifico il testo, ispirato al Vangelo (Mt 4, 1-4), di pagina 24:

Ti prendo per lacerti in questi giorni
di magra, di magnificat.
Mi mitigo
il tuo deserto con moti per luogo –
diverto ogni tuo niente in desinente
di caso e numero, nome persona
e tempo nel verbo,
se è vero il Verbo
che non di solo pane vivrà l’uomo
ma d’ogni diavolo di parola.

(E così via, e così via dicendo). (altro…)