Giorno: 29 novembre 2018

“Lettera”, racconto di Elisabetta Rizzo

Mia madre aveva un pancione grande e tondo e io ero ancora troppo bassa per appoggiarci sopra l’orecchio. Non ci riuscivo neanche quando mi tenevo sulle punte dei piedi. In bilico tra la mia figura e la sua.
Per parlargli, dovevo aspettare che mia madre si coricasse. Solo quando si adagiava sul letto provavo ad ascoltarlo sdraiandomi accanto a lei. Dal mondo gli raccontavo quello che facevo durante la giornata e lui non rispondeva, silenzioso e distante. Me lo immaginavo piccolo, soffocato dalle viscere di mia madre, avvolto dal suo sangue e con la bocca spalancata per mangiare i resti che gli arrivavano dall’alto. Cosa provava a stare lì dentro, col muso attaccato allo stomaco? Mi dicevano che in verità non è proprio così, che i bambini non entrano in contatto con quelle cose, perché la natura sapiente aveva pensato anche a questo. A non farli entrare in contatto con quelle cose. Ma io non lo capivo e continuavo a pensarlo a quel modo, col muso attaccato allo stomaco e con le orecchie che acchiappavano i suoni provenienti dagli organi caldi e gommosi.
Allora nella mia mente giocavo con il fratello che sarebbe nato poco dopo. Giocavamo a nascondino e lui si metteva sempre al solito posto, dietro l’angolo che separa il soggiorno dal bagno. Io gli vedevo la testa, un ciuffetto scuro e poco folto. Gli vedevo anche le dita paffutelle aggrapparsi alla parete, così innocenti da credere di non essere viste. Essendo l’ultimo arrivato, facevo finta di niente e lo lasciavo vincere, un po’ come fanno i papà coi figli che li sfidano a braccio di ferro.
La vuoi una tazza di tè?, gli dicevo immaginandomelo seduto di fronte. Lui non mi rispondeva e intanto io glielo versavo lo stesso nella tazza di plastica che prendevo dal mio sevizio migliore. Mi appariva strano il suo mutismo, ma mi risvegliavo prima di preoccuparmene e mi accorgevo che non c’era nessuno a sorseggiare il tè che avevo preparato con cura.
Poco dopo, come se niente fosse, ricominciavo a parlargli e la fantasia scioglieva sempre i nodi duri che la realtà mi stringeva in gola.
Fratello. Eppure gli adulti mi dicevano che dentro il pancione di mia madre ci stava una femmina. Una femminuccia. Così i vestiti accumulati sul letto della cameretta erano rosa. I pannolini erano anche rosa. E un uomo alto e magro e macchiato di gesso da lì a qualche giorno avrebbe spennellato di rosa la cameretta. A me il rosa non piaceva e chiesi a mia madre perché le femmine sono rosa e i maschietti blu. Lei ha farfugliato qualcosa che non assomigliava a una risposta, ma più a una scusa per liberarsi dalle mie domande.
Poi mio fratello è nato davvero. Fratello. Nessuno mi ha riconosciuto quella premonizione da bambina. La mia visione lunga che aveva scavalcato le lauree in medicina e gli strumenti ecografici. Nessuno disse niente. Io mi chiedevo il perché mentre la rabbia montava per esplodere in una scenata che i grandi non avrebbero compreso.
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A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi, a cura di Emiliano Ventura

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi secondo Angelo Poliziano e Niccolò Machiavelli – a cura di Emiliano Ventura, Collana Damnatio Memoriae, Arbor Sapientiae Editore, Roma 2018

Introduzione

Firenze 26 aprile 1478. Nella cattedrale di Santa Maria del Fiore vengono assaliti Lorenzo de’ Medici, signore della città, e suo fratello minore Giuliano; un attacco estremamente sanguinoso e violento. Giuliano viene ucciso, Lorenzo invece riesce a respingere i colpi degli assalitori e a salvarsi. In città seguono rappresaglie durissime. Vengono impiccati o decapitati quasi tutti i congiurati. La famiglia dei Pazzi viene quasi sterminata, mentre i Medici salvano e ampliano la propria influenza sulla scena politica della penisola italiana. L’evento violento e brutale è rimasto nella storia come La congiura dei Pazzi; sull’esempio di Sallustio è Poliziano a intitolare il suo commento con questa formula che ancora usiamo.
Il termine suggerisce che il complotto di assassinare i fratelli de’ Medici fosse limitato alla famiglia dei Pazzi, che per la nobiltà, le ricchezze e il parentado era considerata una delle famiglie più importanti della città.
Oltre ai Pazzi, furono  coinvolti il pontefice Sisto IV, il re di Napoli Alfonso II, il duca di Urbino Federigo da Montefeltro, l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, un famoso umanista, un cardinale, un vescovo, qualche capitano e un gran numero di soldati mercenari.
Dopo il fallito tentato omicidio a scapito di Lorenzo, il pontefice e il re di Napoli dichiarano guerra a Lorenzo e Firenze, la guerra dura due anni ma alla fine Lorenzo è ancora a capo dello stato.
Non mancano le narrazioni dell’evento nella storiografia fiorentina. È molto breve il periodo che intercorre tra l’attacco del 26 aprile e le prime opere edite sulla congiura. I fiorentini inventano e creano canzoni e poesie sull’argomento. (altro…)