Giorno: 22 novembre 2018

Inediti di Davide Valecchi

 

Mi hai detto di fare attenzione al profumo del granturco
appena tagliato, al connubio di terra secca, erba e olio combusto
che per te è la dolcezza del lavoro semplice, la promessa
di un riposo senza oscurità, di una convergenza di nature.

Capisco alla fine del giorno quando sono stanco
e mi circonda l’idea di un rifugio raggiunto senza pena
che facciamo ancora parte della stessa dimensione
perché il nostro linguaggio tocca tutto il visibile
e dove non arriva cambia e si rinnova senza sosta.

 

Quando per il ritorno scegliemmo un sentiero diverso,
riscoperto dopo anni perché battuto soltanto dagli animali,
era in gioco una fedeltà al dolore, la superbia di conoscere il mondo
e l’illusione che la letteratura si trovasse in qualche posto naturale.

Ma durante il tragitto tutto è caduto nell’arco di una sosta
con la certezza di essere dentro al respiro di vita e morte
e di condividere un continuo alzarsi e abbassarsi
insieme alle entità di ogni luogo terrestre.

 

Prepararsi alla trasformazione o al riconoscimento
significa dare cittadinanza alla trama delle pietre sul tetto
o alle bolle d’aria cresciute al sole
sulla vernice protettiva delle imposte,
magari indugiando sui concetti di universo interno e di confine,
mettendo in conto il conio di qualche neologismo
da mormorare come una profezia non creduta del tutto
o come una formula che accompagni lo scorrere
del giorno sopra il giorno cancellandone l’attrito.

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Roberto Amato, “Le attitudini terrestri” (rec. di D. Gentile)

Risulta difficile poter parlare della nuova raccolta di Roberto Amato, Le attitudini terrestri (Elliot 2018) senza sfiorare il rischio che le parole diventino un reticolato stretto per le molteplici direzioni che rendono questo libro una sorta di sussidiario in versi. Per Amato, in questa come nelle precedenti raccolte, «la poesia è un fatto vivo» e, in quanto tale, tocca e abbraccia i luoghi comuni, i cassetti, le cucine, il gioco, ma senza mai trascurare uno sconfinamento in ciò che apparentemente comune e terrestre non è: i testi, fuori da ogni schema metrico, vedono un io bambino che racconta, in una forma che diremo approssimativamente diaristica, le sue memorie. Le Mémoires d’un fou di Flaubert fanno da modello per l’avvio a un insolito dialogo, non precisamente collocabile nel tempo, ora con un Dottore, ora con un fratello Elvio, con delle cuoche o un barbiere, una madre, un padre.
Chi parla è apparentemente fermo in una «fabbrica di pazienti» e più precisamente in una cella, gabbia, scatola: il gioco di Amato inizia con il ridurre al minimo lo spazio, con l’annullare le coordinate del circostante per poi costringere il lettore a seguire i discorsi farsi cielo e spazio siderale, a scoprire che nella «internità liminare» del paziente può accadere ciò che è proprietà intrinseca della soglia e cioè il suo appartenere al dentro tanto quanto al fuori. Il mondo, quindi, può stare in una scatola e gli angoli e gli spigoli sanno cedere alla rotondità del cielo e delle nuvole come una culla in una «cella ariosa». A convincerci che sia possibile questo continuo oscillare, è la logica stringente con cui chi parla sa argomentare con una «colpevole coerenza» la sua visione delle cose, le sue misurazioni, i suoi ricordi, le sue ossessioni. Se «noi ci ostiniamo a costruire dighe per comprimere tutto dietro l’oscurità», è proprio tale buio che la voce narrante cerca ostinatamente di indagare, progettando di scrivere un Trattato sui principi luminosi delle tenebre che tenti, se non di portare luce, quanto meno di individuare i segnali che provengono da quanto è nascosto.

Prima che mi curvassi così ero talmente alto
che la mia testa germogliava sui tetti dell’Ospedale.
E non potevo fare altro che sorvegliare il paesaggio per così dire dall’esterno.
Il mio dialogo con gli alberi scorreva verso il basso. Defluiva.
Gli uccelli che mi facevano il nido sulla testa erano in fondo
una grande consolazione.
Io mi nutrivo delle loro uova e questo li esasperava.
Ma sapevano dominarsi accecati dal lume della mia splendida ragione,
come se fosse chiara la Natura nel suo svolgersi secondo
«gli irrinunciabili principii luminosi delle latebre».

Sì, come quando la mia testa cominciò a risplendere di luce propria,
e aveva un bel cantare quel ruffiano matricolato di Tanino,
che i miei capelli sono sani e luminosi.
E glielo dico in confidenza, Dottore:
non ci sono ospedali che non abbiano questi giochi di luce,
questi dialoghi sui tetti e nelle prime zone del cielo.

Ma non deve pensare a una separazione netta tra gli stati solidi e gli stati gassosi,
tra i rumori e la musica.
è una questione puramente ornitologica.
Cosa fanno gli uccelli se non legare musicalmente ma anche pazzescamente
(sono uccelli manicomiali non lo dimentichi)
gli alberi e i cieli con le loro penne pentragrammatiche?
Non fanno altro è evidente.

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