Giorno: 19 novembre 2018

Simone Marcelli: poesie da “Archivio privato” (Zona, 2018)

 

Ginevra sbuffa sulla linea del lungolago, in qualche centinaio di metri
di Jet d’eau: di rigetto per jeu, sta lì fermo pour jeu il getto al principio
sfogo energetico dell’impianto idroelettrico che passando in bus
è monumento della rivoluzione industriale ogni decennio più alto
ogni decennio più alto e alla fine: un petit jeu per i turisti
che fanno il bagno di vapore, ma nessuno ce la mette sopra
la mano: che la trancia. Passando in bus è un jeu che nemmeno
bagna: una nuvola-ago ferma punto esclamativo scontornato,
passando in bus il mediterraneo M. solo come un cane dopo il crollo
delle storielle il decadimento della menzogna sull’autosufficienza
sul trionfo della piena autonomia energetica, andato tutto
a farsi benedire con il saluto ai controlli d’imbarco; e chi rigetta chi,
chi rigetta cosa, un gioco di getto, l’acqua vaporizzata
acquisisce volume e pare di più, acquisisce volume e pare di più
il gioco che acquisisce volume e pare di più un jeu d’eau, jeu di vapore,
o di nuvola o di partenza, di giocare all’autosufficienza, all’auto-
spurgo e nemmeno spruzza l’acqua in faccia, passando con i turisti
col bus che con la coda tra le gambe prosegue sulla via per la dogana.

 

immagine della voce-segnale – nel tempo della non-risposta
tra la domanda dell’emigrato M. e il silenzio di sua madre –
che si perde al valico, la parola-scarica che viaggia su reti di linee
invisibili sui tetti sulle teste su trecce di cavi montani e pedemontani
e satelliti orbitanti e antenne
costeggiando strade viaggiate silenziosamente e invece accanto
le parole-impulsi simultanee: se non salta per il vento se non salta
per la neve o per il turbamento satellitare della calotta di raggi
che si chiude sul capo del mondo, che ci lancia le parole che ci porta
le parole, che ce le ascolta, che ce le ruba: facili facili parole fuori
dalla bocca alla velocità della luce: struttura perfetta funzionante
retta sull’aria e sulla firma del contratto con il gestore, da ringraziare!,
ora è facile vivere ovunque nel mondo per poca bolletta, ora è facile,
o sei bamboccione?, seppure talvolta c’è un singhiozzo c’è un secondo
di forzato silenzio, o finché il sole non esplode una tempesta o al gestore
furiosamente non girano le palle.

(altro…)

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, Edizioni Cofine 2017

Venticinque autori dei quali viene presentata la poetica e una significativa scelta di poesie, dal più ‘antico’ Furio Miselli, nato esattamente centocinquanta anni fa, nel 1868, al giovane Luigi Maria Reale, nato nel 1972; una dotta e coinvolgente introduzione, quella di Francesco Piga, che disegna un itinerario di lettura composito e non avulso dalla letteratura nazionale – anzi! – e che, allo stesso tempo, ripercorre le tappe rilevanti dello sviluppo di una peculiare lingua della poesia delle voci e dei luoghi: questo è il volume Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, egregiamente curato, come ricordato poc’anzi, da Francesco Piga e pubblicato a Roma nel 2017 dalla casa editrice Cofine di Vincenzo Luciani.
Seguo il suggerimento sapiente di Francesco Piga e prendo le mosse, per raccontare brevemente il mio percorso di lettura, dal territorio umbro, ovvero, per essere più precisi, dalle diversità delle fisionomie territoriali che caratterizzano questa regione. Quella della poesia dialettale umbra è una storia che ben si sposa con gli strumenti di indagine della geocritica. E dunque è bene ricordare, come fa Piga in apertura, che le diverse configurazioni geografiche in Umbria collocano limiti e confini naturali, facendo assumere alle diverse realtà locali una fisionomia particolare, «con proprie componenti linguistiche».
Come le diverse morfologie del territorio, così anche le vicende storiche concorrono a dare fogge, cadenze e tipologie diverse a parlate e a tradizioni poetiche.
Occorre allora risalire molto indietro nel tempo e lasciarsi guidare dall’ode barbara di Carducci Alle fonti del Clitumno per identificare confini, versanti opposti, riva destra e riva sinistra di fiumi, radici etrusche e radici indoeuropee.
Alle frammentazioni delle varietà linguistiche sul territorio fanno eco collegamenti e influenze provenienti da altre regioni. Ancora nel Seicento, tuttavia, la cifra della poesia in dialetto resta esclusivamente popolare.
Dalla maschera del Bartoccio nascono nel Seicento i primi testi di poesia dialettale e per tutto il Settecento le “bartocciate” vengono identificate come poesia dialettale.
Proprio la maschera del Bartoccio, recuperata per farne «espressione di ribellione e di dissacrazione nei confronti del dominio pontificio» (Renzo Zuccherini in Gli anni del Bartoccio. La letteratura dialettale perugina), segna il ritorno alla tempra combattiva e l’inizio dell’era moderna della poesia dialettale umbra.
Nei testi del primo Novecento è evidente una più spiccata raffinatezza nei sonetti; anche le narrazioni popolari, inoltre, mostrano uno stile più elaborato. Buona conoscenza dei poeti classici e di quelli contemporanei, solida capacità espressiva unita anche a insofferenza per le mode coeve e a un preciso programma di rilancio delle tradizioni popolari caratterizzano la poesia di Furio Miselli e di Fernando Leonardi.
Ma è importante volgere ora l’attenzione alla produzione poetica di autrici e autori nati nei decenni Quaranta e Cinquanta del Novecento per comprendere quanto la poesia dialettale umbra sia stata e sia tuttora formidabile testimonianza di ricerca, da un lato, di una propria espressione della contemporaneità – con incursioni di grande efficacia negli ambiti e dell’introspezione e della lirica di cose e luoghi – e tappa non trascurabile dell’innovazione del linguaggio poetico.
Innovazione, si badi bene, che non può non toccare la poesia in lingua italiana e il dinamismo della poesia tutta; è innovazione da considerare dunque in ottica ampia, non solo dunque oltre la regione,  bensì anche oltre le nazioni. (altro…)