Guglielmo Aprile, poesie da “I masticatori di stagnola”

 

Algoritmo

1

Il pitone delle strade annoda
l’algoritmo della sua morsa
sulla gola delle giornate.

Imitiamo chi ci è seduto accanto
mentre sbuccia tonnellate di sabbia;
nessuna traccia che riporti all’utero.

Migliaia di camicie da infilare
ciascuna con cura nella sua gruccia
per migliaia di mattine,

algebra altera che incatena il sangue.
Spero che il glicine si sbagli
quando teorizza la metempsicosi.

 

La Fenice

La tv accesa fino a immergerci nel lago,
tanto per compagnia, invecchiamo
come posate chiuse nei cassetti

che non hanno imparato mai a volare,
la pelle perde tono e si frastaglia
in frattali, friabili, di ghiaccio,

la nebbia fa illeggibili i tatuaggi,
le vecchie asciugamani buone solo
per farne stracci. Eppure

il sole sfida cecità di secoli
trapassando le serrande abbassate;
lo scarabeo sopravvive agli imperi,

battezza l’alba dalla cenere di ieri,
dopo ogni gradino appena fatto

ne spunta in cima alla scala già un altro.

 

Diaspora

1

Facciamo numero per le strade,
infiniti nessuno che si arrendono
sonnambuli a una diaspora,
il vento spazza via fogli non rilegati.

Nel cestello della lavastoviglie
si rinnovano i mondi,
un nuovo ciclo di panni sudati
fa giustizia delle albe;

ma ogni canzone ha sapore di fine.

 

2

Tamburo sfondato delle stagioni,
la betoniera mastica
da millenni lo stesso sasso,
la stessa conclusione senza appello,
il messaggio sulla segreteria
ribadisce un solo comandamento,
nella casa di nessuno;

faccio finta di non vedere,
mentre la zingara mi sfiora i fianchi
e i merli ridono alle mie spalle.

 

Canovaccio

L’inizio è sempre altisonante,
guerrieri offrono il sangue alle albe;
poi la scodella di biade annacquate,
i treni alla stessa ora
da prendere sempre più controvoglia,
le scale da rincorrere
con sempre più scarsa impazienza,
i dadi da lanciare ai passaggi a livello,
le domeniche in fila
come la carne in scatola che estende
le sue meditazioni per lunghissimi
giri tortuosi nei supermercati;

ci ritroveranno
dopo un bel po’ di giorni, sulla sabbia
dove avevamo preso sonno,
senza quasi più nulla indosso,
stonati e incapaci di spiegare
come eravamo finiti in quel posto.

 


Armistizio

Ogni mattina ricominciamo,
con ammirevole pazienza,
ad annodare fiocchi rossi ai pomelli
sciolti la sera prima;
esperti di autoinganni, raccontiamo a noi stessi
un’altra parabola edificante
per prendere sonno in mezzo alle briciole.

Troveremo al risveglio
il pavimento cosparso di insetti morti
da ripulire.

 

Guglielmo Aprile, I masticatori di stagnola, LietoColle 2018

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