Giorno: 12 novembre 2018

Poesie da “Geografie interiori” di Federica Fiorella Imperato (Aletheia 2018)

Illustrazione di Francesco Moretti

 

ho piantato radici forti
che non toccano terra,
seguono i corsi d’acqua
i venti tempestosi
le maree e gli uragani
e nulla
può spezzarle

qui tutto è partenza
è inizio
di un nuovo viaggio

a confronto con me stessa
mi ritrovo nell’altro
silenziosa mi rivolgo
e ascolto:

c’è bisogno di spazio
c’è bisogno di tempo

***

mi affaccio a una finestra di parole colorate
balsamo che scioglie i nodi

e salendo le scale ritorno al principio,
alla dolcezza antica
dove mi svesto, mi bagno e riparto
contando tutte le gocce che trattengo
sulle mie membra forti
di corpo sicuro

scivolo e non mi arrendo ai presagi di solitudine
(solo non è mai
chi nelle gesta del mondo
si ritrova)

nel vento tra le foglie
la mia mano scorre
come tra le pagine di un libro

***

dietro penne e sigarette
nascondo
l’impalcatura nostalgica
di questa mia essenza

rigogliosa

***

per poi dover sempre arrivare
a ritrovarsi nello stomaco
un tunnel sotterraneo
dove cammineranno
sentimenti inespressi
di gioie ravvedute
sorrisi malinconici

lasciare spazio all’edera
cresciuta sulla facciata di quel palazzo
in quella via nascosta
che sempre mi fermo ad osservare
di inerpicarsi
lungo la mia schiena
piano, sale, si allunga
ed io rimango ferma
a guardarmi cambiare
ad assistere alla costruzione degli ostacoli
che sola
mi ritroverò a dover superare

sconfiggere la fame della mia allegria
temere di non saper fingere
sapere di non potere
e potere invece rimescolare
con le mie braccia forti
nel vasto oceano di aspirazioni ingombranti

respirare il vuoto,
muoversi scalciando
contro le pareti
di questa bolgia paradisiaca

***

sollevami, fammi restare in piedi sulle onde
prima ancora di avere imparato a cavalcarle
dammi un motivo liquido, dolce,
con il quale possa crederti,
attraverso il quale potrai convincermi
che la Terra è rotonda,
e non infinita,
che due più due fa quattro,
e non infinito

dimmi qualcosa che mi commuova,
che mi sorprenda, che metta i piedi dentro tutti i vasi
che ho intenzione di innaffiare radici
che mancano di accettazione e di acqua

corri a dire che ho ventilato le mie ombre,
che le ho curate al sole e che ora sto ballando
intorno ai ricordi di un’estate
ad occhi aperti
intorno a tutti i fuochi, a cavallo

vai e dì per mia parte
che dove mi ha visto ieri
rompermi in piccoli cocci,
in quello stesso luogo,
oggi ho piantato un albero,
mi sono accomodata nella sua ombra
per continuare a trasformarmi
in un capriccio del vento

ed iniziare a prendermi cura di me stessa
inoltrarmi nella giungla,
cercare un pensiero puro,
delle emozioni chiare
per guardarci attraverso

e trovare le mie strade

La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”. (altro…)