Giorno: 10 novembre 2018

lui è tornato: recensione

Anno duemilaquattordici. Senza alcuna ragione dichiarata, Adolf Hitler compare all’improvviso in un cortile nei pressi del bunker dove è morto. Questo l’avvio di Lui è tornato, libro di Timur Vermes poi diventato fortunato film di David Wnendt. Ed è sul film che vorrei focalizzarmi, per ragioni che dirò più avanti.
Attraversata una piazza straripante di persone che gli chiedono un selfie con dispositivi a lui sconosciuti, ospitato per una notte da un giornalaio dove appura la realtà del salto temporale, e messa a lavare la sua puzzolente uniforme presso una lavanderia gestita da turchi (“l’Impero Romano d’Oriente” è davvero riuscito a intrufolarsi in questa guerra), Hitler viene notato da un giovane inviato televisivo appena licenziato per un rimpasto e uno screzio sul lavoro. È straordinario, pensa il giovane: un comico nato, un uomo di somiglianza estrema e capace di calarsi continuamente nella parte, identico per parlantina, sveglio nel rispondere a tono con le argomentazioni tipiche del gerarca nazista, insomma la maniera migliore per sfondare di nuovo in quel mondo che l’ha cacciato via a pedate. Così lo assolda, e nel furgoncino a fiori preso in prestito dalla mamma decide di fare delle riprese in giro per la Germania in sua compagnia. Hitler lo segue senza problemi: tutto quello che gli interessa è cercare di interpretare questo misterioso mondo multiculturale e tecnologico, dove il più grande sistema di propaganda mai concepito è installato in tutte le case eppure sembra che nessuno si prenda la briga di trasmettere altro che programmi di cucina o stupidi talk show (“sono felice che Goebbels non veda tanta miseria”). L’idea dei due è di parlare di politica con la gente. Ed è qui che il film ci presenta uno spaccato di realtà che il libro non aveva la possibilità di offrirci: perché assieme alle scene montate in cui si depreca l’immigrazione, si sputa sulla democrazia, si indulge nel qualunquismo, si auspica il ritorno di un uomo forte, noi vediamo scene (le distinguiamo dai volti pixellati, dalla grana spessa della fotografia) in cui persone al suo passaggio fanno il saluto nazista, cantano cori di incitamento, letteralmente sgomitano per dire la loro con la nostalgica brutalità che siamo ben abituati a conoscere. La prima parte del film si configura quindi come un documentario, una discesa nel ventre nero dell’Europa xenofoba e fascista. Pochi, luminosissimi, sono i personaggi che rifiutano categoricamente di vedere un uomo girare per strada con l’uniforme del Führer, pur non sapendo che si tratta di un attore impegnato in un film ironico e intelligente sugli strascichi (o i rigurgiti) filonazisti in Germania. (altro…)

proSabato: Fabrizia Ramondino, da “L’isola riflessa”

 

Quando cominciammo a leggere Salgari, i pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l’isola di Capri. Noi non avvistavamo i pirati, ma eravamo continuamente avvistati; e quando venivamo redarguiti o puniti a scuola e in famiglia, l’animo non si piegava perché ci sentivamo gli «infedeli» – un vero vessillo di barbarie che minacciava la loro «civiltà».
Preferivamo i pirati ai briganti, perché venivano dal mare. Un’aura romantica e populista aleggiava intorno ai briganti, di cui ci veniva narrato di leggere in edizioni per ragazzi: Robin Hood o Fra Diavolo, ma anche I Masnadieri di Schiller – che nostra madre ci leggeva ad alta voce. Mentre un’aura avventurosa e libera, fuori della storia, aleggiava intorno ai pirati, dei senza patria, come noi stessi. E non derubavano i ricchi per dare ai più poveri, come si diceva dei briganti; rubavano per sé, senza rimorso, così come noi prendevamo fave e prugne, arance e ciliegie, dovunque le trovassimo, a chiunque appartenessero, con astuzia e arroganza.
La giustizia distributiva si applicava soltanto al nostro piccolo e ristretto gruppo.
Il brigante, il ladro, lo scassinatore, facevano pur sempre parte della comunità in cui vivevano. Non così il pirata, come il bambino, il più fuorilegge tra i fuorilegge. Che ignora ogni civiltà edificata sulla terra e dimora sul mare. La pirateria appartiene ai bambini, il brigantaggio, come il western, agli adolescenti.
La parola pirata è entrata nell’uso comune: un pirata dell’aria – perché viene dall’aria; un pirata della strada – perché viene dalla velocità; un pirata della finanza – perché viene da quell’elemento astratto che è il denaro.
Ci sono pirati degli incendi – perché vengono dal fuoco.
Anche Don Giovanni è un pirata – perché viene solo dal desiderio.
Ma il più pirata che conosco è un tale staccatosi da me stessa, un mio simile, che ora sto leggendo, Jorge Semprún, libero definitivamente da ogni ancoraggio, non solo ideologico. Senza nessuna terra, tranne quella dell’utopia, sempre irrealizzata. E perché alla morte ha strappato questa frase: «Che bella domenica!», titolo di un suo libro su Buchenwald.

 

Da: Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa, Giulio Einaudi editore.