Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.»
«Dove vado io. Me ne vado. Basta.» Ada si incrina, si ripiega, si sforza di combattere contro una, due lacrime e invece inizia a singhiozzare. Fabrizio l’ha immaginata addolorarsi ma non piangere, creparsi ma non cedere, e vorrebbe provare compassione e invece è in imbarazzo, quello è un crollo e lei fruga nella borsa e dice «scusami, non volevo piangere, non volevo assolutamente venire qui per piangere, sono sfinita, piango di stanchezza, adesso passa e vado via.»
«Vado a prenderti un po’ d’acqua, non ti muovere.»
«Sì, grazie.»
Fabrizio corre in cucina ma per distogliersi dall’immagine della donna che ha amato come un pazzo che piange sul suo divano. Riempie il bicchiere d’acqua e senza pensare, con uno scatto improvviso, dà un pugno violento alle piastrelle davanti a sé. Il dolore arriva calmo, in ritardo. Prova a stendere e contrarre la mano ma un livido già gli pulsa dal mignolo al polso. Passa la mano sotto l’acqua fredda e l’asciuga. Poi versa un cucchiaino di zucchero nell’acqua e mescola. Quando torna in soggiorno Ada è calma. Lui le lascia il bicchiere sul tavolino e torna a guardarla da lontano, a braccia incrociate.
«C’è lo zucchero» dice lei aggrottando il naso, ma beve un paio di sorsi. «Hai dato un pugno nel muro, l’ho sentito. Fai vedere.»
Ubbidiente, Fabrizio tende la mano. Il livido è già quasi gonfio e sta diventando violaceo.
«Andiamo a mettere del ghiaccio», dice lei alzandosi.
«Prima bevi l’acqua.»
«La porto con me.»
Fabrizio si avvicina con due passi veloci, le è addosso. Lei quasi si ritrae, ma lui le prende il cappotto per il bavero.
«Toglilo, per favore. Mi fa sentire che sei provvisoria.»
La aiuta a svestirsi, stende il cappotto, con cura, contro lo schienale del divano. Vanno in cucina.
«Vorrei che tu non vedessi questa scena, ma non ho ghiaccio», dice lui tirando fuori dal freezer un sacchetto di verdure e premendo contro la mano.
«Perché hai dato un pugno nel muro?»
«Perché parti?» risponde lui, quanto più veloce riesce a dirlo. Si accorge che non sa quanto tempo hanno a disposizione. Se lei partirà da lì a un giorno, da lì a un’ora. È venuta senza valigie.
«Non si risponde a una domanda con una domanda. Comincia tu.»
«Perché entrando mi hai chiesto se sono solo.»
Ada abbassa la testa.
«Vieni di là, ti racconto. Portati la busta.»
«Per cortesia, sto perdendo una mano. Non farmi perdere troppe cose stasera.»
Mentre camminano verso il soggiorno lei ha l’accortezza di prendergli la mano sana e lo accompagna al divano.
«Ho parlato con mio marito, dopo che tu hai tentato di baciarmi. Posso avere un altro cioccolatino? Non sapevo cosa fare con te, ma non eri tu il punto: era lui, volevo andare via. Lui è scoppiato in lacrime. Ha detto che era pronto a tutto per tenermi, che mi amava, che mi avrebbe dato tutto quello che volevo. Io ho riso. Ma lui sembrava sincero, disperato. E io ho provato tenerezza. E gli ho detto cosa volevo avere. L’unica cosa che volevo avere.»
«Che cosa?»
«Un figlio. Ma lui non lo vuole.»
Fabrizio scioglie le braccia dal petto. Per un attimo pensa che se lei gliene avesse parlato lui sarebbe stato pronto, subito, immediatamente. Dividere suo figlio con lei, una creatura conosciuta da poche settimane cui il suo corpo risponde (ancora adesso, ancora adesso che ne è stato ferito a morte) con la resa più totale.
Di colpo, come se fosse un annuncio e non un’intenzione, Ada afferra borsetta e cappotto e si alza di corsa dal divano.
«Dove vai? Dove stai andando. Per favore. Dimmi almeno dove stai andando se non ti posso convincere a rimanere qui.»
«Vado a stare un po’ da mia sorella. Non ne ho idea. Lasciami in pace, Fabrizio, e fai attenzione. Ti dovevo salutare, vero? Ti dovevo salutare?»
Gli passa, lentamente, la mano sulla guancia. Lui le bacia la punta delle dita.
Ecco, è facile, pensa Fabrizio. È qui tutta la storia. Lui è il padre dei suoi figli. Ada resta con lui due giorni, nessuno sembra cercarla a casa sua, poi lei sparisce.
Può solo cercarla a casa di lui, del drago. Forse, lei è tornata per paura. Approfitta del postino, entra nel cancello del cortile, cerca di guardare dalle finestre.
«Che ci fai tu qui?», dice Ada spalancando la porta d’ingresso. I suoi occhi cerchiati sono magnifici. Le spalle sono avvolte in uno scialle marrone. La pistola che punta è dritta.
Fabrizio corre verso l’uscita. Sente un proiettile mancarlo di molto e colpire il tronco di un cedro. Scivola un paio di volte in giardino, ma nessuno infierisce. Corre verso casa.

Quanto è felice, mesi dopo, il paese, nel vedere la signora finalmente incinta, coperta da scialli per non dare a vedere, sorridente per dare a intendere che non c’era nulla che volesse di più. Anche il marito, che era sempre stato scontroso.
Di lui si diceva che fosse sterile. Che avrebbe fatto qualsiasi cosa per dare un figlio a sua moglie, e che era questo a renderlo così intrattabile. Ora lo si vede girare per i bar, organizzare eventi. Qualcuno vocifera che voglia candidarsi a sindaco.

© Giovanna Amato

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