Giorno: 6 novembre 2018

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

Walter Cremonte, Cosa resta (nota di Ombretta Ciurnelli)

Walter Cremonte, Cosa resta, Aguaplano Editore, Passignano 2018

Cosa resta di Walter Cremonte, pubblicato nella collana Lapsus calami dell’editore Aguaplano (Passignano 2018), raccoglie liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016 cui si aggiungono due inediti. Se si considera la propensione dell’autore a costruire brevi percorsi di scrittura, a volte consegnati a libriccini di poche pagine stampati in proprio e in pochissime copie, non c’è che da rallegrarsi per la pubblicazione di un’antologia che raccoglie e salva dalla “dispersione” una scrittura poetica sempre intensa e profonda, offrendo un saggio significativo dei temi e della cifra stilistica che la caratterizzano, come era già accaduto nel 1999 con il volume antologico Contro la dispersione (Perugia, Guerra Editore) che raccoglieva testi composti nell’arco di circa vent’anni.
In Cosa resta si narrano sia ingiustizie e contraddizioni del nostro tempo sia gli affetti più intimi e gli accadimenti che di necessità segnano e sostanziano la poesia attraverso intense immagini e figure che della vita declinano in modo sommesso e in un alternarsi di chiaroscuri le pieghe più intime. Il volume si apre con liriche che traggono spunto da fatti di cronaca; tra questi risalta in particolare la storia di una giovane rumena, dileggiata dalla madre per la sua pelle troppo bianca e costretta a fuggire, o i poveri operai irrisi nel loro diritto alla sicurezza. Accanto a figure che attestano impegno civile e profonda partecipazione alla complessità umana e sociale della storia più recente, ci sono gli amici poeti, come Franco Scataglini e Paolo Ottaviani, con cui si condividono tensioni e approdi o i compagni di sempre, nel ricordo di lotte vissute insieme e della gioia della rivoluzione, come Roberto Volpi. E tra gli affetti familiari c’è il figlio Nicola, un Orfeo del nostro tempo, più che mai presente in tutto il volume, anche se il suo sorriso non si lascia prendere. E c’è Giovanna con cui, in un intimo e sommesso colloquio, si condividono ricordi, attese, disinganni, sogni, speranze. E tutto ciò sullo sfondo di luoghi concreti, solo a tratti cupi, come la cella della lirica Stalinista, ma più spesso permeati di lirismo a comporre una sommessa geografia in cui si proiettano emozioni e ricordi, nonché l’eco di storie e narrazioni, come le vie delle città (la via del Bulagaio a Perugia o Corso Sempione a Milano), o il «colle giardino, il bosco/ amiatino», le siepi e gli orti familiari, il Lago Trasimeno, il fiume Tevere, il mare, i monti azzurrini, sempre con toni pacati e sommessi, lontano da astrazioni e idealizzazioni. (altro…)