Da ragazzino guardavo la Luna (di L. Mandalis)

DA RAGAZZINO GUARDAVO LA LUNA
ovvero una recensione su First man

di Lorenzo Mandalis

Da ragazzino guardavo la luna. ‘Ecco un posto lontano in cui non potrò mai andare’ pensavo ‘esiste! È reale! Lo vedo. C’è della terra bianca, potrei camminarci sopra. Eppure non potrò mai andarci!’. Provavo una profonda malinconia. La luna prometteva una vita migliore, mi trasmetteva immagini che scatenavano la mia inquietudine, scavavano ombre e facevano leva sulle mie insoddisfazioni, perché pensavo che la vita dell’altrove fosse migliore della mia, anche se in realtà non sapevo niente di quell’altrove. Allora non potevo saperlo, ma era una forma di innamoramento. Ero e sono terribilmente attratto dalla lontananza, dall’impossibilità e da tutto ciò che – leopardianamente – si intravede. La malinconia, dicevo, è una forma d’innamoramento. Un’infatuazione. Sono gli immaginari o le fantasie che ci facciamo su un qualcosa che ci appare in un modo e magari è tutt’altro. Che cos’è in realtà la luna?
È a questo scarto tra apparenza e realtà che ho pensato guardando First man, il nuovo film di Damien Chazelle. Il regista, autore dell’acclamatissimo Whiplash e di La La Land, ha deciso di cambiare rotta e distaccarsi dalla tematica musicale che aveva caratterizzato i suoi primi due film.
First man è un biopic su un breve periodo della vita di Neil Armstrong, dall’anno della morte della piccola figlia Karen di soli due anni (1962) allo sbarco sulla luna (1969).
Quando pensi ad Armstrong, pensi a una leggenda americana, al supereroe di un’epoca ormai antica. Quindi quando vai a vedere un film sulla vita di Armstrong pensi di andare a vedere un film epico, trionfale, celebrativo della potenza americana che nel 1969 riuscì a fare qualcosa di straordinario per l’umanità: una spedizione che a mezzo mondo sembrò qualcosa di incredibile, stupefacente, meraviglioso. Invece il film è tutto tranne che celebrativo o epico. È tanto intimo da essere per certi versi claustrofobico. Chazelle prova a tratteggiare la personalità di un uomo perseguitato dalla morte: dal lutto della figlia a quella dei suoi colleghi piloti. Lo spettatore guarda dal punto di vista del dolore silenzioso e contenuto di Neil, avverte che il protagonista trattiene dentro di sé qualcosa di incomunicabile e tremendamente sofferto. Se Neil (nell’ottima interpretazione di Ryan Gosling) è spesso rinchiuso in quei missili scricchiolanti (che sembrano più barattoli di latta pronti a implodere da un momento all’altro), noi siamo rinchiusi nel suo animo e nel suo dolore (pronto, anche lui, ad esplodere da un momento all’altro).
Anche la storia americana che in un film americano su Armstrong ti aspetteresti estremamente coinvolta, è in realtà appena sfiorata e per nulla celebrativa. I pochi accenni storici sono invece polemici: la missione, pagata dalle tasche dei contribuenti, vale davvero la pena di essere fatta? Vale le morti di così tanti piloti?
È la stessa domanda che si pone lo spettatore che, osservando la missione dal punto di vista di Armstrong, capisce che non ha niente di eroico. Doveva sembrare una spedizione epica e grandiosa, e invece è un qualcosa che deve essere fatto e basta, per cui bisogna sacrificarsi, cupa e funesta. Come se alla base di tutto ci fosse un peccato da espiare. Sono ancora una volta il rancore taciuto, il dolore soffocato di Neil a guidare la missione e lo spettatore. Non convince neanche troppo il discorso finale di Kennedy: “è stata fatta non perché è stato facile, ma perché è stato difficile”. Anche Kennedy sembra parlare politichese. Tutto ciò che è al di fuori del dolore di Neil, appare mero artificio retorico.
Il film non è alla fine quello che mi aspettavo che fosse. Quella di Chazelle è la storia del complicato rapporto di un padre con i propri figli e di un marito con la propria moglie (interpretata in toni ottimamente drammatici da Claire Foy). Ma è anche e soprattutto la storia di un uomo e del suo dolore. Anzi, un film, potremmo dire, sul dolore e non dell’acclamato First man on the moon (e prova ne sia la scena in cui lascia cadere nell’ombra lunare il braccialetto della figlia, ovvero la scena in cui si concretizza lo scioglimento. È il suo volto che vediamo in quel momento, non la visiera antiriflesso del casco che tutto il mondo conosce).
E la luna allora? Che cos’è davvero la luna, ci siamo chiesti all’inizio della recensione? Se Neil Armstrong non è il supereroe che ci aspettavamo di vedere, la luna sarà almeno in grado di soddisfare le aspettative del posto meraviglioso che l’umanità da sempre immagina? No. La luna stessa, la luna tanto agognata e voluta da tutti, non è quello che sembrava. Nelle scene finali del film appare come una landa deserta, scarna e polverosa. Buia e silenziosa nei suoi oscuri crateri. Tutto qui? Viene da chiedersi. Tutto questo per ritrovarsi a saltellare sulla desolazione lunare? Non per Neil. Per Neil la luna rappresenta il luogo dello scioglimento, quello in cui sembra, per pochi attimi, dare finalmente pace alla propria sofferenza. Il luogo in cui finalmente può guardare il proprio dolore, la terra, da una prospettiva diversa.
First man merita senz’altro di essere visto (a mio avviso molto meno intenso di Whiplash, ma molto più coinvolgente di La La Land), se non altro perché alla fine la vista di quella luna è stata molto deludente. E pazienza per i supereroi lunari, gli amori impossibili e per le malinconie. Quando sono uscito dal cinema non ho neanche fatto caso alle stelle.

© Lorenzo Mandalis

 

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