Giorno: 18 ottobre 2018

Giacomo Salvemini, poesie da “Via Convertino 10” (Controluna 2018)

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non trovo più quello che mi hai dato eppure sono convinto
d’averlo lasciato qui accanto al pilastro è tale la confusione che non
riesco a riempire la mente dalla quale il buio ha
capolinato
mi sono sentito partorito dal giusto almeno
così ho pensato
ho lavato con acqua di pozzo tutto quello che mi è stato
possibile la rilettura di qualche verso che ahimè avevo
dimenticato
mi ha catapultato il nonsense da me abbracciato
la figuraccia di non essere stato chiaro uscire dagli attacchi
le convulsioni molto più impegnative e con il rastrellamento
radicale di pidocchi in una classe subordinata alle altezze
dalle quantità di quote azionarie e dei tradimenti a portata di mano
dai colletti lucidi e le mani sporche fino in fondo
è quella gente che lavora solo di notte odia il sole più che la serpe in tasca
impiastricciata dell’ultima torta divisa in parti uguali con le briciole
cadute nel taschino l’unico ad aver pagato la rata
che non gli spettava si è trovato concusso senza saperlo
non sono stato io ad affamarti l’amaro del tufo ha ridotto il piatto

 

se non avesse piovuto quella sera non sarei qui a sprecare inchiostro
a materializzare la solitudine a mettere al posto giusto il verbo sterile
impronunciabile gettato nell’alternativa se non fossi nato chissà cosa
sarei ora una mente distratta una relazione ancora in brutta copia
o un cartapestaio nelle manipolazioni di carnevali e le ginocchia
malate di sinovite così ho chiamato lo spazzacamino per raschiare
fino in fondo incrostazioni fuliggini dalla mente
per collaudo ho gridato fino a pigiare i tasti dell’organo per recitare
il requiem al muro taciuto gocciando a poco a poco sul pavimento
la lascivia l’importanza del furto e lo strisciare del pennello

 

fare critica è mettere ai ferri l’incontro di chi ha creato
gli intrecci con la magia bastata a se stessa
i segni sulle labbra delle scorribande notturne delle radici la terra arsa le crepe nelle
scorticature sono cresciuto coi richiami dei pesci
dallo scoglio del cristo scrutavo la giovinezza
che m’ha reso orfano della gioia
non ho visto volare le api sull’eucalipto sul timo sul pino
sulla divaricapolmoni la menta per balsamicare
non ho riscontrato il rossore del fiore

 

Giacomo Salvimini, Via Convertino 10, Controluna 2018

 

Giacomo Salvemini (Manfredonia, 1946) vive a Crispiano (TA). È poeta, critico letterario e attore. Ha pubblicato: Orme sulla terra insana (1979), Strapiombi e raggi d’amore (1986), Scogli (1987), Al ronzio dei rami in amore (1993), Tra labbra di marea (1996); i libri d’artista: Promenade e Il Canto della Megattera (2000); Venti dell’amore oscuro (IX Premio Internazionale Guastaferro, Sciascia, 2005), Dalla tana di tufo (2009). È presente in numerose antologie e riviste letterarie. In teatro e cinematografia ha recitato con Paola Gassman in Dall’alba al tramonto e con Vanessa Gravina e Marco Marelli in Eros e Psiche diretti entrambi da Rina Lagioia. Ha inoltre recitato in diversi cortometraggi, film e opere teatrali.

Riletti per voi #18: Martina Campi, Estensioni del tempo (di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Estensioni del tempo, Le Voci della Luna 2012

Tutti i poeti conoscono momenti grevi: cadute di gusto, lati narcisistici, meschinità, angustie. È un fatto che ha a che vedere con l’umanità dell’autore più che con la sua capacità artistica. La poesia di Martina Campi è priva di questi momenti. Può avere lati deboli sul piano artistico, ma non conosce cadute sul piano umano. È il frutto di una natura quasi innaturalmente buona e di un complesso esercizio interiore. Chi la conosce (e ho la fortuna di conoscerla) sa che Martina è un essere silenzioso, ma straordinariamente presente: parla pochissimo con la voce, e molto col suo semplice esserci. È una creatura scoperta, che tutto sente e tutto vive a un livello di empatia quasi patologico, eppure trae una sua autorità proprio da questo. E’ una donna che ascolta, ed anche la sua poesia, come quella del rimpianto Christian Tito, è una poesia in ascolto.
La sua prima raccolta pubblicata si intitola Estensioni del tempo (Le Voci della Luna, 2012). Cosa vuol dire estensioni del tempo? La memoria va ad Ungaretti e al suo modo di far esplodere la parola rendendola un intero verso; e anche al modo che aveva di leggere la propria poesia, con le vocali che non finivano mai e le consonanti come spari verso l’alto.
Martina Campi è anche una performer, e ascoltare le sue registrazioni è istruttivo. Insieme al marito Mario Sboarina e al gruppo sperimentale Memorie del Sottosuono ha trasformato le proprie poesie in eventi musicali. Su una timbrica strumentale da uovo cosmico, la sua voce dilata parole in nenie allucinate. Sarebbe un paesaggio sonoro postumano, se non fosse che la voce di Martina, timida, incrinata, mai astratta, è invece così profondamente umana.
Molti di questi versi sono finiti nelle performance di Martina. Non saprei dire se sono nati per esse, ma la loro vitalità performativa è palmare. Prendiamo una poesia come La danza: vedremo scorrere immagini magiche, mosse, sfuocate, non sempre intelligibili. È un rituale, una sacra rappresentazione, simile ai Carmina burana di Orff:

«Profondo è il respiro
e sempre
più pesante
il corpo
nello scivolare
dondolare
oltre la
sera
lieve
partecipano
gli oggetti
cari
e ogni luogo
partecipano
con una fretta
agitata
allargandosi
che poi
lieve
sfiata
lieve
d’ali
disperde
partecipano
alla veglia
smuovono
lo spazio dentro
il blu.»

L’assenza di punteggiatura, il verso che isola parole singole -enfatizzando persino le preposizioni con enjambement pieni d’attesa-, i verbi all’infinito e al gerundio: tutto crea una diga di silenzio entro cui Martina versa il suo lago sonoro. È così che si generano le estensioni del tempo. (altro…)