Eleonora Rimolo: poesie da “La terra originale”

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

 

Quel poco che rimarrà saranno
le lanterne del centro storico
spente al mattino, circondate
dalla distanza. Scale, marciapiedi
in salita separano i pomeriggi assonnati
dalle fughe nervose del corso principale,
dalle risa nei caffè, dalle commesse
che attendono annoiate. Ognuna
di queste porte non ti vedrà entrare
e invece io busso, poi esco almeno
una volta al mese per rivederti
dentro gli archi umidi, nel rombo
continuo del sifone, dentro centinaia
di carte in accumulo, lasciate lì come me
nell’indifferenza, per aver desiderato
troppo, con troppa poca prudenza.

 

Con i muscoli rotti dall’umido passo
trasciniamo le settimane, pronunciamo
distintamente tre parole sole. Essere
stanco significa soffocare dentro a un letto,
spendere meno sangue possibile per non
replicare il dolore: in questo modo
non ricrescono le voglie, si eradicano
tutti i contagi e in me non resta
che il deserto asettico dove ci siamo
contaminati, in cui siamo stati lasciati.

 

Quelli che per lavoro non hanno meta
ma tengono per loro un gran viaggiare
portano nelle borse un cambio solo,
qualche storia altrui: uno mi siede di fronte,
toglie gli occhiali, i suoi gesti lenti
non fermano la tensione dei cavi,
l’attrito dei chilometri non scivola
via dalle spalle strette così dentro se stesse.
Studio la fronte del controllore, ne leggo
la cura sincera mentre fissa una foto,
piccole figure, paesaggi sullo sfondo.
Desidero anch’io queste sagome
dai teneri contorni, lasciarmi fasciare
il ventre nel momento giusto, quello
che non giunge ma si impone agli attori
di questa scena, dove le ombre sono sipari
pesantissimi che non si aprono mai.

 

Eleonora Rimolo, La terra originale, LietoColle 2018
(scelta a cura di Ilaria Grasso)

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