Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti

Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti, Terra d’ulivi Edizioni 2018

Con alfabeti segreti si leggono e si creano codici, si esplora, si seziona, si ricompone l’esperienza, ché altro non è la poesia: fare un’opera perenne, perché in perenne divenire, ininterrotta, incessante, di codifica e decodifica del dato sensibile che giunge alla coscienza, oppure del bagliore di un lampo afferrato, dell’intuizione strappata nel corso di una immersione temeraria, là dove non osa addentrarsi chi si accontenta della conoscenza monodimensionale.
Questa concezione attiva, proattiva e reattiva della poesia è ai miei occhi alla base di tutta l’opera di Fernanda Ferraresso. È senz’altro caratteristica rilevante in questo suo libro, Alfabeti segreti, apparso in questo anno 2018 nella collana “Parole di cristallo” della casa editrice Terra d’ulivi.
Si tratta di alfabeti segreti in una molteplicità di accezioni. Sono infatti alfabeti secreti, distillati dalle più profonde, dalle più intime considerazioni, esplorazioni, perlustrazioni; sono alfabeti nascosti, dal momento che l’astuzia del passaggio del testimone si avvale di codici accessibili solo a chi è disposto a fronteggiare lo strazio del transitorio, per superarlo e pervenire agli «alfabeti impossibili dell’oltre»; sono alfabeti reconditi, a cui è possibile attingere dopo aver affrontato rischi per raggiungere recessi inesplorati; sono alfabeti intimi, profondamente legati a un lessico che non si spaventa del privato e del visionario e che necessita dunque di chiavi di accesso inusuali.
Ritroviamo, anche qui, come in opere precedenti di Fernanda Ferraresso – per esempio nel libro Nel lusso e nell’incuria del 2014, anch’esso pubblicato da Terra d’ulivi – con la stessa funzione fondante di crocevia, nel dispiegarsi di alternative, lo stilema che consiste nell’avvicendarsi di parole che hanno in comune la sillaba o le sillabe iniziali. Le «arnie» e gli «arnesi» che appaiono le une di fianco agli altri in uno dei componimenti centrali della raccolta si fanno catalizzatori del senso e narrano di una precisa nozione circa operosità e strumenti del dire poetico.
L’architettura dell’edificio degli Alfabeti segreti si presenta articolata innanzitutto in due grandi ali, che sono le due sezioni che lo compongono, intitolate rispettivamente, in modo ricco di suggestioni, di richiami e di progetti compositivi, Lontano così lontano e L’armatura della rosa: anelito e slancio al distante, canto dell’assenza e epica della tensione-tenzone per il quid, l’oggetto della ricerca, l’«oltre a oltranza», così come per la misura della parola, per la parola-tenda (come non pensare al Zeltwort, “parola-tenda”, appunto, di Paul Celan?) e per la parola-pane.
Angoli, scale, prospettive, fughe, saloni, stanze secondarie e locali sotterranei – metri e lunghezze dei testi hanno una varietà che rende il percorso di lettura un vivace alternarsi di escursioni e incursioni – animano questo edificio, che talvolta si fa imbarcazione, con tolda, carena e «stiva di memorie», talaltra si manifesta come «una casa occupata/ da lettere e assenze».
Alcune immagini si imprimono – squarci scorci vedute – per non lasciar più il repertorio delle memorie e delle rappresentazioni di chi legge. Ne scelgo, tra le tante, dense e incisive, due, entrambe prova di un impegno totale all’esistenza come opera poetica perenne: «questo inchiostro che non sporca le mani/ è il nero della mia notte/ la guerra continua/ che mi natura e matura» e «l’attimo gravido/ di un molteplice riflesso/ il gioco che sempre mi mette al giogo/ e l’aria in piena/ nonparole mi comunica/ sfiorendomi/ per quell’unico soffio/ sua voce amata e sempre sconosciuta/ la gazza ladra che mi ruba la vita.»
L’architetto di un edificio così articolato e affascinante non teme di apparire, dunque. I passaggi riportati testimoniano la presenza costante di un io che vive e scrive, ricostruisce e ritrae: «tutto ciò che scrivo tutto è un autoritratto/ il continuo monologo con tutte le altre forme/ mai costruite a cui do voce/ in un inchiostro simpatico/ che affiora vagamente in ogni rivisitazione/ di questo o quel fatto». Ma mai come in questo caso sarebbe falsa e del tutto fuorviante la separazione tra poesia lirica e poesia civile, la semplicistica ‘etichettatura’. Nello stesso componimento, infatti, l’io diventa un noi che prende in carico il compito di dare voce al mondo che da interiore si fa universale e cresce e nutre, parola-pane: «scrivere la fortuna di poter essere/ tutto quanto la parola crea correa di una nuova distanza/ che lascia alle nostre spalle tutto quanto era dolore e dolo/ per ricominciare ogni volta da capo/ il nostro personale colpo di stato/ per dare voce a tutte quelle eco che sono il mondo/ dentro di noi/ mangiato respirato e conservato in cellule/ e sillabari segreti da dilapidare senza paura di perdite/ un universo tutto nostro/ scritto in lettere di pane non più d’inchiostro».

© Anna Maria Curci

L’articolo è stato in precedenza pubblicato su «Versante ripido. Quadrimestrale di cultura poetica e letteraria», settembre 2018, Terra d’ulivi edizioni

 

 

tutto ciò che scrivo tutto è un autoritratto
il continuo monologo con tutte le altre forme
mai costruite a cui do voce
in un inchiostro simpatico
che affiora vagamente in ogni rivisitazione
di questo o quel fatto
e non si tratta di aggiungere particolari mancanti
verità nascoste alle storie che già mi sono note
ma trovare in quella me stessa che appare la medesima
ciascuna di quelle altre che manca
e spesso ha una storia del tutto diversa da raccontare
un andare nel verde della parola
come dove nasce una radice
sottile un’erba miracolosa di memoria fossile
oltre l’esilio del buio
oltre la maturità di un silenzio ingegnoso
che sgorga l’oro nero
da quelle voci sommesse
e scrivere
scrivere la fortuna di poter essere
tutto quanto la parole crea correa di una nuova distanza
che lascia alle nostre spalle tutto quanto era dolore e dolo
per ricominciare ogni volta da capo
il nostro personale colpo di stato
per dare voce a tutte quelle eco che sono il mondo
dentro di noi
mangiato respirato e conservato in cellule
e sillabari segreti da dilapidare senza paura di perdite
un universo tutto nostro
scritto in lettere di pane non più d’inchiostro

da un registro di buio
nevica leggero sulle case il silenzio
sulle vanità che non sfioriscono mai
e come una rosa alla finestra al mio occhio
indica qualcosa apre una via
un bestiario in me le voci contengono luoghi
di una casa occupata
da lettere e assenze
lontananze di tutto quanto credevo vicino
la mia maga circe la tigre
e il passo per cui correre alla sorgente
le porte di un cielo invisibile
che edito in segreto in quella casa occupata
dai miei soli dispersi
fratello e sorella in me reclusi
in un improvviso slargo di luce
indefinite presenze tutte le altre
me che occupa le stanze
lavorando a maglia l’assurdo che in ogni luogo gravita
apparendo qui e là
in lettere disgiunte in carte strappate
nel fantastico che avvolge le notti sbiadite
tra le pareti dei giorni
e in convogli di storie distorce la mia vita
nutre crescendo bestie ed erbe
sul dorso dei piedi
lontano un ego con cui viaggiare
le nozze di un corpo pa(l)ese
una salita al monte dei pegni
con così tanti passeggeri e un mazzo di fiori
per ogni fermata nel saliscendi del percorso
in quel luogo mai isolato dove alleviamo pensieri
quel parco chiuso da un cancello altissimo
dove siamo cibo per la fame della morte
suicida anch’essa in ogni nascita sconosciuta
nell’anonimia della vita circo e circe
destinataria di un destino di frequentazioni senza lascito
fantasma e tangibile danza in questa lunga vacanza
per catturare gli insetti dei nostri desideri e
osservare noi stessi in quel vaso di vetro in cui in cattività
riproduciamo oggi come ieri soltanto fantasmi

2 comments

  1. Un fluire e refluire nel riflusso non sappiamo di cosa, senza pause, ma con righi spessi ed anneriti, nel ciclo misterioso d’un sentiero, o piuttosto faticosa mulattiera, ove tutti in fila indiana, pellegrini della vita per caso in noi incarnata. Il tutto senza rabbia né furore, un fluttuare tenero e tranquillo fra correnti di sudori, dalle fronti bagnate e gocciolanti. Questo andamento sinuoso ed ondulare forse al mare Oceano dovrebbe andare, ma l’incognito – si sa- è affascinante sin quando tale rimane, poi una volta scoperto, quasi sempre è delusione. Delusione, potrebbe essere, in filigrana sgranata ovvero come sfondo d’un netto quadro appena cominciato, appunto, col colore grigio, grigio da cui trarre possibili bagliori, lucori protestanti. Ma il percorso è lungo come il dipinto, appena iniziato.

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