Stefano Modeo: poesie da “La terra del rimorso”

Adesso

Adesso:

Volo all’altro capo del Paese
ciò che lascio ogniqualvolta
è un verso che risuona straniero
un’onda di mare che brucia salina
quella ferita mal ricucita di spina.
Un’umanità indecorosa e piena di grazia
dalla faccia istruita alla violenza del sole.
Torno all’altro capo del Paese
lascio una lingua, una gestualità.
la vita fatta a rottami dove rullano i tamburi
e le notti randagi
di giovani padri
di baci rubati.
Arrivo all’altro capo del Paese
mio nipote è già un uomo con delle parole
lo sentirò comprendere e descrivermi dove vive
mi dirà forse un giorno a che punto è la guerra
riconoscerà a fondo ciò che io chiamo: la terra

del rimorso.

 

VII.

Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta
riportarla nei laminatoi a freddo
Lingua bene comune!
(poi: additarsi le destre passioni, stanarle)
Non imitare: uccidere lo standard:
A morte l’io.
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione
No!:
sovvertire il punto esclamativo:
noi.

 

X.

La notte è un desiderio che preme e che nasce dal petto
mi sveglia e mi richiama verso il tuo corpo, abbandonato nel letto
sono solo nel verso del mio disagio incapace,
mi rivolgo e ti chiedo, nel gesto di una luce soffusa,
di un braccio donato al cuscino,
asilo tra i tuoi capelli, asilo nel nervo ottico dei tuoi occhi,
asilo.
E ti svegli lo so, te ne chiedo perdono, ma se il mondo è complesso
ed io forse lo ignoro, mi suscita angoscia questo attendere il giorno
senza parlare di notte, per chiederti cose, sino alla notte di ritorno.

 

XII.

Mare spento. Mare spento.
Di questo
C’è un vulcano che muore il mare.
Si è mai visto un mare essere fatto lago?
Di questo
se n’è fatta una prigione salata – riscaldata.
E tu per chi produci?
Da quando saldarono i desideri ai bisogni.
Urleremo
da questo forno ardente: cecità del passato.
Questo, è amore che ci consente
di vivere sotto ricatto felici.
Come pesci muti.
Ci dicono:
un lavoro da cani va rifiutato,
liberiamoci – liberiamoci.
Con quale disperazione hanno forgiato la sorte?
E con quale torto dovremo barattare un diritto?
Ci dicono:
Compagni e rappresentanza, compromesso e solidarietà.
E Dio manca pure oltre le nubi, pazienza e attesa.
Ragazzo mio,
amico pescatore io sono povero come voi.

ORDINANZA ALL’ESERCITO DEI POVERI

Mare spento. Mare spento.
c’è un milite che avvelena un mitile.
Un americano, un piemontese e un italiano.
E noi per chi produciamo?
Il rumore del mare ci dice
fare e non disfare fare e non disfare.
Ritirare fino alla cresta delle onde
strascicare e deturpare fino a far gridare
il pesce più piccolo di questa
enorme rete che tutti ci avvolge e ci porta.
Urleremo – anche noi – da qui alla tavola
dove il simbolo cristiano non ha pace.
Ora tagliateci le maglie Caini,
che Dio manca sotto la chiglia.
Ragazzo mio io sono muto e povero come voi.

ORDINANZA ALL’ESERCITO DEI POVERI

Mare spento. Mare spento.
Di questo c’è un posto per ogni parlante
la cruscantissima lingua dell’anno duemila e oltre.
E noi cosa produciamo?
Il nostro contratto si chiama progetto.
Le nostre labbra dettano offerte
fare squadra fare squadra
in elenchi telefonici duelli di competizione
sopravviveremo
sordi ad ogni vita
ma verrà per noi
che urleremo
pubblicità ridondanti
suoni lunghi intervallati uguali
Ragazzo mio, fratello mio
noi moriremo poveri.

 

XV.

Si svegliò operaio e soltanto
soltanto al dolore del cuore
il cuore malato di solitudine
non seppe mettere a tacere.
Il negro che era in lui agitava
agitava i remi della scialuppa
barcamenandosi schiavo suo
nella fradicia piscina della testa.
Le ruote dell’auto chiusero
gli occhi nella polvere rossa alta.
Davanti quel turbine in mare:
cosa si soffre nella pioggia raffica
cosa si soffre nella pioggia acida
– Viene il destino e ti porta via –
pensò stringendo il volante
che tremolante
ancora teneva lui a terra
mentre negli occhi la gru nel mare.

 

XXV.

[Caro mio,]
tua moglie ha dei figli dello Stato.
Tra di noi non ce lo diciamo
chiniamo la testa – non ci guardiamo
della paura di morire che abbiamo
che quasi è una vergogna.
Niente è giusto (qui)
tua madre lo sa
i tuoi figli lo sanno
le bestie lo sanno.
Eppure dopo giorni si pacifica tutto
rimane la luna nel mare dipinta e
[Caro mio,]
dimentica di te [di me, di lei, di noi]
neppure il vento freddo delle parole testimoni
i volti fotografati nei cortei disorganizzati.
Salutami tutti, abbraccia quei cari.

 

Stefano Modeo, La terra del rimorso, Italic, 2018
(scelta di Carlo Tosetti)

 

Stefano Modeo (Taranto, 1990) vive e lavora come insegnante a Ferrara.
La Terra del Rimorso è la sua opera prima. Alcune sue poesie sono state pubblicate su Yawp: giornale di letterature e filosofie e su Nuova Ciminiera.

One comment

  1. Irrimediabili i tentacoli del vissuto. Neppure la maturità di vita riesce a giustificare le situazioni che man mano si presentano e dilaniano interno ed esterno, carne e psiche. In avanti nel tempo, pur vicini al prossimo, è solitudine, solitudine estrema. Poi fatica dei lavori, fra cui la guerra, le attività pratiche, complesse e complicate che, a volte, si pagano a prezzo della vita. Così è, ma quale potere è dato al ‘ poveruomo’ di cambiare le cose, e quando, e dove ed in quali circostanze? Niente di niente, dunque rimane nebbia, nebbia tra le dita con codesto parlare al vento. C’è, pare, un divieto di parola perciò tutto si quieta contemplando più larghe sideree visioni, cui non importa nulla degli affanni umani. Resta soltanto l’educazione d’un saluto a quanti è dovuto e, rapidamente, sparire.

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