Giorno: 5 ottobre 2018

Poesie di Michela Gorini da “La produzione di amore”


 

tu mi hai chiesto un senso
– moti del corpo –
ho approssimato l’altro
fino all’osso

il suono perduto il senso perduto
è quella voce che cerchi

perché la voce cammina
si dirama si irradia
suona mistero comprensione
misura il suo
silenzio

l’occhio tace
dice muto distanza
prossimità e infinità

io non ho strategie
mi estrania il corpo
buio ancora mistero
parole in disuso

solo posso sfiorare l’origine o il punto
di scorrimento
Sacro

il corpo si muove e
non si muove un muscolo

grida la voce
dentro il corpo spinge
non si spegne la
corrente

non ho strategie

urlare ascoltare trattenere
la mia morte e lucidità
appiccicate alle ossa

[strategie]

 

vuoto – vuoto – vuoto –
negazione – vuoto

giro come dervisci
una mano danzante
dentro il sacchetto dei numeri
nasce il mio destino fortuito
lo scelgo segnato dal caso
mi sciolgono dentro necessità e intemperie
la neve impropria mi lascia
livida appoggiata alla mia
negazione – vuoto

sparsa girevole muta
strillo al suono del mio
ruvido carillon

[carillon]

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Gabriela Fantato, La seconda voce (rec. di Giorgio Galli)

 

Gabriela Fantato, La seconda voce, Transeuropa edizioni 2018

Una concretezza metafisica domina l’ultimo lavoro di Gabriela Fantato, intonato al meglio della tradizione letteraria lombarda. La seconda voce è un libro in cui è difficile entrare, che all’inizio sembra quasi ostile, respingente. Un libro scontroso, che per prima cosa ti presenta le sue spine. La lettura è concessa solo a chi non se ne lascia impaurire. E allora si scopre che quelle spine sono erette a protezione di una ricca sostanza umana. Come in certe musiche ruvide e toccanti – penso a Brahms, a Janacek, allo Stabat Mater di Poulenc.
Se la poesia scaturisce sempre da un trauma, questa poesia scaturisce dall’origine collettiva dell’attraversamento di un disincanto. Concreta e tenacemente “politica”, la Fantato assume a punto di partenza il dramma del suo paese e della sua generazione. Ma guarda a fondo in un cosmo ristretto per attingere il massimo dell’universalità.

«Eravamo i ragazzi eskimo e blue jeans
e come credevamo, come lo sognavamo
il mondo tutto nuovo dentro una milano che piano
ci svaniva tra le mani, piano ci ha buttati via

tutti, di lato.
Sotto le caviglie rotte della storia.»

«Ecco, là davanti, le cose,
tutte le cose – ferite, spaiate, radunate
dentro il sonno di un popolo,
smisurato l’oblio
e così nessuno vince la pena del finire.
E il buio.
Certo, la moneta chiude il cerchio,
ma le corde non tengono…

Resta solo lo scontro dentro
l’alfabeto perduto della carne,
dove si usura la fatica dell’amore,
la forza del destino.»

 

«La vita è uno straccio gettato
sopra i resti di chi fu
——————–e se n’è andato,
di chi ti ha stretto forte e chi
——————–non ha capito
e i sorrisi a crescere sopra
il male, sopra la corsa a perdifiato,
quella giù dritta, là in collina quando
cercavi ancora cuccioli
——————–e segnali
quando credevi che nascere era un sogno.» (altro…)