I poeti della domenica #291: Pier Paolo Pasolini, Io sono una forza del passato

 

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più

.
In Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964

3 comments

  1. Dovrebbe essere un monito contemporaneo questa dichiarazione pasoliniana di provenire dal passato, di essere parte consustanziale, carne e fibra di quella tradizione connettiva rinserrata dalla sequenza di opere che hanno qualificato il territorio, dei dipinti issati sugli altari, di quei borghi costruiti per uno scopo e distrutti, diruti, caduti in rovina per dimenticanza di quello stesso scopo. Affinché non si perpetui la dimenticanza, affinché non si consumi ancora la negligenza.
    Le stratae antiche che secano la campagna, che collegavano regioni limitrofe a Roma con quelle provinciali, come sistema sanguigno, nutritivo dall’onfalo alle apicali lontananze dell’impero.
    Moderno dei moderni che aspirano al riconoscimento delle età trascorse si dichiara il poeta, feto maturo, in cerca spasmodica delle sue stesse origini, delle viscere che l’hanno generato.
    Quelle viscere, straordinariamente vive e palpitanti, sono gli strati, le presenze, le testimonianze saldate dalle civiltà alla terra, ai muri eretti e intonacati, alle pareti dipinte, alle sculture esposte come segnacoli della dedicazione, alle città ansimanti di vettoriali pinnacoli, campanili, torri, edifici.
    Questa poesia è una visione elegiaca dell’essere abitatori di una nazione che, in cute e in sostanza, è continuativa depositaria della storia, della bellezza innervata, dell’arte prodotta come afflato di popolo, di fedeli, di cittadini, di élitarie e nel contempo condivise strade espressive tracciate dagli artisti.
    Solo se cultori e custodi di questo patrimonio potremo continuare a essere ancora creatori, artefici, declamatori, poeti, deporre pigmento e scolpire la roccia, innescare nuove e conniventi alleanze con il contesto suscitatore d’ispirazione.
    In caso contrario il nostro verso e il nostro gesto sarà incolto, barbarico e senza storia.
    La contemporaneità rischia lo strabismo percettivo, la cecità, l’arroganza triviale, l’ineducazione che dimette la cultura dal suo ruolo e dal suo luogo.
    Più moderni di ogni moderno dovremo continuare a “cercare fratelli che non sono più”.

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