Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Orio e Ronald

Intant che ’l sunsur, ’l vent e spissi
rudinassi drio sgorlar i ciapeva ogne
roba como ’na scuria torno de nantri, l’aiar
al s’à ’npinà al l’inprovista de scur fis e polvar
negro. No se riveva gnanca fiadar, duti doi
se ’npensavisi de restar s’ciafoiadi. Vedevisi
sbrendui de sfoi brusadi, i palassi de tornovia
’nvultissadi del fogo, no se sintìa

gnanca un ghes, no se luméva gnissun. I prini
a rivar cussì in alt, nantri, tal 78° pian de la tore
sbusada, como le coste de vero e lustro assal
contra del ziel de Nova Iorc, de un rioplano sburtà
’ncontraghe de le nostre vite. Po, del caligo, xe surtì
un sfulmìnio de aneme pirdude, parsone
—————————————-[che le vignìa
zò dei tapi ’nfarinade, sanguanade, ma in pie
’ncora. “Vignì via, via, àlo, ta’l 41° pian
xe un assensor bon…”, ghe sighéuo.
’No savéuo mi che quela gabina
la sarìe doventada un negro
tramai sensa scanpi. Che né mi né eli
sarissi mai più tornadi zò par tera. No gnanca
de morti, sbaporadi infra ’na tanpesta de veri
s’ciopadi. Al siel al se veva ploscà ta quele stansie
tornandole ’npinir cu’l so biau mai pelà, un siel
de là che no se pol tornar indrio
che ’l ga ciapà, par senpre, de nantri ’l logo.

Orio e Ronald – Mentre il rombo, il vento e i detriti letali / volanti colpivano come una frusta tutto intorno / a noi, l’aria si riempì di oscurità totale e polvere / nera. Non riuscivamo a respirare, entrambi / pensavamo che saremmo soffocati. Vedevamo frammenti / di carta incendiata, i palazzi circostanti avvolti / dalle fiamme, un silenzio tombale / e non si scorgeva nessuno. i primi / ad arrivare così in alto, noi, al 78° piano della torre / perforata – come un costato di vetro e acciaio / contro il cielo di New York – da un aereo dirottato / verso le nostre vite. Poi, dalla nebbia, emerse una folla / di anime perdute, persone che scendevano le scale / infarinate, sanguinanti, ma ancora in piedi “…scendete / via, via, in fretta, al 41° piano c’è un ascensore / che funziona…” gridavo. ancora / non sapevo che la cabina //sarebbe diventata una buia / trappola mortale. Che né io né loro /saremmo mai più ritornati a terra. Nemmeno / da morti, nebulizzati tra la grandine dei vetri / esplosi. il cielo si era scaraventato tra quelle stanze / rioccupandole con il suo intoccato / cobalto, un cielo irreversibile / che si è sostituito, per sempre, a noi stessi.

 

Liviu Librescu

Co quel zorno de la mità
de avril la se ga vert de l’aula
de colp la porta, nunsiada
dei sbari drio vignir dei anditi,
go sigà ai me scolari de saltar
zò dei balconi.

—————Quel trist unbriun,
che no ’l iera sta bon de rivarme
guantar, des al me torneva nansi
cu’la sacuma de un zovin rivà
de levant sta volta, tant più de mi
’ncora, sensa ’na vila sova. Armà
cun pistole pronte a sparnissarlo
como ’na negra seminion – quel scur

grandonon de speransie, amor –
drento più corpi che se pol. Un fin
rapar la me parsona, ma bastansa
par far ora ai me mui de verzar
le cluche e butarse zò, ’ncontra
de le luse vivarose del zardin,
de la vita. Drento de mi bianchi

larghi nevegadi go vidù, ’l zal
caldo de le òcrie de la Tera
Promituda e i culori dei oci
dei me putei: e son ’ndà lora
incòntraghe del me distin.

Livio Librescu – Quando quel giorno / di metà aprile la porta / della mia aula si spalancò, dal forte / rumore preceduta degli spari / nel corridoio, urlai ai miei allievi / di saltare fuori dalle finestre. //
Quel buio feroce, / da cui ero riuscito sempre / a sfuggire, ora mi si ripresentava / davanti con le fattezze di un giovane / orientale. Privo, molto più di me / privo, di una patria. armato / con due pistole pronte a spargerlo / come una nera semina – quell’assoluto // buio di speranze, amore – nel maggior / numero di corpi possibile. Un fragile / argine la mia persona, ma sufficiente / a permettere ai miei studenti / di trovare il tempo per aprire / le maniglie e saltare di sotto, / verso la luce del giardino, / la vita. rividi dentro di me // bianchi campi innevati, il giallo / caldo delle ocre della terra / Promessa e i colori degli occhi / dei miei ragazzi: e andai / incontro al mio destino

Livio Librescu

On that mid-April day,
when all of a sudden the door
of my classroom burst open,
along with loud shots in the corridor,
I shouted to my pupils to leap out
of balconies.

————-The wicked murky darkness
that never could grab hold of me
now was again in front of me in the features
of a young Easterner, lacking a homeland
like me and even more
much more than me. Equipped
with guns ready to strew it,
just like a gloomy sowing—love,

the utter darkness of any hope—
inside as many bodies as one can.
A fragile barrier, my own person, but
enough to let my pupils have the time
to turn the handles and to jump towards
the garden and its lights, towards the life.
I saw inside myself

white snowy fields, the warm
yellow of all the ochre of the Promised
Land, and all the colours
of my pupils’ eyes: and thus
I went to meet my fate.

(traduzione in inglese di Cosma Siani)

 

Ivan Crico, nato a Gorizia nel 1968, è cresciuto nel paese di Pieris, lambito dal fiume Isonzo. Ha iniziato gli studi artistici nel 1981 diplomandosi in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1992. Contemporaneamente ha approfondito lo studio della letteratura dialettale, italiana ed estera.
Dopo essersi inizialmente segnalato come poeta in lingua, nel 1989 ha cominciato ad impiegare anche il nativo idioma veneto “bisiàc”. Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi, a partire dal 1992, sulle maggiori riviste italiane come “Poesia”, “Lengua”, “Diverse Lingue”, “Tratti”, “Frontiera”. Nel dicembre 1997 ha pubblicato Piture, a cura di Giovanni Tesio, per l’editore Boetti di Mondovì e nel 2003, per il Circolo Culturale di Meduno, con prefazione di Antonella Anedda, Maitàni (“Segnali di mare”). Nel 2006, per le edizioni del Consorzio Culturale del Monfalconese, è uscita la plaquette Ostane (“Germogli di rovo”) e nel 2007 la raccolta Segni della Metamorfosi per le edizioni della Biblioteca di Pordenone. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta de arzent zu per l’Istituto Giuliano di Storia e Documentazione di Trieste. Per quest’ultima raccolta, scritta recuperando l’antico idioma scomparso tergestino, nel 2009 ha ricevuto il premio nazionale di poesia Biagio Marin.

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