Emanuela Rizzuto, da “Porta libeccio”

 

Mi commuove questo vuoto sotto le nuvole
e le nuvole e il buio e le mie dita
rivedere l’indice di mia madre
il pollice come quello di mio padre
una famiglia scomparsa rimasta
soltanto in una mano e mi commuove
la chioma di vetro rosa sugli alberi
le rughe che aspetto ogni mattina
la grande storia sulle mie spalle
fatta di pietre.
La forza dentro ogni disperato
uomo
si ripete
in questa cattedrale nuda che riempio,
ed è bellissimo
sapere che mi guardi
come guardi ogni umano
sapere che invecchio insieme a mio padre.
E sentirmi esistere
in questa tristezza immensa a forma di cose
nella corsa che mi porta al bene
nel vedere bello tutto quello che tocco.

Quello che voglio dirti non è
avere paura, ma accettarti così
con i tuoi sacrifici santi e simili
a quelli di tutti i secoli. Oggi
in questa forza di treno d’alba
c’è quello sulla schiena di mio padre,
stiamo parlando dei miracoli
di ciò che sappiamo fare meglio
se ci lanciamo oltre una capriola
un amore o una domanda
e l’energia trovata quando crediamo
segue la legge che muove i pianeti.
Vedi, i focolari per gli dei non si sono mai spenti
e il primo agnello fu origine della nostra speranza.
In quell’uomo antico ci siamo io, mio padre, tu
nel coltello grezzo, il pianto ieri sera
e non basta l’avermi consolato. Tutto rimarrà
immutato e mi dici non avere paura. Questa notte
dici di guardare le stelle sopra al tetto
per sentire che ne vale la pena
di vedere la terra e i suoi fuochi.

 

Fuori dalla stazione di Bologna

I
Cosa vuol dire che non ci sei più?
Vuol dire che nemmeno io ci sono
finché non mi specchio sotto i portici, nei discorsi
o sul quel disco dorato sotto la lampada.
Volevo che il tuo corpo mi restasse in mano
chiudere gli occhi e rivederti qui anche domani
quando avrei dimenticato la lingua del mondo
e la nebbia sarebbe calata sul bosco.
Ho aperto gli occhi e premuto sul tuo braccio
respirarti con il palmo e non spere che farne.
Ti ho perso
e ho capito il dolore di mia madre
che toccava la sua pancia diventata solo carne.
È solo un aborto.

Cosa vuol dire restare da soli?
Non esserci stato il tempo
per dirti ti amo come posso amare io,
ho bisogno di te per raggiungere il resto.
Per questo le cose vanno pronunciate
Emanuela Emanuela
Giurerei di chiamarmi così?
Giureresti di chiamarti così?
Bisogna dirle le cose o non esistono.
Ti amo ti amo
forse non bene come posso amare io
in questa stanza grande
su questo divano blu
su questo cuscino io ti amo.
Riflessa sul disco dorato
che regge la lampada, lì ci sono.

Santa lampada che mi restituisce
il tempo è un vento senza meta
e lo è anche adesso
a far sbattere la mia e le porte di tutti.

II
Cosa vuol dire invecchiare?
Nascondersi tra le stanze di un’idea
chiudere gli occhi, ritrovare
un’altra persona come fosse la prima volta
e mai odiarsi perché troppo ci si è amati.
Divento madre di mio nonno
gli do la sua stessa mano
imparo a lasciare scorrere.
Che vita è stata? Non sapevamo cosa avremmo trovato
e abbiamo trovato uomini
da lasciare scorrere.

Cosa vuol dire è morto?
E che vuol dire mai? Mai più com’era
quando uscivamo presto di casa
e reggevamo insieme il giorno.
Noi prima senza confini
adesso non possiamo toccarci,
il sole alle dodici è la tua mancanza
e io non so dove nascondermi.
Abbiamo dormito a lungo ed è finito
siamo stati svegli senza accorgercene.
Hai sognato abbastanza?
Sei arrivato dove volevi arrivare?
E non è stata una perdita di tempo ma qualcosa ho perso
un guanto nero a Berlino
«Nur gehen» dicevano. «Solo andare».
Così faremo finta che niente sia successo,
e quelli a forza di chiamarle le cose le fanno esistere
nei loro sproloqui, ma noi
(in cosa migliori, nella nostra malattia?).
La paura di allontanarci dal vero
sbattere la testa sul petto
la paura e basta.
Se ce lo fossimo detti
forse ci saremmo amati
ma non ne parliamo più
e dimenticheremo
cosa vuol dire esserci stati.

 

Emanuela Rizzuto, Porta libeccio, CartaCanta editore 2018

Emanuela Rizzuto (Palermo, 1995), diplomata al Liceo classico Umberto I di Palermo, studia Lettere classiche all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna dal 2015. Arriva tra i finalisti del concorso Certamen e nel 2017, con quest’opera, vince il premio nazionale Elena Violani Landi per la sezione Poesia inedita. Una sua poesia è pubblicata da Interno Poesia e diversi suoi articoli e recensioni sono apparsi su pagine e riviste online. Si interessa di fotografia e di cinema. Nel 2017 alcuni suoi scatti sono esposti al primo Festival Internazionale della Fotografia del Mediterraneo Marenostrum, altri sono stati pubblicati dall’ANSA e dal giornale La città di Salerno. Questa è la sua prima opera.

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