Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (lettura di Salvatore Ritrovato)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua, ArcipelagoItaca, Osimo 2018

Il teatro naturale della poesia è la terra, e ogni poeta che conosce il suo lavoro lo sa, dal momento che si riporta – con maggiore o minore consapevolezza – all’esempio di Esiodo, il primo a tradurre, in Le opere e i giorni, il suo malessere privato esistenziale su un orizzonte georgico e cosmologico. Il poeta che parla dei suoi luoghi non lo fa per omaggiare la toponomastica, ma per trattenere per sempre, sulla pagina, l’aria del luogo in cui vive, assimilarla nel sangue, nella scrittura. Operazione tanto difficile quanto meritoria, com’è vero che ci rassicura sul fatto che la parola della poesia sa evadere dai termini circoscritti della cronaca personale assurgendo a una dimensione universale, e nello stesso tempo offrire al lettore la possibilità di condividere paesaggi e sentimenti comuni. Penso che siano queste le premesse da cui muovere per avvicinarsi a questa nuova raccolta di Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo, 2018) che svolge in tre sezioni il sentimento di una terra finora poco percorsa dai poeti, l’entroterra dei Monti Sibillini, meno ignota però a viandanti, pellegrini, e oggi giorno a escursionisti di ogni specie.
Nel leggere le poesie di Lanfranchi si avverte chiaramente il senso di una poesia che si è messa in cammino, non per raggiungere una meta, semmai per evitarla o almeno tenerla a distanza; si è messa in cammino per quel puro bisogno, innanzitutto di visione e di ascolto, che nel movimento passo dopo passo si realizza, onde attingere a quella nuova dimensione sensoriale che snida i dettagli dal paesaggio (e lo vediamo nella prima sezione della raccolta di Lanfranchi, l’eponima La voce obliqua), così come la Natura, che ancora regna (ne è la prova estrema il terremoto, con cui il poeta si misura nella seconda sezione, Cratere) nelle regioni del pianeta meno antropizzate, oggi recintate entro parchi nazionali, suscita in una riflessione finale sull’uomo, Tra dono e danno (come recita il titolo dell’ultima concentratissima e sorvegliatissima sezione). Dunque, è mai possibile una riflessione esistenziale sull’uomo che prescinda dalla sua più profonda essenza, la terrestrità, incisa già nell’etimo (da homo, quindi humus, ‘terra’, dalla radice sanscrita bhu/hu)? Domanda retorica; e Lanfranchi stesso ci avverte, in una corrispondenza privata, che occorre guardare di là dalla «concretezza e verità dell’ambientazione», verso una risemantizzazione sostanziale di quegli elementi paesaggistici (fra i quali spiccano le «pietre», quasi a misurare l’immobilità del dove) in cui si affatica l’andare di chi scrive, quindi verso una prospettiva trascendentale, che, se pure non è riconducibile immediatamente all’esperienza del reale, intanto la rende possibile. Questo tenere al centro della poesia l’io non è però un atto di potenziamento narcisistico, ma è solo di autenticazione del soggetto nella misura in cui lo responsabilizza come “uomo” (cioè creatura terrestre) nei confronti del paesaggio. Paesaggio che pertanto diventa proprio dell’io che ce lo mostra e lo attraversa, allorché anche noi possiamo condividerlo, farlo nostro. E questo diventa evidente quando il poeta s’inoltra nelle stesse zone già osservate nel loro stato di profonda quiete, ora colpite dal sisma: non si tratta di una vana nostalgia (nel senso di dolore del ritorno) per una pace perduta, ma di una lucida presa di coscienza che il soggetto, già appartato protagonista di un paesaggio, ora può dissolversi nella parola io che lo grammaticalizza, sì che il suo senso di straniamento personale si preciserebbe, di fronte a un evento geologico così rovinoso, come un timore di estraneità di fronte al vissuto collettivo. Se questo non avviene, la ragione sta nel fatto che l’ultima sezione torna a ricucire i due aspetti yin e yang della natura (o, come direbbe Laozi, il lato oscuro e quello luminoso della collina), e in particolare l’ultimo (è più veloce di te questa scrittura) riapre il discorso riportando la riflessione sulle istanze della scrittura, di quel verso capace di distendersi in ampie volute ritmiche, e di ramificarsi e infittirsi come in un bosco di segni, assecondando il passo-pensiero lento e divagante del poeta in cammino, la sua ambizione non ad arrivare, bensì a sostare e attendere.
È su quest’ultimo aspetto della poesia di Lanfranchi che vorrei richiamare l’attenzione, ricordando come essa maturi raccogliendo i frutti delle precedenti raccolte. Alcune poesie della seconda sezione hanno per qualche tempo oscillato fra una stesura in prosa e una in versi, prima di fermarsi, con provvidenziale scelta, su quest’ultima. Non perché Lanfranchi non creda nel poème en prose, né perché sia un convinto sostenitore della “poesia verso la prosa”, ma perché ritengo non si potesse scegliere dispositivo di versi, avvolgenti ma mai tortuosi, migliore alla ‘dissoluzione’ ritmica della prosa: di là dal loro scarno filtro metaforico (che non ne pregiudica la tensione lirica), queste poesie intendono raccontare la stessa libertà di movimento di chi cammina senza guardare al cronometro, per stabilire qualche nuovo primato; esse, al contrario, rimettono in moto un pensiero poetante, capace di riprodurre, quasi nel tentativo di raggiungere un’affabile continuità poematica, il timbro gorgogliante e sognante di una sorgente che si fa ritmo, di un ritmo che si fa passo, e così si slancia e ricomincia, si spegne e poi riprende, e quindi di un ritmo che si fa corpo che non mette un ego convinto di custodire qualche forma di vita inimitabile al centro del suo cammino, bensì i suoi tanti dubbi, la sua fragilità.

© Salvatore Ritrovato

 

Dalla sezione La voce obliqua

un mattino piccolo

il sole affiora sulle rocce e scova gli uomini, giù in basso
densi tra le case
in un mattino piccolo di un giorno qualunque
come un dio minore trovare la luce che incanta
gli occhi, incagliare in un’ombra di passi

è nelle valli la vita tra questi monti dove i vecchi
hanno la loro tana come i tassi e le donnole vispe
e le pietre cambiano colore nell’arco del giorno e il vento
è una sfinge e abbandona chi ascolta e resta muto
di fronte al suo vessillo

cosa cercate voi sul dorso dei giganti? – cosa vi spinge
nella fatica di salire per poi cedere alla stanchezza?
c’è un’erba magra qui tra questi sassi, e una terra dura
e rugginosa e lucertole e serpi che serrano le pupille
come lame
solo ciò che vedi è nel buio tra i boschi che ammantano
le pareti, e questo è quanto basta per chi sale e si sporge
oltre la vita: camminare e non altro, divenire ciò che si è
e nulla di troppo

 

 

sotto il Ramatico

solo adesso mi accorgo
di quel rifugio diruto di pastori
coi suoi muri di pietra rovinati a terra
il legno ammalorato di piccole travi
un bacile corroso da anni di nubifragi
– la piccola storia ingoiata dal tempo

e più in là, oltre le macerie, sul piano
basso ai margini del bosco:
una mandibola erosa tra i sassi,
quattro incisivi laschi, un cranio
spaccato – e fra le orbite
il vento

 

la voce obliqua

un giorno ricorderò la voce obliqua dei faggi
il peso del corpo sulla terra il verde che diventa nero
nel suo fuoco lo sguardo della volpe e la corteccia
che si sfoglia
avremo attraversato il passo in ore dolenti di sole
o chiusi nel freddo dei venti – se le nubi vorranno
attenti alla pietra e alla radice al segno dell’acqua
e ai denti che graffiano un’orma di fame – ricorderò
chi mi precede chiuso nel suo nido la sua festa
di luce o il buio che indovina – ricorderò la dura
parete e la frana sepolta nel dubbio
e lascerò a voi i nuovi intenti e questa fede di passi
verso il mattino

 

Dalla sezione Crater

parlando con Sergio

Pecore e mucche, e produrre formaggio, questo e non altro
vorrebbe – ma l’inverno da queste parti non perdona, e se
il terremoto ha distrutto anche le stalle e sono mesi che nessuno
fa niente, il gelo si porterà via gli animali e quel poco che resta.
Cosa ne sanno quelli, se non di chiacchiere e carte timbrate
e proclami?
Qui se ne va un mondo, e restano freddo e rovina – la notte
ancora trema la terra. Qualcuno dal nord vorrebbe donargli
un piccolo prefabbricato, ma dicono che non può accettare,
sarebbe un “abuso” installare qualcosa che non sia autorizzato.
Nel frattempo vive come può, venderà i suoi animali
per due soldi per non farli morire – è vicina la neve,
e la neve non aspetta le carte, non ascolta governo.

 

cercando di ricordare

Qui sono passato, tornando verso sera, che non è un anno.
Lasciata la Salaria, poi Arquata, Montegallo, la provinciale
che strapazza lo stomaco coi suoi tornanti fino a raggiungere
Comunanza, per poi diventare quieta fino al mare.
Era un’altra cosa, allora.
I paesi li attraversavi senza farci caso più di tanto – erano lì,
lo sapevi, fermi nel loro tempo.
Le case brillavano nella luce serale, le pietre cambiavano
colore, gli occhi si appoggiavano al viaggio nella stanchezza
dopo la montagna.
In qualsiasi momento potevi fermarti, prendere un panino,
scambiare due chiacchiere con qualcuno.

Si attraversava così questa terra – la bellezza incantava le pupille,
senza neanche accorgertene, discreta come un nibbio
che ti scruta da un ramo.

 

dalla sezione Tra dono e danno

 

e l’estate appoggia già le sue ginocchia sullo sterno di chi resta
debolmente tra gli sterpi frusciano fiumi di insetti, la terra
spaccata e arida dopo la morte, e l’unghia del carro stellare
senza pietà che costruisce le sue tane salda il suo morso
oltre le siepi e le pietre su questo dorso duro d’Appennino
 
restano ombre cupe tra le case sotto i tetti argani lasciati
al peso del poco vento serale, volti inariditi dalle lunghe veglie
serrati dentro un timore virale – il flusso del sangue nelle
tempie l’urto nel petto un battere fitto il pulsare delle vene
– non è lontano agosto ed è già un anno e fa un po’ male

questo ritorno

 

*

ora riposa, sotto le facce buie dei sassi, tra le radici e le spine
mansueta come il cane accovacciato sui gradini delle scale
torna al rumore quieto dei fossi all’odore delle faggete ai loro
tappeti maceri di foglie morte o alla luce che sfinisce i rami
e ci rende esuli per vie diverse

qui hanno già accolto il tuo testamento:
il verso della pietra che si spacca il lamento del cane nella notte
i secondi lunghi come ore interminabili – lo hanno già accolto
e forse, lo dimenticheranno, perché facilmente si dimentica,
ma non dimenticheranno la grazia d’ogni mattino, l’esserci

tra il dono e il danno

 

*

è più veloce di te questa scrittura, più di te conosce non sapendo
arriva dove tu non vuoi, cerca scardina trova
scrittura che lascia la schiena scoperta ed è erpice e terra
e raccoglie e ricompone le tue afasie, le afasie della specie
o il grido continuo e profondo che cuce le bocche e arrota i denti

e schioda le mani dal legno e abdica a una mite epifania
– ma cosa chiedono i tuoi occhi
cosa possono per non cedere al peso del giorno?
guarda questo esodo che unisce come non mai uomini
per un opposto mondo, bocche smagrite dal dolore, eppure

c’è un bosco limpido stamane, disteso come un sogno d’acqua
una brezza che rinnova la terra dentro una luce senza fine

 

 

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