Giorno: 3 settembre 2018

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (lettura di Salvatore Ritrovato)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua, ArcipelagoItaca, Osimo 2018

Il teatro naturale della poesia è la terra, e ogni poeta che conosce il suo lavoro lo sa, dal momento che si riporta – con maggiore o minore consapevolezza – all’esempio di Esiodo, il primo a tradurre, in Le opere e i giorni, il suo malessere privato esistenziale su un orizzonte georgico e cosmologico. Il poeta che parla dei suoi luoghi non lo fa per omaggiare la toponomastica, ma per trattenere per sempre, sulla pagina, l’aria del luogo in cui vive, assimilarla nel sangue, nella scrittura. Operazione tanto difficile quanto meritoria, com’è vero che ci rassicura sul fatto che la parola della poesia sa evadere dai termini circoscritti della cronaca personale assurgendo a una dimensione universale, e nello stesso tempo offrire al lettore la possibilità di condividere paesaggi e sentimenti comuni. Penso che siano queste le premesse da cui muovere per avvicinarsi a questa nuova raccolta di Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo, 2018) che svolge in tre sezioni il sentimento di una terra finora poco percorsa dai poeti, l’entroterra dei Monti Sibillini, meno ignota però a viandanti, pellegrini, e oggi giorno a escursionisti di ogni specie.
Nel leggere le poesie di Lanfranchi si avverte chiaramente il senso di una poesia che si è messa in cammino, non per raggiungere una meta, semmai per evitarla o almeno tenerla a distanza; si è messa in cammino per quel puro bisogno, innanzitutto di visione e di ascolto, che nel movimento passo dopo passo si realizza, onde attingere a quella nuova dimensione sensoriale che snida i dettagli dal paesaggio (e lo vediamo nella prima sezione della raccolta di Lanfranchi, l’eponima La voce obliqua), così come la Natura, che ancora regna (ne è la prova estrema il terremoto, con cui il poeta si misura nella seconda sezione, Cratere) nelle regioni del pianeta meno antropizzate, oggi recintate entro parchi nazionali, suscita in una riflessione finale sull’uomo, Tra dono e danno (come recita il titolo dell’ultima concentratissima e sorvegliatissima sezione). Dunque, è mai possibile una riflessione esistenziale sull’uomo che prescinda dalla sua più profonda essenza, la terrestrità, incisa già nell’etimo (da homo, quindi humus, ‘terra’, dalla radice sanscrita bhu/hu)? Domanda retorica; e Lanfranchi stesso ci avverte, in una corrispondenza privata, che occorre guardare di là dalla «concretezza e verità dell’ambientazione», verso una risemantizzazione sostanziale di quegli elementi paesaggistici (fra i quali spiccano le «pietre», quasi a misurare l’immobilità del dove) in cui si affatica l’andare di chi scrive, quindi verso una prospettiva trascendentale, che, se pure non è riconducibile immediatamente all’esperienza del reale, intanto la rende possibile. Questo tenere al centro della poesia l’io non è però un atto di potenziamento narcisistico, ma è solo di autenticazione del soggetto nella misura in cui lo responsabilizza come “uomo” (cioè creatura terrestre) nei confronti del paesaggio. Paesaggio che pertanto diventa proprio dell’io che ce lo mostra e lo attraversa, allorché anche noi possiamo condividerlo, farlo nostro. E questo diventa evidente quando il poeta s’inoltra nelle stesse zone già osservate nel loro stato di profonda quiete, ora colpite dal sisma: non si tratta di una vana nostalgia (nel senso di dolore del ritorno) per una pace perduta, ma di una lucida presa di coscienza che il soggetto, già appartato protagonista di un paesaggio, ora può dissolversi nella parola io che lo grammaticalizza, sì che il suo senso di straniamento personale si preciserebbe, di fronte a un evento geologico così rovinoso, come un timore di estraneità di fronte al vissuto collettivo. Se questo non avviene, la ragione sta nel fatto che l’ultima sezione torna a ricucire i due aspetti yin e yang della natura (o, come direbbe Laozi, il lato oscuro e quello luminoso della collina), e in particolare l’ultimo (è più veloce di te questa scrittura) riapre il discorso riportando la riflessione sulle istanze della scrittura, di quel verso capace di distendersi in ampie volute ritmiche, e di ramificarsi e infittirsi come in un bosco di segni, assecondando il passo-pensiero lento e divagante del poeta in cammino, la sua ambizione non ad arrivare, bensì a sostare e attendere.
È su quest’ultimo aspetto della poesia di Lanfranchi che vorrei richiamare l’attenzione, ricordando come essa maturi raccogliendo i frutti delle precedenti raccolte. Alcune poesie della seconda sezione hanno per qualche tempo oscillato fra una stesura in prosa e una in versi, prima di fermarsi, con provvidenziale scelta, su quest’ultima. Non perché Lanfranchi non creda nel poème en prose, né perché sia un convinto sostenitore della “poesia verso la prosa”, ma perché ritengo non si potesse scegliere dispositivo di versi, avvolgenti ma mai tortuosi, migliore alla ‘dissoluzione’ ritmica della prosa: di là dal loro scarno filtro metaforico (che non ne pregiudica la tensione lirica), queste poesie intendono raccontare la stessa libertà di movimento di chi cammina senza guardare al cronometro, per stabilire qualche nuovo primato; esse, al contrario, rimettono in moto un pensiero poetante, capace di riprodurre, quasi nel tentativo di raggiungere un’affabile continuità poematica, il timbro gorgogliante e sognante di una sorgente che si fa ritmo, di un ritmo che si fa passo, e così si slancia e ricomincia, si spegne e poi riprende, e quindi di un ritmo che si fa corpo che non mette un ego convinto di custodire qualche forma di vita inimitabile al centro del suo cammino, bensì i suoi tanti dubbi, la sua fragilità.

© Salvatore Ritrovato

 

Dalla sezione La voce obliqua

un mattino piccolo

il sole affiora sulle rocce e scova gli uomini, giù in basso
densi tra le case
in un mattino piccolo di un giorno qualunque
come un dio minore trovare la luce che incanta
gli occhi, incagliare in un’ombra di passi

è nelle valli la vita tra questi monti dove i vecchi
hanno la loro tana come i tassi e le donnole vispe
e le pietre cambiano colore nell’arco del giorno e il vento
è una sfinge e abbandona chi ascolta e resta muto
di fronte al suo vessillo

cosa cercate voi sul dorso dei giganti? – cosa vi spinge
nella fatica di salire per poi cedere alla stanchezza?
c’è un’erba magra qui tra questi sassi, e una terra dura
e rugginosa e lucertole e serpi che serrano le pupille
come lame
solo ciò che vedi è nel buio tra i boschi che ammantano
le pareti, e questo è quanto basta per chi sale e si sporge
oltre la vita: camminare e non altro, divenire ciò che si è
e nulla di troppo

  (altro…)