Giorno: 28 agosto 2018

M. Grazia Lenisa, Il canzoniere unico (recensione di Rosaria Di Donato)

Maria Grazia Lenisa, Il Canzoniere Unico, Ed. BastogiLibri/Poesia, 2016

Il Canzoniere Unico, a cura di Angelo Manuali, raccoglie le opere poetiche edite ed inedite di M. Grazia Lenisa dal 1998 al 2008.  L’imponente antologia contiene anche alcune importanti pagine critiche di autori che hanno seguito nel tempo la produzione della poetessa di Udine e alcune testimonianze della stessa.
Un lettore appassionato trova in tale volume notevole materia di riflessione e di studio, ma come scrive l’autrice nel testo L’Inedito Postumo:

Volge le spalle Antico al suo futuro, la forma
scende
dal ripido foglio che s’avvicina il giorno
del cordoglio e come bara la letteratura risucchia
il nome,
lo risputa fuori in lunghi elenchi, nutriti di morti.
L’inedito,
o poeta, che lasciasti, a crescere il tuo nome,
la tua storia, è solo un espediente editoriale
e le parole come mosche intorno alla trappola
oleata della morte sono quel ‘niente’ che ti rese
in vita importante per gli altri.
Ed ancora
t’attardi per un prima, non sai per quanto, finché
serve al gioco
d’un potere importante e non vale per molto la tua
‘gloria’, valse quel tanto che ti tenne in vita, dono
d’amore per cui si riattiva solo se altri ti ama
o s’avviva un bisogno d’amore.[1]

Leggendo la fiorente produzione della poetessa negli ultimi dieci anni della sua vita, ancora più intenso fluisce l’amore per la sua scrittura e dalla sua scrittura che mai si è risolta in un mero esercizio stilistico o in un vuoto sperimentalismo linguistico.  La poesia della Lenisa scaturisce a pieno titolo da l’amor che move il sole e l’altre stelle e accende nell’animo il desiderio dei versi, di bellezza, di contemplazione alta che solo l’arte può soddisfare.  Non si tratta di estetismo, né di eccentricità, ma piuttosto di originalità e di eclettismo nell’ambito di un percorso poetico unico e denso sia dal punto di vista artistico che umano. (altro…)

“Infanzia resa” di Sebastiano Aglieco (lettura di Alessandro Bellasio)

 

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Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Il Leggio, 2018, 15 €

 

Verso il grande abbandono, di Alessandro Bellasio

Giunto alla nona raccolta, con il recente Infanzia resa Sebastiano Aglieco redige l’accorato memoriale di chi, a un tempo poeta e maestro nella scuola primaria, si è trovato negli anni di fronte all’arduo compito di traghettare i bambini fuori dall’infanzia, conscio di tutto ciò che tale gesto comporta in termini etici, prima ancora che pedagogici. Un memoriale sui generis, tuttavia, al riparo da qualsivoglia deriva diaristica, da qualunque tentazione sentimentale o compiacenza autobiografica, e redatto invece con sapienza amara, con sguardo asciutto e sofferto. E l’infanzia, luogo germinale della parola, diventa per il poeta il terreno fertile su cui innestare una combattuta, lacerata riflessione sulla natura del linguaggio e sul rapporto coessenziale che ci lega a esso, in quanto esseri umani, cioè essenzialmente parlanti.
Posti dinanzi al compito educativo, si tratta proprio di portare i bambini nella storia e nel discorso, «alle soglie del mondo e della sua tragedia», di trascinarli gradualmente nella parola, strappandoli a quello statuto di infanti che, etimologicamente, allude proprio al silenzio al quale l’uomo originariamente appartiene e corrisponde, in quanto essere non-parlante, in-fans. E Aglieco, con umiltà e riserbo, è ben conscio di essere doppiamente responsabile di fronte a questo compito: come educatore, da un lato, ma soprattutto come poeta, cioè custode di un linguaggio che intende la parola proprio a partire dal suo potenziale di alterità e al limite di squalifica rispetto al linguaggio comune, ufficiale, istituzionale – quello la cui trasmissione è appunto demandata all’insegnante. Ma se la poesia punta a dire e a nominare le cose esattamente, a conferire loro il «vero nome», il poeta-maestro ha allora il compito di traghettare i bambini non solo verso la parola media, generica e mondana, ma anzitutto verso una parola esatta e veritiera. Il punto è che i due modi di intendere il linguaggio (e quindi il mondo), vale a dire quello istituzionale e quello poetico, non sono conciliabili; da qui deriva il nucleo tragico, la lacerazione al cuore di questo libro, il suo potente dilemma etico, irrisolto e irrisolvibile – che rivela inoltre il dissidio che si cela nel cuore stesso del linguaggio.
E uno dei meriti maggiori di Aglieco è proprio quello di costringerci a fare i conti, di riflesso, con il significato del nostro linguaggio quotidiano di adulti, abituati a considerare con noncuranza e alla stregua di semplici strumenti le parole. Il terribile paradosso di cui l’autore è consapevole è quello per cui la parola adulta, istituzionalizzata, è in realtà proprio quella deputata ad “aprire gli occhi”, a mostrare ai bambini il mondo a cui sono e saranno, crescendo, sempre più chiamati ad appartenere, il mondo della storia e del divenire: «quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi | io abbasso lo sguardo perché | vi ho portati sull’altare regale della Storia». «Mi chiedono di farvi entrare nella Storia | di farvi sentire uomini arroccati a | questa violenza | a questa miseria di cose dette | solo per essere tradite». La parola che immette nel divenire e sottrae gradualmente all’infanzia è la parola adulta (ma, per non casuali parentele etimologiche, anche “adultera” e “adulterata”) che contiene in nuce gli artifici, gli stratagemmi e le menzogne che portano nel mondo “dei grandi”; ed è una parola alla quale nessuno può sottrarsi.
Così – con una scelta non priva di rischi ma sapientemente distillata tra le pagine del libro – Aglieco decide di includere nella raccolta versi o interi componimenti scritti dai bambini stessi. E l’obiettivo di questo procedimento è da cercarsi, ci sembra, non nell’ingenuo tentativo di ripristinare una parola innocente da opporre pateticamente alla parola adulta/adulterata, quanto piuttosto nel tentativo di imbastire un dialogo totalmente ed esclusivamente poetico – ossia posto al riparo entro le mura amiche della parola della poesia e da essa solo alimentato – tra il poeta-maestro e i poeti-bambini; il solo modo, evidentemente, per incontrarsi e confrontarsi al puro livello dell’intelligenza analogica e creatrice,[1] quella che più che con le parole e con il discorso ha a che fare con la nominazione delle cose e degli eventi. (altro…)