Giorno: 23 agosto 2018

Francesco Indrigo, da “Nissun di nun/Nessuno di noi”

La pasiensa da la puisìa

Coma no vê dôl cuant ch’a ven
scjassàda, strassinada ta li’ plazis,
preàda, lustràda e laudàda
dai ciantors da li’ rimis.
Opùr tignùda in cont, travuardada
da ociàdis ordenaris in aulis
rimessadis. E po sglinghinaments
di bussùtis e incens sparnisàt.
Passàda tal tamès da capelans
studiàts o vint savoltant segnàt
cul det, a spissigâ li’ cuardis
da la calcolada dismintiansa.
La pasiensa da la puisìa a no conòs
viars. Epùr ‘i l’ài vidùda ta l’ultima
fila, li’ giambis a cavalot, i dets luncs
a polsâ tal grin e ridi cunt’un ‘pena,
‘pena lizierut scjàs dal seòn.

La pazienza della poesia
Come non provare compassione quando viene / strattonata, trascinata nelle piazze, / invocata, incensata e lodata / dai cantori delle rime. / Oppure preservata, protetta / da sguardi volgari in aule / damascate. E poi tintinnii / di ampolle e spargimento d’incenso. / Passata al setaccio da chierici / eruditi o additato vento perturbante / a pizzicare le corde / del calcolato oblio. / La pazienza della poesia non conosce / verso. Eppure l’ho vista nell’ultima / fila, le gambe accavallate, le lunghe dita / a riposare sul grembo e sorridere con appena / un lieve sobbalzo del sopracciglio.

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Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere (rec. di D. Capello)

Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere, Il Leggio, 2018

È il libro di un poeta che da sempre conosce il senso della vertigine, del doppio movimento, imprendibile, delle cose e della lingua  che le nomina. La parola di Marco Ercolani è qui scagliata, scagliata fuori dal suo stesso fluire ritmico, dopo essere stata a lungo macerata, febbrilmente meditata.
Penso in particolare a una serie di testi contenuti nella prima sezione del libro, penso a una poesia intensissima, impetuosa, che pare dettata dal pulsare del “demone accanto”. È quella che andrebbe riportata per esteso, e che ha come incipit: “Tolta dalla terra scavata dal buio”. Una sola ondata, che “sprofonda risale e discende”, una spinta inesorabile in avanti che non tollera punteggiature. La veemenza sicura di sé. Non cerca graziosità né indulgenze. Freccia o fulmine di Zeus. Sfocia qui, letteralmente, un energia linguistica potenziata dagli infiniti, pazienti esercizi di eresia cari al poeta.
Ma non per caso ho accennato a Zeus. Nel fermo centro di polvere ospita infatti l’alleanza della vertigine con la misura. E sono queste parole chiave, cardinali, nell’universo della scrittura di Marco Ercolani. “Trovare il modo di andare fuori misura nella misura”. Questo esergo, tratto da Camus, è il telos, in sintesi, della poetica ercolaniana. E proprio qui, nell’idea di “misura”, si trovano spie linguistiche e tematiche evocatrici di un pensiero classicheggiante. Meglio, un’idea di classicità. Sono richiami all’anima dei miti, tra l’assedio e il ritorno, tra “odissee e ciclopi” dove fa capolino anche Orfeo (colui che, voltandosi per un attimo, ha visto) oppure diventano citazioni trasparenti, come le virgiliane “lacrimae rerum”, o il topos della “misura delle cose”. (altro…)