PoEstate Silva #37: Antonio Merola, da “F. Scott Fitzgerald e l’Italia”

L’approccio di Fernanda Pivano: le introduzioni come strumento critico

1. Una nuova scuola americanista

Il successo di F. Scott Fitzgerald in Italia comincia grazie alla traduzione di Tenera è la notte (Einaudi, 1949) a cura di Fernanda Pivano voluta fortemente da Cesare Pavese che così scriveva in una lettera all’amico Davide Lajolo: «Non ho voluto tradurre io i libri di questo scrittore […] perché mi piacevano troppo». Mondadori poi acquista i diritti delle altre opere che escono in ordine sparso rispetto alla cronologia reale e che vengono tutte tradotte da Fernanda Pivano, eccetto l’ultima: Il Grande Gatsby (1950), Di qua dal Paradiso (1952), Belli e dannati (1952) e il romanzo incompiuto Gli ultimi fuochi (nella traduzione di Bruno Oddera, 1958).
La scelta di cominciare con Tenera è la notte dipendeva da una serie di mancanze: anzi tutto, l’insuccesso di Gatsby il magnifico richiedeva alla casa editrice una prudenza particolare nel proporre al pubblico italiano uno scrittore nuovo; c’era poi una intenzione provocatoria: Tenera è la notte (pubblicato in America nel 1934) rimaneva l’ultimo romanzo compiuto di Fitzgerald che però veniva allora completamente ignorato, costringendolo a recarsi a Hollywood e a mettere il punto nella sua carriera ufficiale di scrittore, se si esclude il punto e virgola della raccolta di racconti Taps at Reveille e Gli ultimi fuochi.
Persino chi gli era vicino criticava l’opera aspramente:

Tenera è la notte, sul quale Fitzgerald aveva puntato le sue illusioni, non ebbe il successo sperato. La critica più sciocca fu quella di Ernest Hemingway, il quale, come scrisse Gertrude Stein, aveva la perversa abitudine di ammazzare i rivali e sotterrare i cadaveri. Secondo Hemingway, Fitzgerald non sapeva pensare, non conosceva la realtà, non ascoltava gli altri, non dimenticava mai la sua tragedia personale, non possedeva disciplina; e poi aveva commesso un errore imperdonabile. Secondo Hemingway, Dick e Nicole Diver [i protagonisti del romanzo] erano pessime copie di Gerald e Sara Murphy [gli amici dei coniugi Fitzgerald sulla Costa Azzurra]. «Se prendi delle persone reali e scrivi su di loro, … non puoi far fare loro qualcosa che non farebbero… Devi mantenerle uguali… Non puoi fare di qualcuno qualcun altro».

Anche per questo, nelle stringate biografie letterarie dell’Americana e di Gatsby il magnifico non si va mai oltre il 1925: ma si aggiunga che Cesare Pavese ci teneva personalmente a contrapporsi alla critica dell’amico (o rivale) Vittorini e insieme, ad affermarsi attraverso una eccezionale riscoperta autoriale.
Il lavoro di traduzione viene però affidato alla lingua di Fernanda Pivano, ma questo non deve stupire: in qualche modo, il primo considerava la donna come una allieva personale e insieme la “coppia”, anche se con il tempo Pivano si allontana sempre di più dal Pavese-uomo, può (e anzi deve) essere considerata come una nuova scuola americanista e di transizione rispetto al circolo vittoriniano.

 

2 Il principe felice dell’Età del Jazz

Fernanda Pivano è la prima nel nostro paese a tentare una critica sistematica dell’opera di Fitzgerald e anzi, solo dopo le traduzioni si apre sulle riviste letterarie e sui maggiori quotidiani italiani un vero e proprio dibattito che cumulerà in due posizioni contrapposte: chi si adagiava ancora, e con una prepotenza di giudizio che spesso mancava di una base solida, sulla posizione di Vittorini e chi, invece, dimostrava una ragguardevole profondità, seppure tardiva e, forse, non sempre sincera.
A ogni modo, è importante considerare che Pivano non sceglie come luogo del proprio pensiero critico l’accademia, o la periferia della pubblicazione autorevole sopra le riviste, ma le stesse introduzioni che accompagnano ogni romanzo: bisognava affermare Fitzgerald come una scoperta totalizzante, una grandezza quindi che non doveva comunicare solo con “gli addetti ai lavori”, ma con l’intero pubblico. E la stessa operazione appare incerta: man mano che traduce, cioè sembra mutare ogni conquista teorica precedente, come se in Fitzgerald ci fosse sempre qualcosa di potenzialmente rinnovabile, una scrittura (e riscrittura) continuamente in fieri.
Del resto […] Pivano non si era servita con una certa serietà della saggistica americana, ma soltanto di un breve riassunto della biografia di Arthur Mizener e forse, in parte, «della ventina di biografie pubblicate dopo l’interesse suscitato dal Portable di Malcolm Cowley». Questo dato è importante perché, nella stessa America degli Anni Quaranta, si cominciava finalmente a studiare Fitzgerald per la prima volta nel tentativo di costruire il motivo classico che avrebbe giganteggiato lo scrittore nel panorama della letteratura americana […].
Con la biografia di Mizner, l’America degli Anni Cinquanta riscopre l’arte di F. Scott Fitzgerald così come, contemporaneamente, Fernanda Pivano si serve di The Far Side of Paradise come unica base critica straniera di riferimento. Tutto ciò che scriveva sopra di lui era cioè una pura intuizione: non conosceva (e non poteva conoscere) quella particolare saggistica che cercava di legittimare, con una pubblicazione dopo l’altra, o se vogliamo contro l’altra, una produzione letteraria esautorata per troppo tempo dalla generazione precedente, eppure, in definitiva, e forse grazie a questa mancanza, la traduttrice aveva trovato la chiave di volta.
Fernanda Pivano allora, con nelle mani la sola biografia parziale di Mizner e la conoscenza della lingua americana, comincia un lento dialogo con lo scrittore Fitzgerald e su quella intimità fonda la propria riscoperta, sbagliando strada, tornando indietro, rimanendo abbagliata, talvolta, per poi arrivare alla reggia privata dell’uomo Fitzgerald e scoprire che non bisognava nemmeno bussare: Fitzgerald (uomo e scrittore) aveva lasciato la porta aperta.
Le introduzioni non formano insieme un saggio compiuto; anzi, si deve considerare ognuna come l’evoluzione (o l’involuzione) dell’altra, fino alla determinazione di uno sguardo duplice che funzionerà come una chiave di lettura essenziale, ma da arricchire di volta in volta, secondo la cronologia del caso: bisognerà cioè, seguire l’evoluzione della critica di Pivano in senso diacronico. […]

 

Da: Antonio Merola, F. Scott Fitzgerald e l’Italia, Ladolfi, 2018, pp. 41-44.
[L’estratto appartiene a un capitolo più ampio che analizza il ruolo di Fernanda Pivano nella diffusione dell’opera di Fitzgerald in Italia. Per ovvie ragioni editoriali, in questa nostra proposta di lettura sono state espunte tutte le note bibliografiche che non solo rinviano ai luoghi interessanti, ma pure al discorso più ampio dell’intero saggio; un saggio, infine, che invitiamo a leggere perché apporta nuovi e interessanti dati critici alla conoscenza dell’opera dello scrittore statunitense, dopo gli studi di Rossella Mamoli Zorzi]

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