Giorno: 10 agosto 2018

PoEstate Silva #38: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, II

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

2. Nessie

Fino a quel momento era andato tutto benissimo: Marco aveva parcheggiato a poche centinaia di metri dalla spiaggia più bella dove da tempo voleva portare Giulia e il figlio Matteo. Erano arrivati a un passo dalle dune e dalla laguna. Quella domenica non faceva troppo caldo, c’era solo un po’ di vento ma Marco aveva fissato l’ombrellone con la corda e ora sembrava ancorato alla sabbia. Era tutto perfetto. Nel frigo portatile c’era perfino una birra. Giulia gli aveva detto che non c’era più spazio, ma lui era riuscito ad infilarne una ben fredda. La coppia di amici con cui erano venuti al mare erano i genitori di un amico di Matteo. Si erano visti qualche volte durante l’anno scolastico ed erano abbastanza simpatici. Alberto aveva un ombrellone rosso e lo aveva piantato senza nessuna tecnica particolare. Marco pensò che sarebbe volato via al primo colpo di vento ma non disse nulla, per non sembrare arrogante. Quello che importava era aver creato quella grande ombra per i due bambini che adesso impazienti chiedevano di entrare in acqua.
Non sapeva nuotare Matteo e gli avevano comprato un drago salvagente. Mentre lo gonfiava, verde smeraldo e con gli occhi rossi, Marco propose di chiamarlo Nessie. “Come il famoso mostro di Lochness!”.
A Matteo piacque quel nome ed entrato in acqua, si aggrappò a Nessie con un grande sorriso fiducioso. L’altro bambino si mise a nuotare con la madre verso il largo.
Era proprio la giornata perfetta: il cielo azzurro e il mare cristallino. Giulia, un po’ timida con il suo due pezzi turchese, per via delle forme generose si era spogliata lentamente mentre l’amica aveva svelato un corpo snello e abbronzato. Marco mise un braccio intorno alla vita di Giulia mentre stavano a riva, come per rassicurarla che la trovava bella e attraente ma lei si sciolse dall’abbraccio per tuffarsi:
– Ma è gelata!
– No, se nuoti ti scaldi! – la incoraggiò Alberto.
Anche lui come la moglie con i muscoli ben scolpiti, si era tuffato subito dopo Giulia e ora le nuotava accanto. Ridevano allontanandosi dalla riva, Giulia nuotando a rana, bianca e morbida. Marco rimase da solo con il figlio e Nessie.  Sentì una gelosia improvvisa e tentò di ascoltare la conversazione tra Giulia e Alberto, ma era impossibile con il rumore delle onde e la gente intorno. Il vento stava diventando più forte ma il suo ombrellone sembrava non temere le folate, saldo come una quercia. Quello rosso di Alberto tremava ma ancora resisteva.
Nel frattempo l’amico di Matteo e la madre erano tornati a riva. Marco si voltò a cercare con gli occhi Giulia ma era a largo in compagnia di Alberto. I bambini volevano guardare i pesci sotto acqua e Matteo si staccò da Nessie. I pesci passavano tra le dita dei piedi argentati e velocissimi. Mentre Matteo tentava di afferrarne uno, una folata di vento fece volare via la grande e placida Nessie. Mentre rotolava veloce verso il largo, la testa spariva e riappariva con gli occhi rossi e fiammeggianti. Matteo scoppiò a piangere: – Nessie, Nessie! Papà Nessie vola via!
Marco cominciò a nuotare verso il salvagente ma il vento lo faceva allontanare sempre di più. In quel momento Giulia e Alberto avevano raggiunto la riva. Marco rinunciò all’impresa e tornò indietro.
– Niente da fare, si è allontanato troppo. – annunciò alla moglie e al figlio. (altro…)

PoEstate Silva #37: Antonio Merola, da “F. Scott Fitzgerald e l’Italia”

L’approccio di Fernanda Pivano: le introduzioni come strumento critico

1. Una nuova scuola americanista

Il successo di F. Scott Fitzgerald in Italia comincia grazie alla traduzione di Tenera è la notte (Einaudi, 1949) a cura di Fernanda Pivano voluta fortemente da Cesare Pavese che così scriveva in una lettera all’amico Davide Lajolo: «Non ho voluto tradurre io i libri di questo scrittore […] perché mi piacevano troppo». Mondadori poi acquista i diritti delle altre opere che escono in ordine sparso rispetto alla cronologia reale e che vengono tutte tradotte da Fernanda Pivano, eccetto l’ultima: Il Grande Gatsby (1950), Di qua dal Paradiso (1952), Belli e dannati (1952) e il romanzo incompiuto Gli ultimi fuochi (nella traduzione di Bruno Oddera, 1958).
La scelta di cominciare con Tenera è la notte dipendeva da una serie di mancanze: anzi tutto, l’insuccesso di Gatsby il magnifico richiedeva alla casa editrice una prudenza particolare nel proporre al pubblico italiano uno scrittore nuovo; c’era poi una intenzione provocatoria: Tenera è la notte (pubblicato in America nel 1934) rimaneva l’ultimo romanzo compiuto di Fitzgerald che però veniva allora completamente ignorato, costringendolo a recarsi a Hollywood e a mettere il punto nella sua carriera ufficiale di scrittore, se si esclude il punto e virgola della raccolta di racconti Taps at Reveille e Gli ultimi fuochi.
Persino chi gli era vicino criticava l’opera aspramente:

Tenera è la notte, sul quale Fitzgerald aveva puntato le sue illusioni, non ebbe il successo sperato. La critica più sciocca fu quella di Ernest Hemingway, il quale, come scrisse Gertrude Stein, aveva la perversa abitudine di ammazzare i rivali e sotterrare i cadaveri. Secondo Hemingway, Fitzgerald non sapeva pensare, non conosceva la realtà, non ascoltava gli altri, non dimenticava mai la sua tragedia personale, non possedeva disciplina; e poi aveva commesso un errore imperdonabile. Secondo Hemingway, Dick e Nicole Diver [i protagonisti del romanzo] erano pessime copie di Gerald e Sara Murphy [gli amici dei coniugi Fitzgerald sulla Costa Azzurra]. «Se prendi delle persone reali e scrivi su di loro, … non puoi far fare loro qualcosa che non farebbero… Devi mantenerle uguali… Non puoi fare di qualcuno qualcun altro».

Anche per questo, nelle stringate biografie letterarie dell’Americana e di Gatsby il magnifico non si va mai oltre il 1925: ma si aggiunga che Cesare Pavese ci teneva personalmente a contrapporsi alla critica dell’amico (o rivale) Vittorini e insieme, ad affermarsi attraverso una eccezionale riscoperta autoriale.
Il lavoro di traduzione viene però affidato alla lingua di Fernanda Pivano, ma questo non deve stupire: in qualche modo, il primo considerava la donna come una allieva personale e insieme la “coppia”, anche se con il tempo Pivano si allontana sempre di più dal Pavese-uomo, può (e anzi deve) essere considerata come una nuova scuola americanista e di transizione rispetto al circolo vittoriniano. (altro…)