Giorno: 30 luglio 2018

PoEstate Silva #16: Lucrezia Lenzi, da ‘Di morte e altre incombenze’

 

Ripenso spesso
al tuo sguardo ancestrale
che riempiva di virgole le mie parole
e di silenzi la pineta
all’imbrunire
quando le caviglie coperte
lasciano spazio ai buchi neri dell’anima.

.

Sedevo lesta accanto ai tulipani sgualciti
sul tuo divano in organza tinta di blu
ed ero ladra gentile
delle tue macchinose attenzioni.
Ho sempre pensato al mio corpo come ad un tempio
e a te
come a uno sciamano
indagatore di uomini e d’anime
così ho generato una moltitudine di figli
poiché il più immortale dei sogni
è sempre la vita.

.

Non ho mai capito
le liturgie segrete
delle tue mani
sul mio corpo
incustodito.
Semplicemente
le ho accolte,
con gli occhi
chiusi,
come si fa con le cose
che non ci paiono
terrene
anche se
le sentiamo
nella carne.

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Lucrezia Lenzi, Di morte e altre incombenze, AUGH! edizioni 2018

PoEstate Silva #15: Lorenzo Maestripieri. Inediti

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Padre.

Vorrei tra tante cose
che hai saputo trovar tempo di insegnarmi
m’avessi dato il dono dello scherzo,
quel crogiolare scelto
nel ridicolo delle proprie anche:
così quando crescendo
ti vedevo
prendere in giro la tua vita tutta
baccagliare al vento ed agli amici
non avrei risposto con un moto
malcelato
d’orgoglio mal riposto,
e compreso pure avrei
che non c’è nulla
da combattere
niente da difendere;
soggiunto avrei le mie risa a quelle d’altri
ed oggi non starei mescendo
vino amaro
ogniqualvolta di giocare è tempo
e una mia mano s’amputa le dita.

.

La gelosia.

Sofisticata insonnia
rossa si rapprende alle sue calze
e nel fumigare d’aperta campagna
s’ apre una bocca come i fiori dell’ibisco.

Di lontano
coi baci bloccati di traverso
suona alle mie orecchie e scricchia
la vigna che raccoglie i grilli
e le sue anche;

Ritorno tra i bronchi e tra gli spini
falcidiando la camicia buona
come pota il giardiniere la gramigna:

ché non giova il fonte puro semenzale
per molcerla nell’urna delle braccia
se son fiume e lei guarda alla mia foce.

.

Sera Peschiciana.

Assiso su uno scampolo di scala
assisto al turbinar serale estivo
di chi qui vive o per un poco cala
a mollo nel refrigerar tardivo.

S’incalcano nei viottoli a ricerca
di svaghi profumati, vivi orpelli
e zaffiri molluschi; la noverca
per oggi d’affinare i suoi coltelli

s’accontenta. Io solo fuor dal metro
immobile m’accoccolo allo stucco
e ai loro bendicenti sguardi impetro:

ché ad essi della vita giova il succo,
ed io so sol guardarli savio e tetro
come invidiando i pesci dal trabucco.

 

La formica.

In doccia ho trovato una formica;
Innocua
Stava nel cornicione
Di mattonella e muro
E aperta la corrente
Sfruttò l’acquifero disegno
Disordine
Che io lasciavo.
Bolla dopo bolla
Tesa sulla superficie
Mi è giunta all’altezza del naso.

L’ho uccisa
Perché vedendo tanto genio
Ho temuto capisse chi ero io
Lontano dal divino
E per sancire ancora il mio disdegno
La mia paura
Che l’animale eletto sia poi un altro.

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© Lorenzo Maestripieri