Giorno: 26 luglio 2018

PoEstate Silva #8: Irene Pellegrini, da ‘Albe crepuscolari’

Autunno

Che Autunno sarà questo
davvero non so.
Ogni giorno di più
mi inabisso come sole morente.

Trasportata dal caos
di settimane e foglie secche
brillo d’oro macchiato,
di vendette sanguigne.

Presto sarà buio piovoso
fuori, nel mondo:
dentro me piove da mesi
di una notte senza stelle.

 

Cose di casa

C’è uno spazio,
nella mia mente,
vuoto come il posto a tavola
dove non ti siedi più.
Chiunque lo occupi, da quel giorno,
assomiglia sempre un po’ a te.

E quando ho tolto il piumone dal letto
– perché ormai è Estate, sai –
l’ho abbracciato stretto
fino a soffocare,
sussurrandogli l’addio
che avresti dovuto darmi tu.

L’accappatoio, poi,
ho dovuto gettarlo via;
l’immagine di te avvolto nel viola però
l’ho conservata.
Continuerò ad asciugarmici:
quella è fatta con spugna più resistente.

Cose di casa, queste, che
vorrei davvero poter chiudere
nello sgabuzzino,
oppure poggiare fuori dalla porta
insieme alla spazzatura.
Se solo ne fossi capace. (altro…)

PoEstate Silva #7: Luca T. Barbirati, da ‘Carlo Michelstaedter. Un angelo debole’

 

Sulle orme di Tolstoj

Il 17 febbraio 1910 Tolstoj ricevette una lettera da uno studente che lo ammoniva di predicare il Vangelo pur mantenendo la sua condizione di privilegiato. Non era stato sufficiente confessare il suo patologico orgoglio di insegnare ciò che lui stesso ignorava1. Il fantasma di essere un mentitore, un falso sacerdote, continuava a perseguitarlo, ora più che mai visto che si era convertito a un culto più importante di quello della letteratura: Tolstoj voleva insegnare agli uomini a vivere il bene. A quel ragazzo rispose che abbandonare il suo essere un ricco bàrin era il suo più grande desiderio. Ma la differenza tra la persuasione e la rettorica non consiste nella sola sincerità che può raggiungere una mente abituata a pensare. La persuasione è smascherare la sincerità dallo stesso pensiero.
Nel 1910 Tolstoj aveva 82 anni, Michelstaedter appena 23, ma entrambi cercavano la stessa cosa: la verità. In loro riviveva la stessa ansia di ricerca, la stessa passione e la stessa identica brama di sapere, che si compiva attraverso una sottrazione anziché con un accumulo. Per questa via negativa s’incontrarono lungo i sentieri che da millenni i pochi simili errano incessantemente, e per i quali non v’è altro accesso che pensare contro se stessi finché il fuoco sacro non illumini la via. Tolstoj e Michelstaedter cercavano la stessa cosa, e non perché lo studente avesse letto Resurrezione2, ma perché il maestro abbandonò la propria famiglia pochi giorni prima di morire. È Tolstoj a suggellare la via di Michelstaedter, e non l’opposto. È il maestro che si fa nuovamente allievo a distruggere definitivamente ogni certezza nella trasmissione del sapere. Non c’è niente da imparare, niente da insegnare. Soltanto un compito infinito.
Il 28 ottobre, alle 4 del mattino, Tolstoj fuggì il più lontano possibile, prese un treno diretto prima a sud, poi in Bulgaria. Abbandonò la casa e la moglie, e con i calzari e una sola veste continuò la sua ricerca della verità. Le ultime parole prima di cadere in stato di incoscienza furono: «La verità… Io amo tanto… come loro».
Sul “Marzocco” del 7 maggio 1911, Pascoli immaginò la voce che richiamò Tolstoj morente:

«e Dio gli disse: “io già non venni a pace
Mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia! (…)”»3

Michelstaedter fece lo stesso, e lasciò detto per qualche postero le parole che seguono. (altro…)