Giorno: 7 luglio 2018

Intervista ai Superportua su “Resterai sempre uno”

Il vostro primo disco Resterai sempre uno (Sisma mvmnt, Dischi Soviet Studio e Shyrec) è stato atteso a lungo, dopo due EP che hanno segnato la vostra storia dal 2013 a oggi. Inizierei dal com’è nato il progetto di un album, dal “cantiere” a come siete arrivati a definirvi nell’attuale formazione.

Il disco si colloca alla fine della strada che abbiamo percorso durante gli ultimi sei anni. Una via in salita, a momenti il vento ci soffiava contro, in altri ci sollevava e ci faceva scorgere l’orizzonte. È stato un percorso creativo fortemente condiviso e per questo complesso. Ci siamo confrontati, scontrati, allontanati e ritrovati. In alcuni momenti questo disco pareva schiantarci, però siamo partiti in cinque e siamo arrivati in sei e questo ci sembra un buon segno.

Sento molte eco diverse nel disco, dal rock contemporaneo anche locale (ad esempio i Kleinkief) al cantautorato di un tempo, più antico. Non azzardo comparazioni in questa sede ma penso che, forse, un residuo della nostra tradizione resti nell’orecchio di chi ascolta prima che in quello di chi compone. Volete dirci voi quali siano le vostre maggiori influenze – anche dal punto di vista non strettamente musicale – e perché scegliete questi artisti.

Gli artisti sui quali ci soffermiamo sono quelli che ci ci fanno dire “bellissimo, noi questo non saremmo neanche riusciti a pensarlo”. Crediamo che ci spingano più in là di dove siamo o di dove potremmo arrivare da soli. D’altra parte, già tremila anni fa si vociferava che non c’è nulla di nuovo e quel che lo sembra è tale solo perché non ricordiamo di averlo dimenticato. Questo ci umilia, in senso buono: ci protegge da sei ego un po’ rumorosi e ci aiuta a “restare uno”, magari per sempre. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)