Caregiver Whisper 32

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

24 marzo 2017

Giovanna, una ex collega di mia madre, con il carrello pieno di verdure, dice che da qualche mese ha il braccio mutolato e quindi non può fare sforzi come portare le buste della spesa. Mia madre si dispiace e, continuando a parlare, finisce per chiederle come sta il marito, che in realtà è morto qualche anno prima.
«Mi dispiace, non lo sapevo.»
«Come non lo sapevi? È successo tre anni fa.»
«Guarda, ti giuro che nessuno me l’ha detto.»
«Ma se sei venuta anche ai funerali. Possibile che non te lo ricordi?»
Così mia madre chiede scusa e finge di ricordare. Quando poi la signora Giovanna ci saluta, chiamandoci entrambi per nome, io e Lucia riprendiamo a camminare tra le bancarelle del mercato.
«Ma sai che non sapevo fosse morto suo marito?»
«A dire il vero non lo sapevo nemmeno io», rispondo cercando di tranquillizzarla.
«Ma spiegami un po’, com’è che ti ha chiamato?»
«In che senso?»
«Intendo con che nome ti ha chiamato?»
«E come mi doveva chiamare! Marco, no?»
«Ah, allora avevo capito bene.»
Ci fermiamo a una bancarella e ci mettiamo in coda.
«Ma a proposito, tu mi sai dire Marco che fine ha fatto?»
«Hai visto che qui hanno dell’uva? Che dici, ne prendiamo un po’?», chiedo cercando di distrarla.
«Prendiamola, ma non tanta.»
Poi si guarda intorno e stacca due acini, sorride, li mangia e riprende.
«Perché nessuno mi vuole dire che fine ha fatto Marco? Mi nascondete qualcosa?»
Io fingo di guardare le cassette di frutta e verdura esposta e cerco di cambiare argomento ma lei continua a fare domande su domande. Poi si gira, prende due pomodori ciliegino e inizia a mangiare anche quelli.
«Ma gli è successo qualcosa? … Per caso si è messo nei guai? … È morto e non avete il coraggio di dirmelo?»
Faccio le corna e capisco già che anche questa non sarà una mattinata facile.

Ci sono giorni in cui mia madre associa i pensieri errati che ha nella sua testa a una voce. Così, quello che pensa di ricordare o di sapere, diventa per lei un ricordo reale che, in base ai giorni, ha il volto di mio cugino, di mia zia o di una vicina di casa. Sono loro quelli che le hanno raccontato questa “nuova verità” e non c’è modo alcuno per farle capire che, in realtà, si tratta solo di ricordi inventati.

«Io comunque oramai lo so, me l’ha detto tua zia: Marco è morto.»
«Scusa, ma prima, quando ci ha salutato, hai sentito la tua collega come mi ha chiamato?»
«Come ti ha chiamato?»
«Marco.»
«E allora?»
«Se ti dico che Marco sono io, cosa mi rispondi?»
«Sì, lo so che ti chiami Marco. Tua zia mi ha detto che l’hai sostituito, ma Marco non si può sostituire.»
«Lucì, ma fammi capire, questa mattina hai forse un po’ di mal di testa?»
Lei mi guarda, stranita per questa domanda improvvisa, e poi risponde: «Un po’, ma perché? E come lo sai?»
«Perché quando hai mal di testa fai fatica a ricordare alcune cose.»
Glielo dico buttando lì la risposta, quasi distrattamente, guardandola in faccia solo alla fine, come a voler sottolineare la verità nell’affermazione in chiusura.

Questa è una delle frasi che, a volte, riesce a interrompere quel suo continuo loop. Riconosce di avere un fastidio – il mal di testa – e sa di non avermene parlato. Quindi la mia argomentazione per giustificare le sue dimenticanze diventa plausibile e si placa, pensando che quello che non torna nella sua mente può dipendere realmente dal mal di testa. Non dura molto, ma spesso basta per avere un po’ di tregua.

Poi continuo e le dico che non si deve preoccupare, che tanto non cambia nulla, anche se non mi riconosce.
Lei resta tranquilla ma, dopo qualche minuto, ribatte:
«Ma no, dai, non sei tu Marco.»
«E secondo te chi sono?»
«Di sicuro non Marco. Lui era più alto di te ed era anche più magro. E poi, scusami, ma era anche più bello di te.»
Io rido e le dico di smetterla con tutti questi complimenti perché va a finire che mi commuovo.
«E poi, ora che ci penso, lui era sempre pieno di ragazze. Tu, che fai? Stai tutto il giorno in casa. Ma fammi capire un po’, ma almeno a te piacciono le ragazze?»

© Marco Annicchiarico

 

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2 comments

  1. Questa è una delle frasi che, a volte, riesce a interrompere quel suo continuo loop. Riconosce di avere un fastidio – il mal di testa – e sa di non avermene parlato. Quindi la mia argomentazione per giustificare le sue dimenticanze diventa plausibile e si placa, pensando che quello che non torna nella sua mente può dipendere realmente dal mal di testa. Non dura molto, ma spesso basta per avere un po’ di tregua.

    Grazie per questo suggerimento, ci proverò anche io! Mi sembrano situazioni simili che vivo anche io.

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    1. Alla fine, con la demenza, è tutto un andare per tentativi, a volte va bene e a volte no. Altre volte ancora, come l’esempio sopra del mal di testa, funzionano per qualche mese ma poi cambia qualcosa e si ritorna al punto di partenza. Bisogna avere molta fantasia. In bocca al lupo :)

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