Giorno: 2 luglio 2018

‘Storie dal giardino’ di Francesca Ruth Brandes (rec. di Antonella Bontae)

Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino. Poesie, La Vita Felice, 2017, € 10,00

In questo denso libro le immagini del manufatto dell’artista veneziana Wanda Casaril rimandano ai filamenti dei versi di Francesca Brandes che avvolgono di fascino.
Sono arabeschi di un giardino immaginario eppure così materici − l’erba, il prato, i fiori, l’aiuola, le siepi, il sottobosco, la foglia, gli arbusti e i lacci −, dove la zolla di terra è opera di uno scavo interiore, fino a giungere ad un’anelata epifania di luce.
Un luogo che ispira la ricerca del bene, del buono, e in questa indagine il suo corpo si trasforma in un essere arboreo, ricordando i versi del 1923 del poeta Rainer Maria Rilke:

noi quando amiamo,
sale alle braccia immemorabile linfa.

La scrittrice è una persona che ama in modo totale, come i cani e ne possiede uno (p. 24), s’immerge in una nuova esperienza pensando al vigore e all’energia usata dai pesci per nuotare controcorrente, consapevole che per ottenere la gioia − il lemma ricorre nove volte nel libro − sia necessario sopravvivere al dolore.
La seconda sezione chiarisce di che si tratta: la poesia su Leyla Zana, la pasionaria del Kurdistan, una deputata turca che ha difeso i diritti del suo popolo, subendo anche l’incarcerazione, ci rimanda ad altre sorti.
Quella dei migranti di minore età, perché Brandes fa parte di “Medici senza frontiere” e trasmuta in voce poetica il suo sentire, riallacciandosi al loro e al nostro urlo trattenuto in gola.
Ghiaccia il cuore l’arrivo di Moussa, che è partito indossando cinque magliette, quattro maglioni, ossia portandosi la casa appresso (quando nel nostro paese i nostri figli s’imbottiscono di abiti al ritorno da una vacanza solo per superare il check in di un volo aereo economico).
Eppure è la luce al guidare il suo percorso, un tragitto alla ricerca di senso, giacché il cuore si riscalda subito, in un lampo, quando il quattordicenne Said Islam si mette a scrivere una lettera alla madre.
Anche i fiori gialli, omaggio degli abitanti di Lampedusa ai migranti annegati e a quelli vivi, appaiono nel loro colore abbagliante, tanto da riflettere le stelle del firmamento, sotto il quale vive l’intera umanità.
Così dalla sensazione di essere un albero capovolto con le radici all’aria, mentre continua il manifestarsi del ruotare universale, si passa al ricordo dell’amico pittore Elio Jodice, dove la cenere delle sigarette fumate rimanda alla cenere mortuaria. (altro…)

Fioriture capovolte, di Giovanna Rosadini

gio.ros.


Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, Einaudi 2018, € 11,00

“È autunno, tempo di fioriture capovolte”: un’immagine affascinante e misteriosa, che le è stata riportata una volta da un amico, così, casualmente. Rosadini l’ha conservata a lungo nella mente, fino a farla diventare il titolo di quest’opera in cui ovunque troviamo delicatezza e tensione, e ovunque forza, fermezza soprattutto. Come se una mano fosse protesa a toccarci.
L’autrice crede fermamente nelle affinità elettive, tanto che il libro è disseminato da una “fraternità in versi”; versi cioè di altri, di amici fraterni appunto, chiamati a testimoniare la necessità costante di uno scambio per il comune traguardo della poesia.
L’incontro, per lei, viene prima di tutto.
E si sente la compiutezza di quest’opera, se ne avverte la maturità, senz’altro, ma anche la profonda continuità col lavoro precedente dell’autrice.
Molto importanti sono la dedica del libro alla madre, alla sua forza, e la citazione di Amichai in apertura: «Vedi, abbiam vissuto più di una vita…». Da qui, dall’assunzione di un’idea vasta e preziosa, il riprodursi continuo della vita, inizia il tesoro della sua scrittura di oggi.
«Tenebre è una parola che risolve», scrive Rosadini; o ancora, con particolare forza in questo frammento riportato in copertina: «quando il fuoco avrà ingoiato tutto». È come se facesse di continuo una promessa nello scrivere, a se stessa e al mondo: la combustione del dolore avverrà. È un auspicio e un proposito, nella fiducia e con la convinzione che questo – davvero – è accaduto, accade, accadrà: «come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito», aggiunge a pagina 27.
I luoghi centrali, vissuti, del libro sono la Liguria, sua terra d’origine, Milano e soprattutto Venezia, riemersa dal fondo di un ricordo nostalgico e felice degli anni universitari.
Il mare di Levante è un mare vissuto “fuori stagione”, un paesaggio mentale, dove è il cielo a dominare: si tratta di «un cielo alla prova», un «campo azzurro» steso sull’ingombro della mente. L’inquietudine è proprietà dal vento, è sonno disertato dai sogni, è «anima slogata e sofferente».
Lo spazio bianco della seconda sezione invece è nebbia, metafora di una pagina nuova, dell’inizio di sempre. Ed è silenzio, che in queste poesie significa soprattutto attraversamento e necessario abbandono («fa’ di me ciò che vuoi», scrive l’autrice). Mentre tutto è in battaglia e s’incarna ancora una volta nel fuoco: («Mi hai attraversata/ come un fuoco che consuma»), occorre scivolare, non opporre resistenza. Occorre per rinascere, dopo un doloroso personale riepilogo di dieci anni da un terribile incidente, «al ritmo lento delle parole». Ecco allora, il dolore sembra essersi consumato, la casa ormai riconquistata. Il nero del resto già ha vinto sul bianco, ed è scrittura, quell’inizio di sempre al quale ogni volta siamo attesi e che “ci salva”, ci cura.
Le dimensioni della mente e di questa speciale dimora che è la scrittura sono indagate e approfondite nella terza sezione, Fioriture capovolte. Dopo Africa, una poesia dedicata alla sua famiglia, nell’arco di due sottosezioni, Infanzia e Adolescenza, il “racconto” di Giovanna Rosadini si fa particolarmente pacato, misurato, attento. Mentre la ferita continua a lavorare, l’animo è in ascolto, in equilibrio tra confessione e circospezione: in cerca degli «strumenti per poter/ affrontare/ il residuo immedicabile del mondo» eppure libero di «sollevarsi agli azzurrati cieli».
L’ultima sezione del libro, intitolata Un ritorno, è anche in questo caso un riepilogo di anni, ma mediante un salto che porta a Venezia, agli «anni belli dell’università» che ha avuto modo di vivere. Assistiamo a uno speciale viaggio a ritroso e allo stesso tempo a un continuum di vita che trattiene il lettore nella laguna come fuori dal tempo. Così a Venezia arriviamo anche noi «in cerca di un perché/ di un esilio salvifico/ un approdo». Fino a sentirci noi stessi dentro una splendida poesia, S. Giorgio e il drago, che conclude meravigliosamente così: «non più fuoco/ uscirà dalle fauci piegate in un ghigno/ di resa, e l’arma spezzata/ non avrà più nemici».

Cristiano Poletti