Mese: luglio 2018

PoEstate Silva #18: Giorgio Gaber, ‘Libero come un uomo’

Gaber Gaber – Libero come un uomo è il documentario realizzato da © Rai Teche in occasione della 69^ edizione del concorso internazionale “Prix Italia” grazie ad uno scrupoloso lavoro di ricerca negli archivi delle Teche. Il progetto, con la regia di Luca Rea, ripercorre nell’arco di 50 minuti il controverso rapporto di Giorgio Gaber con la televisione, attraverso le immagini delle sue apparizioni sui canali Rai divenute, nel tempo, sempre più episodiche, fino alla rottura avvenuta nel 1970 che sarebbe durata per i successivi 13 anni.

Il documentario si può vedere qui: https://goo.gl/cWh9ca

PoEstate Silva #17: Maria Allo, da “La terra che rimane”

 

Niente dura per la vita – mi dicesti – con rauca voce
ma con tutta la grazia della fede che sostiene.
Così da allora non ho bisogno di capire.
Non sai cosa vuol dire avere un dolore misurato
palpebre chiuse alla luce del mattino
a poco a poco abbandonata al tempo
per un lavoro che oggi ha solo spine.
Non sai cosa vuol dire sentirti straniera
sul ciglio di un cedro finché si radica il silenzio
con suoni distanti per la marea che sale
e tra le pietre ogni cosa accade.
Non sai che l’isola ha il sapore delle sorbe rosse
che mettono radici sulle ali del maestrale
e venano di crepe la fragranza della terra
senza bisogno di capire la distanza che divide
l’amore e la sua lingua antica
nei dettagli indecifrabili del mare.

 

La voce di Cassandra

Scopro dalla finestra incendiarsi il sole e l’orizzonte.
Ecco l’attimo per ritrovare sulle labbra le mie ali
brivido della vita intera vicina al sangue
—————————come approdo
senza sapere di chi sia la pelle e quella voce.
Ecco porta via le nubi questo vento nel riverbero dell’aria
intorno dove finisce il tempo e il destino
—————–tutto ridotto in schegge.
Anche la voce di Cassandra si è spezzata le manca il fiato
non c’è più nulla da insegnare e se ne sta in piedi alla finestra
Ecco, come il sole va e poi ritorna.

 

La terra che rimane

Una nuvola gialla incide le vertebre del cielo.
Con il susseguirsi delle ore si sgretola
senza redenzione sul dorso di un gabbiano.
Dobbiamo avere memoria sulla pelle
anche delle cose che non abbiamo avuto
come roccia che divampa e non si ferma
come acqua che nasce dal silenzio
per la parola del tempo senza una vera meta.
Soffia un vento insolito che ci assedia
da duna a duna con la sete e l’acqua
che ci sorprende al risplendere dell’alba.
Dobbiamo avere memoria sulla pelle
per vangare la terra che rimane.

 

Maria Allo, La terra che rimane, Controluna edizioni, 2018

PoEstate Silva #16: Lucrezia Lenzi, da ‘Di morte e altre incombenze’

 

Ripenso spesso
al tuo sguardo ancestrale
che riempiva di virgole le mie parole
e di silenzi la pineta
all’imbrunire
quando le caviglie coperte
lasciano spazio ai buchi neri dell’anima.

.

Sedevo lesta accanto ai tulipani sgualciti
sul tuo divano in organza tinta di blu
ed ero ladra gentile
delle tue macchinose attenzioni.
Ho sempre pensato al mio corpo come ad un tempio
e a te
come a uno sciamano
indagatore di uomini e d’anime
così ho generato una moltitudine di figli
poiché il più immortale dei sogni
è sempre la vita.

.

Non ho mai capito
le liturgie segrete
delle tue mani
sul mio corpo
incustodito.
Semplicemente
le ho accolte,
con gli occhi
chiusi,
come si fa con le cose
che non ci paiono
terrene
anche se
le sentiamo
nella carne.

.

Lucrezia Lenzi, Di morte e altre incombenze, AUGH! edizioni 2018

PoEstate Silva #15: Lorenzo Maestripieri. Inediti

.

Padre.

Vorrei tra tante cose
che hai saputo trovar tempo di insegnarmi
m’avessi dato il dono dello scherzo,
quel crogiolare scelto
nel ridicolo delle proprie anche:
così quando crescendo
ti vedevo
prendere in giro la tua vita tutta
baccagliare al vento ed agli amici
non avrei risposto con un moto
malcelato
d’orgoglio mal riposto,
e compreso pure avrei
che non c’è nulla
da combattere
niente da difendere;
soggiunto avrei le mie risa a quelle d’altri
ed oggi non starei mescendo
vino amaro
ogniqualvolta di giocare è tempo
e una mia mano s’amputa le dita.

.

La gelosia.

Sofisticata insonnia
rossa si rapprende alle sue calze
e nel fumigare d’aperta campagna
s’ apre una bocca come i fiori dell’ibisco.

Di lontano
coi baci bloccati di traverso
suona alle mie orecchie e scricchia
la vigna che raccoglie i grilli
e le sue anche;

Ritorno tra i bronchi e tra gli spini
falcidiando la camicia buona
come pota il giardiniere la gramigna:

ché non giova il fonte puro semenzale
per molcerla nell’urna delle braccia
se son fiume e lei guarda alla mia foce.

.

Sera Peschiciana.

Assiso su uno scampolo di scala
assisto al turbinar serale estivo
di chi qui vive o per un poco cala
a mollo nel refrigerar tardivo.

S’incalcano nei viottoli a ricerca
di svaghi profumati, vivi orpelli
e zaffiri molluschi; la noverca
per oggi d’affinare i suoi coltelli

s’accontenta. Io solo fuor dal metro
immobile m’accoccolo allo stucco
e ai loro bendicenti sguardi impetro:

ché ad essi della vita giova il succo,
ed io so sol guardarli savio e tetro
come invidiando i pesci dal trabucco.

 

La formica.

In doccia ho trovato una formica;
Innocua
Stava nel cornicione
Di mattonella e muro
E aperta la corrente
Sfruttò l’acquifero disegno
Disordine
Che io lasciavo.
Bolla dopo bolla
Tesa sulla superficie
Mi è giunta all’altezza del naso.

L’ho uccisa
Perché vedendo tanto genio
Ho temuto capisse chi ero io
Lontano dal divino
E per sancire ancora il mio disdegno
La mia paura
Che l’animale eletto sia poi un altro.

.

© Lorenzo Maestripieri

PoEstate Silva #14: Licia Maglietta in “Ballata-Omaggio a Wisława Szymborska”

Wislawa Szymborska è stata una delle più importanti e significative voci del Novecento in poesia; premio Nobel nel 1996, è scomparsa a febbraio 2012. Il suo forse più grande merito in questo secolo breve è stato quello d’esser capace di trafiggere su carta il quotidiano vivere sfocandolo in versi, rendendolo evocativo dunque e fermandolo nel tempo; nelle sue parole rivive la storia ma soprattutto la vita di tutti, che riacquista in versi un significato altro e universale allo stesso tempo. È un’autrice di tale calibro che Licia Maglietta porta in scena in questi anni, affiancata spesso dal pianoforte di Angela Annese in un reading elegante, un lavoro che intreccia voce, poesia e musica classica toccando con i suoi toni tutte le sfumature dell’autrice polacca. Afferma l’attrice napoletana: «È da tempo che ogni tanto torno a leggere Wisława Szymborska. Avevo raccolto parte del suo lavoro e lo avevo anche letto in pubblico. Ora torno a lei con un’ispirazione diversa, più chiara, e con un desiderio più profondo (“ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande/ diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita”). Ho scritto dunque un unico lungo respiro poetico, cantato all’orecchio di ogni spettatore. Le singole poesie legate insieme dalla mia memoria attraverso i suoi giochi verbali, assonanze e ritmi hanno trovato il loro nuovo spazio in questa Ballata, un lungo canto in prima persona come in prima persona è il canto di Fryderyk Chopin e Zbigniev Preisner al pianoforte, che alle parole fanno spesso da contrappunto.»

Su Wisława Szymborska, sul nostro blog:

https://poetarumsilva.com/2014/06/14/il-sorriso-di-wislawa-szymborska/

https://poetarumsilva.com/2016/03/13/wislawa-szymborska-lacrobata-akrobata/

https://poetarumsilva.com/2010/03/03/utopia-wislawa-szymborska/

PoEstate Silva #13: editi e inediti di Valentina Calcò

Come un augure guardi la catastrofe,
sai che non dista abbastanza la fine.
Ma quella ferita che chiama altra
ferita, amore, io non so se sana.
Non è una duplice ancora porto
a un soffrire che inchioda, ma fonda.
Salva soltanto la voce che chiama,
lo sguardo che da luce riflette altra
luce, la stretta con cui poter andare
per mano fino ai confini del mondo.

Per me non c’è altro voto, altro nodo:
che essere in due non sia mai meno di uno.

(edito in Essere amorevoli di Lietocolle, 2018)

*

.

A un passo falso mi aggrappo a chiederti
di questa corda che non metto a fuoco;
il tuo corpo invece non teme e avanza:
quasi suicida, sa come morire
prima del colpo. Avanzi per vivere,
tu, acrobata che sai di poter disporre
soltanto di una fune così esile.

Io a guardarti imparo che amarsi è questo
sapersi non protendere in un sempre
differito differente desiderio,
ma il solo atto di calarsi nella parte
o in una danza: è il punto di maglia
che viaggia da una banda a un altro groppo
e che nel gesto sa allungarne il passo.

* (altro…)

PoEstate Silva #12: Max De Aloe, “Sandro Penna secondo me”

SANDRO PENNA
SECONDO ME

Musica, follie, racconti e bugie
intorno a uno dei più grandi poeti
del Novecento di e con Max De Aloe

Max De Aloe
voce narrante/armonica cromatica
e fisarmonica

Personaggio istrionico e carismatico, Max De Aloe ha saputo ritagliarsi un ruolo a sé stante all’interno della scena jazz contemporanea italiana grazie a progetti musicali sempre coinvolgenti in una commistione di arti e generi.
In Sandro Penna secondo me ci dà una sua visione fascinosa e umana del grande poeta umbro dove racconti, musica e poesia si miscelano fino a creare uno vero e proprio spettacolo nel quale fanno la loro comparsa, tra i tanti, Elsa Morante, Pierpaolo Pasolini, Umberto Saba e Eugenio Montale.
Max De Aloe è inoltre è considerato dalla stampa specializzata tra i più significativi armonicisti jazz in Europa con circa cinquanta CD al suo attivo, di cui 13 come leader, e prestigiose collaborazione con musicisti internazionali del calibro di Kurt Rosenwinkel, Adam Nussbaum, Paul Wertico, Bill Carrothers, John Helliwell dei Supertramp, Eliot Zigmund, Paolo Fresu, Michel Godard, Jesper Bodilsen, NIklas Winter, Mike Melillo, Don Friedman, Garrison Fewell, Dudu Manhenga, Franco Cerri, Renato Sellani, Gianni Coscia, Gianni Basso, Dado Moroni e molti altri.
Si è esibito in festival e prestigiose rassegne in diversi Paesi tra cui Germania, Francia, Danimarca, Sud Africa, Zimbabwe, Mozambico, Madagascar, Brasile, Cina ecc. In ambito televisivo è stato ospite nel 2014 nel live show del sabato sera di Rai Uno al fianco di Massimo Ranieri e nello stesso anno è stato l’alter ego musicale di Federico Buffa nelle dieci puntate di Federico Buffa racconta storie mondiali per Sky Sport e Sky Arte. Max De Aloe ha anche realizzato diversi spettacoli in solo come “Un controcanto in tasca” da cui è nato il documentario omonimo per la regia di Francesco Vincenzi ma anche colonne sonore per il teatro e documentari, oltre a collaborazioni con poeti, scrittori e registi. Tra i tanti da annoverare Lella Costa, Marco Baliani, Oliviero Beha, Paolo Nori, Giuseppe Conte, ecc. In ambito pop ha collaborato con Mauro Pagani e Massimo Ranieri. Ha vinto negli ultimi tre anni il “Jazz It Awards” indetto dalla rivista Jazzit come migliore musicista italiano del 2014, 2015 e 2016 nella categoria riservata agli strumenti vari (viola, violoncello, armonica, banjo, arpa, mandolino. ecc.). È vincitore del premio “Orpheus Awards 2015” con il CD Borderline per la sezione jazz.

PoEstate Silva #11: Annalisa Ciampalini, da “Le distrazioni del viaggio”

 

Amo le ragazze che studiano nell’oscurità
e smaniano per una soluzione,
per il numero giusto che riempie la pagina.
Amo le loro case che le guardano
e le coperte di lana variopinta.
Ripassano l’esperimento mentale
con la testa sprofondata nel cuscino.
Hanno lineamenti che seguono il pensiero
la bellezza indeterminata dell’universo.

 

Tornerà l’aritmia dell’inconcepibile
e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere.
Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
Continueremo a non vedere lo spazio
che s’incurva a non credere la conchiglia
possa raccogliere il mare. Conteremo
soltanto le ore di luce, nel buio
grandi archi uniscono le case. (altro…)

PoEstate Silva #10: Stefano Salvi da ‘Una luce propria (1996-2017)’

 

Eppure chi vede, altro non vede
che questo: certe visitazioni. E favoriscono
nella remissione atmosferica.
Tempo di luce forte, ad aria
chiara, ripetendo le pose del fuoco ed il solo
punto di voce – gli agi di commozione
vengono a due a due:
i segni del raccolto sono di epoca
di un approdare visibile, come
il raggio del risveglio, scomparso
dalle abitazioni,
soccorreva la cognizione degli astri
scanditi attorno all’avvento.

 

E in queste vene dure quello che toglie
all’erroneo è il cavo nelle foglie – solo così guardi
con cura: dopo spinta
un’acqua accesa a sciamare, nelle ore di notte.
Non esiste la neve, ovunque,
e non si possono
scoprire lumi neanche su un sonno.
L’equilibrio in una traversata diurna
è più forte, perché si mostra
quanto mette eco.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Proprio il molto numero delle soglie dice
l’elevazione cercata.
Il segno per le materie eruttive
scompare, come sempre fa ogni rovo: aperto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E non può trovarsi nelle mani
niente altro che ciò che fai in parti. (altro…)

PoEstate Silva #9: Demetrio Marra, inediti

Con pubblicità (o Don, my boy)

Fallo entrare
dagli da bere nel vetro
fagli capire col pomo d’Adamo quando deve
andare via.
Nel frattempo,
le pareti sono di plastica
tutti devono saperlo:
non c’è religione e
bisogna dare decisioni che sembrino affrettate
tutto è imminente.
E invece si straparla di rivoluzione alla tv,
è accesa, fanno calcoli di balistica.
Lo so che finirà tutto con delle pratiche di divorzio,
perché sulla strada
l’America è un paesaggio
la città è ovunque europea.

 

L’aquila reale della Olivetti

In Aspromonte le coppie di rapaci
procreano
nidificano sulle rocce.
……………….(L’interruzione di Ottavio
su l’avifauna
……………….Ottavio
è cenere. Sul becco non c’è
l’impero del creatore).
Ho conosciuto il nome
dell’Arciprete: Antonio Ottavio.
[…]
Non si pronuncia
il nome di Zio, invano
…………………………..O del figlio?
Chi (Ottavio…) nidifica sul cemento della cassa,
sul ciglio del camposanto?
…………………………………..Un’aquila. (altro…)

PoEstate Silva #8: Irene Pellegrini, da ‘Albe crepuscolari’

Autunno

Che Autunno sarà questo
davvero non so.
Ogni giorno di più
mi inabisso come sole morente.

Trasportata dal caos
di settimane e foglie secche
brillo d’oro macchiato,
di vendette sanguigne.

Presto sarà buio piovoso
fuori, nel mondo:
dentro me piove da mesi
di una notte senza stelle.

 

Cose di casa

C’è uno spazio,
nella mia mente,
vuoto come il posto a tavola
dove non ti siedi più.
Chiunque lo occupi, da quel giorno,
assomiglia sempre un po’ a te.

E quando ho tolto il piumone dal letto
– perché ormai è Estate, sai –
l’ho abbracciato stretto
fino a soffocare,
sussurrandogli l’addio
che avresti dovuto darmi tu.

L’accappatoio, poi,
ho dovuto gettarlo via;
l’immagine di te avvolto nel viola però
l’ho conservata.
Continuerò ad asciugarmici:
quella è fatta con spugna più resistente.

Cose di casa, queste, che
vorrei davvero poter chiudere
nello sgabuzzino,
oppure poggiare fuori dalla porta
insieme alla spazzatura.
Se solo ne fossi capace. (altro…)

PoEstate Silva #7: Luca T. Barbirati, da ‘Carlo Michelstaedter. Un angelo debole’

 

Sulle orme di Tolstoj

Il 17 febbraio 1910 Tolstoj ricevette una lettera da uno studente che lo ammoniva di predicare il Vangelo pur mantenendo la sua condizione di privilegiato. Non era stato sufficiente confessare il suo patologico orgoglio di insegnare ciò che lui stesso ignorava1. Il fantasma di essere un mentitore, un falso sacerdote, continuava a perseguitarlo, ora più che mai visto che si era convertito a un culto più importante di quello della letteratura: Tolstoj voleva insegnare agli uomini a vivere il bene. A quel ragazzo rispose che abbandonare il suo essere un ricco bàrin era il suo più grande desiderio. Ma la differenza tra la persuasione e la rettorica non consiste nella sola sincerità che può raggiungere una mente abituata a pensare. La persuasione è smascherare la sincerità dallo stesso pensiero.
Nel 1910 Tolstoj aveva 82 anni, Michelstaedter appena 23, ma entrambi cercavano la stessa cosa: la verità. In loro riviveva la stessa ansia di ricerca, la stessa passione e la stessa identica brama di sapere, che si compiva attraverso una sottrazione anziché con un accumulo. Per questa via negativa s’incontrarono lungo i sentieri che da millenni i pochi simili errano incessantemente, e per i quali non v’è altro accesso che pensare contro se stessi finché il fuoco sacro non illumini la via. Tolstoj e Michelstaedter cercavano la stessa cosa, e non perché lo studente avesse letto Resurrezione2, ma perché il maestro abbandonò la propria famiglia pochi giorni prima di morire. È Tolstoj a suggellare la via di Michelstaedter, e non l’opposto. È il maestro che si fa nuovamente allievo a distruggere definitivamente ogni certezza nella trasmissione del sapere. Non c’è niente da imparare, niente da insegnare. Soltanto un compito infinito.
Il 28 ottobre, alle 4 del mattino, Tolstoj fuggì il più lontano possibile, prese un treno diretto prima a sud, poi in Bulgaria. Abbandonò la casa e la moglie, e con i calzari e una sola veste continuò la sua ricerca della verità. Le ultime parole prima di cadere in stato di incoscienza furono: «La verità… Io amo tanto… come loro».
Sul “Marzocco” del 7 maggio 1911, Pascoli immaginò la voce che richiamò Tolstoj morente:

«e Dio gli disse: “io già non venni a pace
Mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia! (…)”»3

Michelstaedter fece lo stesso, e lasciò detto per qualche postero le parole che seguono. (altro…)