Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi

 

Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire.
A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo “ La vocazione teatrale”, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi, che raccoglie poesie in lingua e in dialetto,  il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne/ ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne/ che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte/ e u statte bbone mò/ jè pe sempe/ e lu sacce.»
Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati.
La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/quarantotto stagioni.».
Colpisce la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, “il bene” e l’interrogazione sull’altrove,  dove “A uno a uno se ne vanno” tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù.».
Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

© Anna Maria Curci

 

Spustate*

Vengè, che si’ spustate?
Scì, nun sule spustate
ma pure spatriate
e sbalijate,
u core ziche ziche sgracenate
addulurate
murtefecate.
E scasate

SPOSTATO – Vincenzo sei spostato?/ Sì non solo spostato/ ma pure spatriato/ e sbalestrato,/ il cuore ridotto a pezzettini/ addolorato/ mortificato.// E traslocato.

* nel doppio senso di senza luogo e senza cervello.

 

Che fine ha fatto la classe operaia?

Che fine ha fatto la classe operaia?
Passavano immagini
“in presa diretta”: Mirafiori,
senza operai,
deserta.

Arresi gli operai, gli occhi gonfi
disperati. Ciondolano
a casa e nei giardinetti.
Senza lavoro, senza dignità,
attendono il pacco
di beneficenza
o il sacchetto di pane
avanzato alla mensa
dei nipoti.

E pare ieri, in corteo: “La classe
operaia deve dirigere
tutto!” urlavamo. E le bandiere rosse
tese al futuro radioso
della futura umanità.

Che fine ha fatto la classe operaia!

Dall’Economist: “la quota di reddito destinata ai lavoratori calerà via via, causa
globalizzazione e automazione, mentre il capitale si arricchirà a spese del
lavoro”.

Come se già non fosse un muro

Come se già non fosse un muro
non salutarli
non sorridergli
non guardarli negli occhi
cambiare marciapiede per scansarli
girare gli occhi da un’altra parte
nel tram. Altro che muro.
Un muro di ferro
gelato.

Così deplorando il muro ungherese
dimentichiamo il nostro
di sanguinosa indifferenza.

Tanto noi siamo buoni
e umani,
siamo italiani,
con l’elemosina ci perdoniamo
ai bambini lontani
lontani un muro.

 

Vivere sbagliando

Io voglio vivere sbagliando.
Ma, per favore, sempre
errori nuovi.

Inediti.

 

Sope u traine de papanonne Vengenze

Sope u traine de ’nonne Vengenze
ce steva mamme, pàteme e Enze
Nardine, Andreje e Catia cuntente
e tanta jente che ’n tenghe ammente

E papanonne cuntente e burlere
cantave sdrùccele e trallallallere
u sole asceve e u mare lundane
ce zennijave da ’bbasce ’o Chiane

E papanonne lucche a Ceccille
che mo ce ammache e scegne a mille
e i criature lucche luccanne
fujène fujène da tutte i vanne.

E u sole jè càvede, càvede càvede
ma nun importe ncape u lenzole,
pare na vele; nu vendezzole
e u mare abbasce già ce ntravede.

Mo papanonne ferme a Ceccille
e nuje scignime dallu traine
e i criature fanne ammuine
ntu mare nostre belle e tranquille.

SUL TRAINO DI NONNO VINCENZO – Sopra il traino di nonno Vincenzo/ c’era mamma, papà e Enzo/ Leonardo e Andrea e Catia contenti/ e tanta gente che non ho in mente.// Nonno Vincenzo contento e burlone/ cantava sdruccioli e trallallallero/ il sole usciva e il mare lontano/ faceva l’occhietto da giù, nel Piano.// Mio nonno sgrida il somaro Ciccillo/ ch’ora si affretta e scende a mille/ e i bambini strilli strillando/ scappano scappano da ogni parte.// E il sole è caldo, sempre più caldo / ma non importa siam sotto un lenzuolo,/ pare una vela; un venticello/ e il mare in basso già s’intravede.// Il nonno arresta il somaro Ciccillo/ e noi scendiamo dal suo traino/ e i bambini fanno moine/ nel nostro mare bello e tranquillo.

 

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