Giorno: 18 giugno 2018

Salvatore Ritrovato, La casa dei venti (rec. di Gianni Iasimone)

La casa dei venti di Salvatore Ritrovato

Il titolo del nuovo lavoro, in forma di elegante plaquette, La casa dei venti (Il Vicolo, 2018) di Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967 ma da decenni urbinate di adozione, che ha al suo attivo molte pubblicazioni in poesia – solo per ricordare le ultime: L’angolo ospitale, (La Vita Felice, 2013), Questa strana pace (Esta extraña paz), Progetto cultura, 2016, Cercando l’isola, (Fiorina, 2017) –, a differenza di tutti i lavori precedenti, più vicini a uno stile fortiniano del primo periodo, straniato e solitario in una incessante ricerca di un “angolo ospitale” dove si possa trovate una improbabile quiete, sembra rimandare a un’immagine di sospensione, a una condizione di dolorosa “esposizione”: ai venti, alle ambasce ma anche alle sorprese, alle meraviglie che permeano un’esistenza del nostro tempo malconcio, sempre più esposta a imput mediatici e superficiali, che sovente vincono facile sui richiami più profondi e millenari, più significativi, necessari.
In tale non scontata prospettiva, in questa piccola raccolta “in verticale” l’esperienza poetica di Ritrovato apre nuove finestre di senso, con riferimenti – pur velati da un colto pudore – alla tradizione del nostro migliore Novecento, un nome per tutti: Volponi e il suo umanesimo letterario e non solo, ad esempio, ma occasione e quadro insolito (precario?) di un detto collettivo non gridato, sempre amaramente sensibile e strutturalmente retorico, lirico, ancorché anti realistico, anti simbolico. Squisitamente moderno e coinvolgente. E se la lettura inizia con una dichiarazione programmatica anti io, dove l’autore scopre subito le sue carte e si apre, squaderna l’io lirico come nevrotico e problematico, come «sentimento mortale di queste pagine», come «padrone in lungo e in largo del suo deserto / di ogni piega o vena di verità che lo ha piagato», come un vecchio (saggio?)e nuovo pater all’interno e fuori delle dinamiche epifenomeniche dell’esperienza, man mano che scorrono agili le pagine della plaquette viene chiara e forte un’immagine più completa di questo autore che qui trova uno dei momenti più ispirati e creativi introdotti dall’esatta, geometrica poesia Bagatelle di viaggio, risolta in otto quartine in cui le assonanze e le rime non penalizzano la resa della sostanza drammatica, esistenziale: «Un uomo in treno, disperato» che «non può urlare», e «un giorno nessuno più lo chiama / ma gli chiede dove sei stai bene? […]».
Ma è più avanti che il nostro “commesso viaggiatore” dell’anima «[…] come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine» (Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, in esergo alla sezione Vuoto a perdere, e altro da me) trova il massimo delle possibilità espressive nelle stanze di volta in volta abitate per viaggi di piacere o di lavoro, sempre vissute come il proprio nido, nonostante la consapevolezza della propria “erranza”, la certezza della inevitabile ri-partenza: «[…] Grande la colpa di chi è nato. / In ogni stanza il silenzio stringe le ombre / a scomparse stagioni, ad antenati senza nome […]», così inconsolato e fraterno “scrive ancora” Salvatore Ritrovato nella bellissima Lasciando Grodek. (altro…)

Daniele Piccini, Regni (rec. di I. Grasso)

Daniele Piccini, Regni
Manni, 2017

recensione di Ilaria Grasso

 

La grande sfida che Daniele Piccini affronta nelle sue poesie è quella di provare a dare corpo alle “assenze” e di farlo con l’unico strumento di cui un poeta può disporre: la parola. Nella nota introduttiva a Regni, Antonio Prete afferma che è una raccolta poetica perché “fa della parola il campo dove l’assente prende figura e ritmo, dove il visibile mostra il suo confine, l’enigma”. Sono molto d’accordo con questa affermazione in ragione del fatto che di fronte a ogni testo di Piccini occorre mettersi in ascolto in maniera profonda al fine di apprendere qualcosa in più del mondo visibile. Mi riferisco a quell’altrove intangibile che molti di noi avvertono perché consapevoli di avere una dimensione spirituale.
I cieli, le stelle, le notti che il poeta rappresenta sono un continuo interrogarsi sull’origine della vita, sulla sua natura e ancor di più su cosa rimane dopo che qualcuno o qualcosa non c’è più. Piccini osserva il mondo e lo racconta con la grande consapevolezza che anche la migliore teoria fisica o chimica non può fornire risposte risolutive. Ci si può invece affidare alla filosofia e alla religione alle quali la produzione poetica di Piccini sembra invitarci a demandare. Se la poesia riesce a riprodurre, evocare, esprimere emozioni e sentimenti è proprio perché queste eludono le categorie dello “spazio” e del “tempo” che sono alla base dell’osservazione della fisica e della chimica. La natura, nei suoi versi, riesce ad essere metafisica perché, sotto il suo sguardo da poeta, può andare oltre. Piccini ci porta lì dove le cose stanno per donarsi al mondo, senza svelarcele, ma lasciando al lettore la possibilità di nominarle, anzi proprio auspicandolo. Lo fa con grande tatto e grande umiltà, non si pone su un piedistallo, né si dota penna rossa o di bacchetta. Il suo ego sparisce. Tutti assieme aspettiamo con lui tremando per l’epifania che viene.

Il mistero del cosmo senza fine
è negli occhi del gatto che fu vivo,
dilavato dal tempo e già fiorito
una stagione sola: ora ci guarda
da immagini precise e illuminate,
come se fosse ancora accarezzabile,
mentre il tempo si fa come cometa
indicandoci il punto della sosta.
“Dorme” dice la bambina “lei dorme,
ma quando si sveglierà avrà fame”
e io non voglio più spiegarle nulla,
né consolarla: veramente dorme,
dorme soltanto e aspetta

Ma dicevamo della parola. (altro…)