Sandro Abruzzese, CasaperCasa (un estratto)

Periferia

Un giorno come un altro, con ancora la storia di Tenora nella testa e una strana sensazione d’impotenza, ho preso l’auto e infilato la pianura verso nord, determinato a passare del tempo completamente solo. E già questa iniziativa, avrei dovuto intenderlo, non poteva che produrre risultati singolari. Non c’è che dire. Tuttavia avvertivo l’esigenza insopprimibile di uscire e prendere una strada qualsiasi verso l’esterno. In effetti, è stato come liberarsi da una morsa. Sì, perché le mura recidono le arterie, proteggono e a un tempo escludono. Fuori dalla cinta, la città risulta priva di radici. Si dirama, cresce, ma già non è più la stessa. Non c’è legame né continuità.
Oltrepasso le mura, dicevo, e prima della campagna luminosa e leggera non resta che imbattersi nella periferia. La periferia cittadina è fatta così: è un’esile raggiera che vive a ridosso di un’idea e se ne sta al suo posto, senza competere. Sa bene che l’idea non è sua, e ne rispetta i diritti. Quindi si rassegna agli attraversamenti. E rimane attigua e staccata, contemporanea- mente. Per cui verso Casaglia, Porotto, Ponte, per esempio, lo so che è banale ma c’è proprio un’aria di fumo e fuliggine che odora di legno impiallacciato e colla vinilica, di mobilifici, di segherie e prodotti seriali, di residence per famiglie e ferramenta. L’aria lascia in bocca, sulle mani, un impasto di silicone e resina. La periferia, insomma, sa di riproducibilità.
Santa Maria, per esempio, è reclinata ai bordi della via principale. L’attraverso in direzione Rovigo, in un primo pomeriggio caldo, scoprendola assopita, poco trafficata. Sui lati della strada camminano qua e là degli uomini neri. Camminano spaesati, si aggirano tra le auto, scrutano e frugano nei cassonetti gialli della Caritas, quelli per la raccolta degli indumenti. Tra qualche incolonnamento, una lunga serie di semafori, oltrepasso binari ferroviari, viadotti, l’autostrada e il fiume. Sicché, all’improvviso, quando mi ero abituato a quella confusione, ecco che la periferia, in un lampo, discreta scompare. Dopo Ponte, Santa Maria, Occhiobello, attraversato il Grande Fiume, ecco che il mondo intero si dirada. Rimane solo la campagna, sguarnita e silenziosa. La campagna sottomessa, vangata e dissodata dalle sue macchine, seminata da ampie coltivazioni e resa opulenta da nitrati, azoto, concimi minerali e organici. Oggi, mentre l’attraverso, la pianura è accarezzata da un vento orientale debole, che sparge lontano la sua polvere, la trasporta in piccole nuvole senza meta.
L’ampiezza del Polesine per esempio, quella sì che la trovo liberatoria. Ormai ho imparato. Conosco le strade, i bar, i percorsi. Dopo Stienta, Canda, supero il Canal Bianco e prendo la Transpolesana. Ecco che d’incanto sto solcando l’America interna degli sterminati belt, o quella più recondita e non meno affascinante, fatta di pompe di benzina fallite, di ristoranti malandati che ti accolgono col cartello CAMBIO GESTIONE. Per dirne una, sulla Transpolesana, sotto un cavalcavia, leggo la scritta a pennellate bianca FINI TRADITORE. Più avanti, addosso a un muro, campeggia quel solito disegno della foglia di marijuana con un’altra scritta in spray verde: PADANIA LIBERA, lo annoto. Una volta uscito dalla Transpolesana, all’altezza di San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona, decido di percorrere la Statale regionale 11. D’un tratto riconosco il volto dello Sviluppo. Mi ritrovo in mezzo a tutte le auto, ma tante auto, che sono proprio quelle che non c’erano sulla Transpolesana e che il nostro assessore sogna di portare in città. Ora sta di fatto che sotto una pensilina, ad attendere l’autobus, scopro una famiglia di indiani o pachistani e allo stesso tempo di fronte, sul lato di un rudere, campeggia la scritta INDIPENDENSA. Invece sulla facciata principale dello stesso rudere qualcuno ha cancellato VIA DA ROMA e sovrascritto MAFIA MERDA. Nei pressi del casolare diroccato seguo la superstrada che incrocia la strada regionale. Ha come sfondo le Alpi.
In lontananza vedo il Carega, la grande sedia, il trono regale che domina sulla Lessinia. Sul bordo della strada, dopo una rotonda, vengo attirato dai manifesti rossi del Circo Orfei. Due uomini distribuiscono volantini. A pochi metri, quattro carabinieri attirano la mia attenzione. Prima di chiedermi cosa ci facciano a fianco agli operai del circo, ancora qualche passo e scorgo sette, otto persone davanti a un banchetto. Dai cartelli che espongono capisco che si tratta di animalisti in protesta contro la presenza e l’esistenza stessa del circo in questione. Il tutto accade qui, sulla via Padana superiore, immerso tra aziende e capannoni, di fronte alla Grande mela, uno dei centri commerciali più grandi d’Europa. Di sicuro il centro commerciale, a partire dal parcheggio, è stracolmo di gente. Intanto, mentre ancora spensierato organizzo la mente sul da farsi, alla radio passa la notizia della morte di Pietro Ingrao. Non sapendo dove cercare una strada secondaria per evitare la lunga coda d’auto in mezzo alla zona industriale, sembra quasi che la morte di Ingrao c’entri qualcosa, insomma che abbia a che fare, in qualche modo, con tutto il resto. Tramortito, fermo l’auto sul ciglio di un prato. È morto Ingrao, d’accordo. Qualche istante e squilla il telefono. Su Twitter, il cinguettìo, nonché l’icona dell’uccellino, finisce per notificarmi che a Bassolino dispiace molto, scrive che gli vuole bene a Ingrao; e pure Veltroni lo saluta, scrive «Ciao Pietro» mentre un tal giornalista digita «R.i.p.», acronimo che sta per «riposa in pace».
Dunque, tutte le strade di ritorno, compresi i belt, i ristoranti, le pompe di benzina, la campagna, la periferia, la centrale elettrica, mi sembrano avvolte da un’aria di cenere e polvere, un’aria inquinata di indistinta melanconia. Sempre di ritorno, poco prima del ponte di Santa Maria, avverto sulle labbra come un sapore acre, acuito dalla scritta W BOSSI su un muro, annotata verso Badìa Polesine. A quel punto il bisogno impellente di ripassare a memoria i primi dodici articoli della Costituzione finisce con l’aggravare il mio stato d’animo. Pensando di fare meglio, prendo a canticchiare Bella ciao. Decisione che, richiamando progetti collettivi, visioni comunitarie, chiaramente pregiudica il resto del viaggio e della giornata. Ecco che rientro in città, saturo di spazi sconfinati e solitudini che incrociano lente congestioni, grovigli di progresso luttuoso frammisti a puerili tentativi di conservazione.
Non mi rimane che piangerne sconsolato. Sulle guance scendono poche lacrime amare. Avevo scordato quel sapore salato e familiare a cui si è stati avvezzi durante l’infanzia. La psicologa, tra l’altro, insiste sulla funzione mitigatrice del pianto. Lo ripete spesso. «Non bisogna trattenersi», dice lei, «è un lenitivo naturale». Sarà, ma ora sono solo qui nel parcheggio. Abbastanza balzano, credo. E le lacrime, tutte quello che ho, continuano a cadere imperterrite, senza ragione. Oppure piango per tutte le ragioni del mondo: per quelle di Michela e Athos, per quelle di Gisella, per Ingrao. Piango per me e un po’ anche per questo Paese bambino, per la sua grazia incosciente e la furba accondiscendenza su cui è costruito. E per la pianura, la periferia, l’intera città. A voler essere sinceri, non lo so nemmeno io perché piango, forse la verità è che non so stare solo, ecco. E che sono un po’ melodrammatico a volte. E anche bislacco. Su questo non deve esserci dubbio né tanto altro da dire.

da: Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2018, pp. 111-114

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Sandro Abruzzese  è nato in Irpinia e vive a Ferrara, dove insegna materie letterarie in un Istituto d’Istruzione Superiore. Per i tipi di Manifestolibri ha pubblicato Mezzogiorno padano (2015). Sul suo blog, raccontiviandanti, si occupa di viaggio e sradicamento. Molti suoi contributi sono apparsi anche recentemente su Poetarum Silva. 

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