Iuri Lombardi, Il sarto di San Valentino (rec. di C. Tosetti)

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Una delle possibili chiavi interpretative dell’ultima fatica di Iuri Lombardi (Il sarto di San Valentino, Edizioni Ensemble, 2018), chiave necessaria per superare l’approccio volto alla semplice lettura, che – già di per sé – potrebbe contentare il lettore data l’indubbia qualità poetica della silloge in esame, è custodita dal breve saggio il quale, come consuetudine dell’autore, chiude il libro.
Nella prosa d’analisi, infatti, Lombardi suddivide la storia in tre ere: paleo-industriale, industriale e post-industriale, laddove il termine industriale nulla ha a che vedere con lo stantuffare degli opifici, ma con l’industria dei poeti; la genesi di un nuovo stile contrassegnato dall’io, stile nato dalle ceneri del latino e contrapposto all’età paleo-industriale o classica. Il palesarsi dell’io moderno fece sì che la poesia assurse a unico genere magistris possibile, de-mistificando il reale e ricercando il tangibile.
Ed è sempre l’io il discrimine, la soglia che ci conduce verso l’era post-industriale: la caduta dell’io, rimpiazzato dal plurale noi (o voi), trascina con sé il concetto di storia in quanto non più de-mistificata. È il romanzo, la narrativa, a sedere sul trono.
Tuttavia, la poesia, per il tramite della peculiarità di incarnare fotografie di momenti, può tutt’ora operare la demistificazione della storia e del tempo.
Considerati questi aspetti (e la perfetta collocazione del romanzo nel mondo della comunicazione di massa), l’autore descrivere la poesia dei nostri giorni, nei limitatissimi confini della sua diffusione, vivente «[…] in un’area tutta sua, in una isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare», e conclude che «[…]  quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa.»
La raccolta ci accoglie proprio con una serie di istantanee, nella sezione d’apertura (Il corpo dell’apostata). La sequenza di immagini, presumibilmente legate all’infanzia, in contrasto (o in celato accordo) col titolo della sezione, vede proprio nelle festività religiose alcuni dei vocaboli che disegnano l’ambiente, la scenografia di ciò che fu, trascinata a galleggiare dal ricordo.
Santa Lucia, l’Avvento, Ognissanti, il Natale, il solstizio, il fuoco, le vampe, il fiume, la guazza, la gazza, l’unto, i balconi.
Questi sono fra i vocaboli che hanno suscitato in me la curiosità di conoscere l’ambiente da cui proviene Lombardi; ebbene, è fiorentino.
Ho trovato, allora, fondata la mia sensazione; non semplicemente per via dell’iconico Arno (che tuttavia, forse chiarisce dei versi, come a pag. 10: La città parve dilatarsi sul greto,/ il fiume all’orizzonte d’un tratto sfumò) ma per l’atmosfera tutta che imbibisce le poesie.
Vi è un aspetto familiare dei versi, cioè intimo, che incoccia il limite spaziale delle ringhiere e narra, irradiando un “calore di radici” (intese come “origini”) dell’Avvento, nell’attesa dubbiosa del bimbo, di festoni e dell’albero agghindato per le feste.
Quando lo sguardo dell’autore oltrepassa i confini del nido, il reiterare le immagini sopra citate rivela altra familiarità, consonanza, tradizione, tanto è impregnante l’ambiente che ci vede crescere. Non si cita il fiume, la guazza di rugiada, se non perché questi enti sono scenario del vissuto, così come la Neva viene inevitabilmente incrociata ed evocata innumerevoli volte, durante i giorni tormentati di Raskolnikov, in Delitto e Castigo e, fuori dal libro, il fiume di San Pietroburgo è richiamato dal solo pensiero rivolto al protagonista.
Si sia d’accordo, o meno, col pensiero dell’autore/saggista, le sue poesie hanno un sapore che rimanda a degli intimi racconti, alla premessa della narrazione, benché ci si trovi di fronte a poesia dalle nobili venature.
La poesia di apertura (Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte, pag. 9, sezione Il corpo dell’apostata) ne è d’esempio, anche per via dell’elegante uso della misura:

Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte,
te ne sei andato, figura persa
nel pomeriggio già bruno sul presto,
vagabondo nella spirale amena
nello zampillo, nello sgombro dell’ombra,
di palazzi nuovi di cemento.
Non ti lasciare ti prego nel niente;
la città qui si ricompone negli sozzi
riverberi di luce o tra pozze
in un autentico mattino cui scorgi
negli occhi del compagno bianco di buio.
Perdoni la mia cecità? L’irruenza
Svanita a ciuffi tra i capelli? L’amore
Che fu è ancora amore: un fitto epistolario.

A pagina 17, Ascesa al piano ci consegna il pieno sapore – melanconico – del ricordo:

Salirai al piano e fuori il mondo stagna,
assente in te ogni latitudine,
ignori dove il vento fa il nido –

nei condomini la vita è protesa
verso i balconi affacciati sul nulla,
l’ora più dolce è il sabato mattina.

Quanti anni avevi allora? − il tanfo che sale,
l’odore delle cene e dei bivacchi,

la TV sempre accesa, la radio che sputa
fisime mai raccontate, guaiti

di vecchi cani imbalsamati nel pio
sonno degli infissi sbadiglianti cigolii;
là rimane molle il giardino incolto:
e alle mareggiate ti aggrappi ancora.

Un Natale per te, a pag. 19, richiama il tema dell’attesa, presente anche in Tempo d’avvento (pag. 13: Eri tu il messaggero di buone notizie;/ il presepe da cui geme lo scandalo/ dolce bruci nell’attesa, ma di cosa?):

Accadeva a volte che il mattino era un letto di fiume,
allestivi nella vigilia i festoni argentati,
lampi rapidi mi rammentano il verde dell’albero
costruito con pazienza, la tavola apparecchiata
poco dopo la messa. Ci svegliavamo che i vetri
erano lastre di luci – quanto dobbiamo attendere ancora? −
Gli aloni di unto incendiavano la sera, dal basso,
dal sotto del balcone, si sentiva la gente, la radio blaterava:
“L’Italia è pura e si può bere, tu offrile un fiore”.
Davanti allo specchio un profilo afono di bellezza
raccoglie adesso della sagoma le sue parti,
scricchiola sorda l’apparizione di un paese che dorme,
− dimmi che sono lo stesso di allora? −
Mai nulla è il tempo più bello che vivo quanto ogni presente.

Nella breve seconda sezione (Cappotto allo stato), composta da cinque poesie, affiorano i temi dell’amore e della carnalità (L’abbiamo fatto in piedi costretti/ da una contesa di muro ed è stato/ l’incontro il raccolto della paranza. Dalla poesia IV, a pag. 34), calando il lettore in una età più matura:

III

Ieri non sapevi fare l’amore
eri l’amante in erba che non urta
il corpo lo prendevi come colto

in un giaciglio di foglie verdi.
Ne esplori oggi il bianco pallore
giocandoci con le zampe da leone.

Strana è la sera che già alle sette
mette la luna −
nulla ricordo
di quelle domeniche da soli;

mi cercavi come un canarino
nella voliera:
ora non mi incanti
l’Italia mesta ha perduto l’elmo.

Sempre il ricordo, immortalato in immagini tipiche dell’autore (il vento, i panni stesi, i balconi) contrassegna la sezione Il guanto di Brigitte. Il costante aroma della melanconia (chissà per quale ragione Lombardi alla mie narici odora di piacevoli e tiepide spezie) si sprigiona da quattro poesie, delle quali propongo la IV, a pag. 52, che nomina il guanto:

La terra non si brucia ci vuole
l’erba, il legno, il combustibile;
l’ovvio è sempre in agguato tra le nostre
miserie quasi inumane: cosi vere? −
Nulla ricordo di quella gita
fuori porta in Costa San Giorgio quel giorno
ignoto al calendario gregoriano.
Facile è tenermi questo asilo di mura
cui sono confinato nello sciopero
felice di ciò che è:

di te non mi rimane che un guanto.

La sezione finale (Il sarto di San Valentino) è un poemetto composto da cinque stanze, costruito intorno all’allegoria della confezione di un abito. È una densa e dura (dura nel linguaggio che, mantenendo l’armonia tipica di Lombardi, tuttavia si fa “ruvido”, “puntuto”) carrellata nel vissuto dall’autore.
Si scorge un riferimento alla Genesi (o forse lo scorgo io, umana com’è la deprecabile pulsione di penetrare il mistero dei versi): nell’ultima poesia (V, a pag. 72) ricompare l’atto carnale, ma solo quando “Il sarto attento assembla i lembi:/ l’ignudi sono vestiti./ − Cosa ne sarà del suo corpo? –“ e ciò mi suggerisce la cacciata dall’Eden, la tunica di pelle – il corpo – che porta in sé la caduca terrenità ed il piacere della carne.

Ne propongo degli stralci:
[…]
Il sarto prende esperienza con i dorsi,
rammenda le intercapedini della fodera con il panno
di colore; il suo essere loquace stabilisce con il filo
l’inizio della storia. Lo credevi tu? Partire adesso
è riappropriarsi del torto, un correggere
angoscioso il senso della storia e le sue parti,
correggere il copione della recita che si ripete,
comunque, un ruolo minore, quasi marginale.
[…]
Durante la funzione di San Biagio è la gola
l’oggetto prelibato cui viene posta al cospetto
dell’altare, accostata a una croce di due ceri,
il dolore scompare. Più nulla è fastidio.
Lo sfasciare prelude una fuga, un disegnarsi
dell’ente che non vedi. Sotto le guglie infuocate,
montate alla rinfusa, nelle stanze in penombra,
bagnate da un mare che non c’è:
il demonio è scacciato.
[…]
Intanto il sarto, recluso nella bottega − ora
ligio al lavoro, ora monaco non casto −
perpetua in silenzio il gesto recidivo.
Lo stesso tuo gesto dell’aspettare;
come correggere la storia? Il letto comune
si fa pubblico, una pala d’altare senza messa:
il rito sono poche parole.
[…]

Tante sarebbero le poesie da proporre; arduo è il compito di chi debba selezionare componimenti di questo libro.
Mi fermo, pertanto, e lascio ai lettori il piacere di avventurarsi nel mondo dell’autore, ma non prima di citare altre due sezioni, che volutamente colloco a fine articolo in quanto amene, ma forse ben inserite nel libro poiché spezzano (spiazzando) l’atmosfera e la tensione delle altre liriche. Inoltre, essendo costituite da brevi componimenti, la loro anticipazione in un articolo avrebbe l’effetto di sminuirne l’impatto.
Queste sono: “Calendario di Abele”, sezione costituita da una serie di otto distici in rima e “Cruciverba della croce”, la cui particolarità mi ha roso a tal punto da obbligarmi a chiedere lumi all’autore, il quale mi ha rivelato di essersi ispirato alla canzone Le parole incrociate, tratta da uno dei capolavori della musica italiana, Anidride solforosa (RCA, 1975), disco di Lucio Dalla, su testi del poeta Roberto Roversi.
Allora, io, che amo tracciare linee di collegamento anche apparentemente inutili, mi appago di far notare come l’anidride solforosa sia prodotto industriale e come, mutuando a mio piacimento la scansione storica proposta da Lombardi, essa si collochi nell’era industriale; nel tempo del trionfo dell’io e della grande poesia.
Concludo, quindi, consigliando caldamente la lettura di questa pregna raccolta di alta poesia e, nel contempo, esco dal tema e raccomando (per chi non l’avesse già fatto) l’ascolto del sublime disco sopra citato, nel cui brano d’apertura (l’omonima Anidride solforosa) ci accoglie inequivocabilmente l’io, permettendomi di chiudere il cerchio: “Sono andata via/ perché rimanere sempre a Faenza/ non è che m’interessasse troppo/ non puoi sempre rifugiarti nella foresta; e sulla spiaggia del mare l’ombra si scioglie, ti fa disperare.

© Carlo Tosetti

 

Iuri Lombardi (Firenze, 1979), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e Saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile, Lo zoo di Gioele, La religione del corpo. Come racconti: Il grande bluff, La camicia di Sardanapalo, I racconti. Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di “Yawp – l’urlo barbarico”. (dal sito http://www.edizioniensemble.it).

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