Giorno: 1 giugno 2018

Silvia Ferreri, La madre di Eva

 

Bisogna essere onesti da subito e raccontare le cose come stanno: Eva è su un lettino in una sala operatoria di una clinica di Belgrado mentre la madre fuori dalla stanza attende che ne esca Alessandro. Non c’è equivoco, nessun finale a sorpresa. Come in un processo entropico, dati per certi punto d’inizio e punto di fine, quello che ci interessa approfondire è il percorso nel suo essere assolutamente definito e irreversibile. Solo partendo da questo presupposto possiamo addentrarci nella logica narrativa di questo romanzo di Silvia Ferreri meritatamente inserito nella dozzina finalista del premio Strega 2018. Sarebbe stato molto facile ma molto probabilmente fallimentare raccontare in prima persona il tema del cambio di sesso e invece Silvia Ferreri sceglie di affrontare la “disforia di genere” dal punto di vista di una madre, arrivando a definire un percorso narrativo che spiazza in quanto non si limita a ribaltare il punto di vista ma lo specchia nell’altro utilizzando l’indistruttibile, irreversibile, immodificabile amore materno come “espediente” per non far (s)cadere i lettori nell’inevitabile giudizio (attenzione che con il termine “espediente” non voglio togliere nulla al reale processo creativo di questo romanzo che potete conoscere qui).
Eva, nome non casuale, nasce e cresce con un corpo che non le/gli appartiene fino alla decisione di regalarsi definitivamente e irreversibilmente un corpo da maschio per la sua maggiore età. Fino a qui tutto sembra lineare, una storia sentita tante volte, ma nel momento in cui è la madre a raccontarcela, allora tutto cambia perché la narrazione non è più neutra, pulita, ma si evolve in un continuo alternarsi tra conflitto e complicità nella difficoltà di accettare l’idea che la propria “creatura” sia un errore, un pensiero nato in un corpo sbagliato o molto peggio: un dono non gradito, mentre si fa sempre più enorme la fatica nel cercare e mantenere la lucidità e l’obiettività per scardinare pregiudizi e materni sensi di colpa. Perché prima o poi arriva il momento preciso in cui dover scegliere da che parte stare, soprattutto quando si fa ancora più opprimente la consapevolezza di quanto sia impari la lotta tra una bambina che cresce e si forma volendo coerentemente comportarsi da maschio con gesti sempre più inequivocabili e un mondo esterno che non è attrezzato eticamente, socialmente, moralmente e normativamente per accogliere questa possibilità. La madre stessa inesorabilmente fa parte di quel mondo esterno, quello che gira attorno a quella sala operatoria dove il corpo di Eva già modificato nella voce e negli ormoni e quindi disarmonico, incoerente, viene svuotato della sua femminilità funzionale e estetica e si adatta in maniera irreversibile a diventare il corpo di Alessandro, privo (finalmente) di seni e organi riproduttivi. Attorno a Eva e alla madre girano altri personaggi mai minori che si configurano metaforicamente come le difficoltà e le paure comuni nell’accettazione di un tale cambiamento; un marito/padre architetto che a fatica capisce e accoglie ciò che può apparire come il fallimento del suo “progetto” più importante; i genitori/nonni che fanno culturalmente parte di una generazione stereotipata nei ruoli di genere, la psicologa che guida Eva in questo suo percorso e quindi nemica/amica della madre, le amicizie, le attonite insegnanti, i divertiti, esterrefatti compagni di scuola. È un romanzo particolare questo; nella sua concezione che lo rende innovativo, nella sua profondità nell’affrontare tutti gli sguardi e tutti i punti di vista sul dramma che si consuma nella testa e nel/sul corpo di Eva, ma anche nel suo svilupparsi quasi in maniera epistolare con un equilibrio tale per cui nessuno possa sentirsi autorizzato a sviluppare una qualsivoglia banale e bigotta compassione per la madre, perché alla fine quell’attesa fuori dalla sala operatoria fortemente voluta proprio da Eva non può che essere letta come la preparazione per l’imminente, necessario parto di un nuovo corpo che rimetta così in pari i conti tra madre e figlio.

© Iacopo NInni

Silvia Ferreri, La madre di Eva, Neo edizioni. 2017

 

Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (rec. di A. Lucchini)

LasciaLaTuaterra(copertina)Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo
Fara Editore

Recensione di Antonella Lucchini

 

 

Il pensiero della morte, della sua certezza, è un fantasma che segue l’uomo da sempre, gli sta dietro come un’ombra.
La morte come fine, nel duplice significato di cessazione e di scopo. E proprio di questa morte Stefano Iori ha fatto una raccolta di poesie, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (Fara ed.). “Lascia la tua terra” è l’ordine che Dio affida ad Abramo e che, nell’interpretazione chassidica (ovvero della mistica ebraica moderna), non viene colto letteralmente (la terra non come territorio concreto) ma assume una connotazione anagogica: “Mettiti in viaggio per scoprire te stesso. Lascia dietro di te ogni cosa che potrebbe trattenerti. Io ti mostrerò l’immagine della tua anima divina, il tuo vero io” (dalla Nota dell’autore). Quindi morire è qui il paradigma del viaggio dentro sé, della scoperta della propria ombra, la parte selvaggia, problematica, misteriosa che è necessario incontrare, per unificare il proprio Io, nella luce della piena coscienza, congiungendosi al vagito primordiale, che è lecito chiamare verità. E Iori affronta questa discesa/ascesa attraverso una progressiva spoliazione (non dissimile dal percorso dell’anima suggerito da San Juan de la Cruz). Cinque sono le sezioni in cui l’opera è suddivisa, (Del morire, Nel nulla, Dubbi, Stupore, Oltre), precedute da una lunga poesia che è una sorta di prologo a quanto si andrà a leggere. Molti sono i richiami al teatro greco: il prologo, appunto, la suddivisione in tre o più epeisòdia, e il coro che interviene in molti testi, come chiosa, specificazione, a minimi sintagmi, a lato del testo.

Da Del morire

Verdi canti dalla via
s’infrangono sui vetri

Ne colgo l’eco
sempre più flebile

Scivolo alla deriva
con la casa tutta.

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